Il sistema restituisce alcune libertà agli immuni e consentirà a Israele di riaprire quasi tutte le attività il mese prossimo. Può funzionare a livello internazionale? E quali sono i limiti di privacy, diritti e discriminazione?

Israele è tuttora il leader indiscusso in fatto di vaccinazioni contro il Covid-19. Aver vaccinato metà dei 9 milioni di abitanti (di cui l’80% con la seconda dose) ha permesso al Paese mediorientale di riaprire negozi, centri commerciali e strutture ricreative lo scorso 21 febbraio. In contemporanea, il governo ha lanciato un’iniziativa altrettanto futuristica (almeno per il resto del mondo): un passaporto sanitario, noto come “pass verde”.

L’idea è di consentire alle persone immunizzate di poter ricominciare a vivere normalmente, lasciandoli usufruire liberamente di luoghi a rischio contagio mentre gli altri aspettano di essere vaccinati. Il detentore di pass verde può sfoderare lo smartphone ed esibire la sua immunità attraverso un’applicazione apposita (o un codice a barre stampato). Vale per chi è stato vaccinato e chi è già guarito dal Covid, e in futuro supporterà anche i risultati dei tamponi negativi, essenziali per categorie che non possono beneficiare del vaccino, come i più piccoli.

Il sistema prevede due livelli: il pass verde “base” da mostrare, ad esempio, all’entrata di un locale, e i dati medici per intero da poter mostrare agli operatori sanitari. La differenziazione è, naturalmente, pensata per la privacy. Il pass, che vale per sei mesi, è supportato dal registro unico anagrafico e dall’unione dei registri medici israeliani. Ad oggi palestre, piscine, alberghi ed eventi sono accessibili solamente ai detentori del pass. Bar e ristoranti sono ancora chiusi per tutti, mentre i luoghi di culto operano a capacità dimezzata.

Il governo guidato dal premier Binyamin Netanyahu è certo che la libertà così restituita agli immunizzati possa convincere anche i più scettici riguardo al vaccino (tra cui molti sono giovani). La pubblicità del ministero della salute israeliano è pensata per incantare: “quanto ti è mancato uscire con gli amici? Con il pass verde, le porte ti si aprono davanti… stiamo tornando alla vita”, narra una carezzevole voce fuori campo mentre scorrono immagini di concerti, ristoranti e spettacoli.

Il tema, però, è caldissimo. A cominciare dal potenziale discriminatorio del pass verde. “Basare il rientro in società solamente su una data in cui è possibile vaccinarsi potrebbe rafforzare ulteriormente le disuguaglianze che sono emerse” ha commentato Nita Farahany, esperta di bioetica e professoressa in legge e filosofia alla Duke University, su MIT Technology Review.

Il privilegio di essere vaccinati, continua, si traduce nel possibile privilegio di poter trovare prima un lavoro, ad esempio; specie se la vaccinazione obbligatoria diventerà un requisito minimo. Inoltre condizionare al vaccino il rientro in società di uno scettico può aggravare la fiducia nel sistema sanitario e nelle istituzioni.

Per di più il caso israeliano è emblematico: pur avendo un eccesso di vaccini, sono pochissimi i palestinesi nei territori occupati che possono accedervi. Il governo vorrebbe usare le dosi in eccesso per condurre un’operazione di diplomazia dei vaccini, di grande rilievo a livello di relazioni e ritorno d’immagine, ma la Banca Mondiale e diverse organizzazioni per i diritti umani stanno premendo affinchè queste vadano ai palestinesi, impossibilitati a far partire una campagna vaccinale efficace.

Ma la questione più complessa si porrà quando anche gli altri stati avranno raggiunto un simile progresso vaccinale. La stessa Unione europea sta per proporre un passaporto vaccinale (digitale) per far ripartire il turismo in sicurezza. Con gli stessi possibili problemi di privacy, accesso, e potenziale discriminazione. La Thailandia, per esempio, è scossa da un dibattito feroce che vede i pro-pass schierati contro coloro che, per assicurarsi il flusso di turisti essenziale per l’economia locale, vuole mantenere un periodo di quarantena in ingresso.

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