La Russia fa scuola di revisionismo e il fascino che in questo ruolo esercita è una minaccia all’ordine europeo e alla coesione dell’Occidente assai maggiore del contenzioso con l’Ucraina. L’analisi di Dario Quintavalle, esperto di cooperazione e sviluppo presso la Luiss

Vladimir Putin ha festeggiato, con un bagno di folla lo scorso 18 marzo allo stadio Luzhniki di Mosca, il settimo anniversario della annessione della Crimea e della città di Sebastopoli alla Federazione Russa.

Nel 2014 – approfittando del vuoto di potere creatosi a Kiev dopo la cacciata del presidente Viktor Yanukovic in seguito alle dimostrazioni di Maidan – i russi presero, con un colpo di mano incruento, il controllo della penisola di Crimea, allora ucraina. Un referendum lampo, mai riconosciuto dalla comunità internazionale, sancì il passaggio del territorio alla Federazione Russa.

Un uno-due che tramortì la dirigenza ucraina lasciandola incapace di reagire. Anche su consiglio dell’amministrazione americana (Biden era allora vice Presidente) il controllo della penisola fu lasciato ai russi senza nemmeno opporre una resistenza simbolica.

Ancor oggi, questo fatto rappresenta la più grossa pietra d’inciampo nei rapporti tra Occidente e Russia, in quanto contraddice il sacro principio che i confini non possono essere modificati con la forza: la Carta delle Nazioni Unite, l’Atto finale di Helsinki e la Carta di Parigi affermano chiaramente i principi fondamentali del rispetto dell’integrità territoriale di qualsiasi Stato, e il divieto dell’uso della forza per cambiare i confini.

Così i ministri degli esteri dei paesi del G7 hanno dichiarato che non riconosceranno mai la sovranità russa sulla penisola, e il segretario di Stato Usa Antony Blinken ha richiesto “la cessazione immediata dell’occupazione della Crimea”. Va ricordato che già nel 2014, nella Casa Bianca di Obama, Blinken aveva svolto un ruolo influente nell’imposizione di sanzioni contro la Russia e premeva perché all’Ucraina fossero distribuite armi letali.

Dal punto di vista russo, invece, la riunificazione con la Crimea è un fatto compiuto ed immodificabile. Non è solo la posizione della leadership, ma anche della popolazione, e, come si è visto allo stadio Luzhniki, l’argomento è fonte ancora oggi di grandi manifestazioni di orgoglio nazionale e di consenso per Putin. Nemmeno in caso di un cambio di regime a Mosca la penisola verrebbe restituita all’Ucraina: Aleksey Navalny su questo punto è stato esplicito.

I motivi sono molteplici. Intanto la Crimea è abitata da una maggioranza di russi etnici, che non avevano mai digerito di essere stati ceduti nel 1954 da Krushev all’Ucraina. Poi, la Russia non può permettersi di lasciare un luogo così nevralgico per la sua difesa, soprattutto a un paese come l’Ucraina che ha velleità di aderire alla Nato. La Crimea sta al Mar Nero come Gibilterra al Mediterraneo, e le ventiquattro baie di acqua profonda di Sebastopoli sono la migliore base di cui disponga la flotta russa: da lì si controllano tutti i grandi fiumi del Mar Nero, dal Danubio al Don, il Mar d’Azov e i residui sbocchi al mare dell’Ucraina.

Non sorprende quindi che si siano fatti moltissimi investimenti sulla penisola, a partire dallo spettacolare ponte di Kerch, e dal nuovo terminal dell’aeroporto di Simferopoli, che ne hanno notevolmente migliorato l’accessibilità.
È probabile che lo status quo non dispiaccia nemmeno alla leadership ucraina: nel nuovo paese che si vuole costruire, etnicamente puro e basato sulla sola lingua ucraina, due milioni di russi, che avrebbero sempre un legame con Mosca e non rinuncerebbero mai al loro idioma, sarebbero sempre un corpo estraneo.

Nel frattempo, l’annessione della Crimea, che fu preceduta da una generosa estensione della cittadinanza russa ai suoi abitanti, ha fatto scuola in tutti i paesi europei insoddisfatti delle loro frontiere. Ungheria e Romania hanno distribuito con larghezza i loro passaporti nei paesi vicini, e l’Austria progetta addirittura di conferire ex lege la propria cittadinanza a tutto l’Alto Adige.

Nonostante i recenti successi farmaceutici, con la sintesi del vaccino Sputnik, il soft power russo risiede ancora in gran parte nell’uso spregiudicato dell’hard power. La Russia, insomma, fa scuola di revisionismo, e il fascino che in questo ruolo esercita è una minaccia all’ordine europeo e alla coesione dell’Occidente assai maggiore del contenzioso con l’Ucraina.

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