L’incidente del canale di Suez dovrebbe spingerci a lavorare congiuntamente a una nuova dimensione multilaterale dell’Artico. Dalle minacce militari alla governance scientifica, serve un coordinamento internazionale, e l’Europa può fare la sua parte. Il commento di Iolanda Di Stasio, deputata del Movimento Cinque Stelle

L’incidente avvenuto all’interno del Canale di Suez, con la nave cargo Ever Given incagliata trasversalmente all’interno dell’istmo artificiale ha causato, e continuerà a causare, miliardi di dollari in danni al commercio mondiale e all’economia tutta.

Si è stimato che ogni giorno di blocco del Canale costi 9,6 miliardi di dollari al giorno, tra ritardi e costo del carburante. Vi sono infatti grandi problemi legati alla tipologia di merci che attraversano il passaggio marittimo quotidianamente, dal petrolio ai cereali, creando delle discontinuità serie in termini di fornitura di merci alle volte di importanza strategica.

Il mercato delle commodities ha già reagito con un’impennata dei prezzi del petrolio, e non leggere saranno le ripercussioni su tutto il sistema economico mondiale, oltre che sull’Egitto, che perderà una considerevole fetta di introiti a causa del mancato versamento delle royalties di passaggio delle navi container.

Il Canale costituisce un essenziale crocevia del commercio mondiale, con circa il 7% del traffico marittimo totale e il 12% di tutte le merci che viaggiano via nave ogni anno. Al pari di una controversia politica o militare, il blocco del Canale che collega l’Oceano Indiano al Mar Mediterraneo è un’eventualità sì, rara, ma non nuova nel panorama internazionale.

Più volte il passaggio era stato bloccato, a causa delle diverse crisi politiche e militari, e le due Guerre Mondiali, rendendo sempre più strategico il controllo del punto. A nulla, in queste assurde circostanze, pare essere servito l’allargamento in più punti del Canale annunciato dal presidente Al Sisi e avvenuto nel 2015, che ha raddoppiato la larghezza del passaggio in più punti, ma solo per pochi chilometri.

Già molte compagnie si stanno attrezzando per fare dietrofront e percorrere la tratta di circumnavigazione dell’Africa, doppiando il Capo di Buona Speranza, come si era esclusivamente fatto fino al 1869, o come occasionalmente avvenuto anche lo scorso anno. Una delle maggiori problematiche venute alla luce riguarda le serie minacce di attacchi da parte di pirati lungo la tratta di circumnavigazione del continente africano, e dunque tutte le forze militari presenti saranno allertate e impegnate in un continuo controllo delle coste lungo tutto il percorso.

Viene dunque da chiedersi se non sia giunto il momento di accelerare sullo sfruttamento di nuovi, convenienti percorsi, che possano essere una valida e competitiva alternativa al Canale di Suez. Più volte, numerosi esperti, hanno parlato della possibilità di sfruttare la rotta dei Mari del Nord, che attraversa l’Oceano Artico, e che si compone essenzialmente di due rotte, il passaggio di Nord-Est e quello di Nord-Ovest.

La rotta prevede l’attraversamento del Mar Glaciale Artico, così che le navi container che fanno la spola tra la Cina, gli Stati Uniti e l’Europa possano trovare una nuova via, a tratti più breve ed economicamente conveniente. Tale percorso, inoltre, potrebbe favorire lo sviluppo economico di aree del Pianeta scarsamente abitate ed economicamente poco sfruttate, in alcuni periodi dell’anno, a causa della presenza di ghiacciai.

È da tempo che la centralità delle terre polari, e dell’Artico in particolare, è divenuto tema rilevante nelle agende politiche internazionali. È necessario, in virtù di una prospettiva multilaterale e di maggiore equilibrio tra Paesi, rivalutare la possibilità di nuove alternative a quelle esistenti. Il costo di attraversamento del Canale di Suez si aggira tra i 100mila e i 500mila dollari per nave, che oggi le compagnie spedizioniere ritengono sostenibile per via del risparmio in termini di carburante.

Perché non lavorare congiuntamente ad una nuova dimensione multilaterale dell’Artico? Oltre alla cooperazione sulla ricerca scientifica, fondamentale per la salvaguardia ambientale della Terra, è opportuno avviare un dialogo internazionale con al centro la governance dell’Artico, al fine di preservarlo dalle minacce militari, dallo sfruttamento minerario incondizionato e pianificare uno sviluppo economico che possa essere beneficio per le popolazioni che vivono quei territori, ma che possa costituire un vantaggio per tutti, in un’ottica di proficua cooperazione internazionale multisettoriale.

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