L’asse franco-tedesco sulla Difesa non è solido come sembra, nemmeno su velivolo di sesta generazione e carro armato del futuro. L’Italia, soprattutto attraverso il dialogo con Berlino, può inserirsi e bilanciare gli allunghi di Parigi. Intervista ad Alessandro Marrone, responsabile del programma Difesa dello Iai

C’è spazio per l’Italia per inserirsi nell’asse a due tra Francia e Germania nel campo della Difesa europea. Uno spazio ampio, che passa soprattutto dal dialogo sistematico con Berlino, dalle collaborazioni industriali e dalla nuova amministrazione Usa di Joe Biden, che ha aperto una nuova stagione transatlantica. Parola di Alessandro Marrone, responsabile del programma Difesa dell’Istituto affari internazionali (Iai), che abbiamo raggiunto all’indomani della visita dell’incontro a Berlino tra il ministro Lorenzo Guerini e la collega Annegret Kramp-Karrenbauer.

I ministri hanno ribadito la spinta alla Difesa europea, la linea sui dossier caldi (dall’Afghanistan alla Libia, passando per Iraq e Libano) fino alla collaborazione bilaterale. Quale è il suo giudizio?

Il giudizio è sicuramente positivo. A livello generale, ritengo infatti che l’Italia debba puntare maggiormente sui rapporti bilaterali a sostegno del multilaterale. Gli incontri del ministro Guerini la scorsa estate con gli omologhi di Spagna, Francia e Turchia, e ora con Akk, sono rilevanti in ottica di sinergia multilaterale.

Ci spieghi meglio?

Avere un rapporto sistematico con la Germania permette all’Italia di inserirsi nel duo di testa della Difesa europea, bilanciano le spinte francesi e raggiungendo un equilibrio migliore. Credo che questo sia anche nell’interesse di Berlino.

Eppure Germania e Francia sembrano ben allineate nell’intenzione di guidare la nascente Difesa comune. È così?

C’è un dato politico che l’amministrazione Biden sta facendo emergere con forza. La Germania continua a vedere la Nato e l’Unione europea che si rafforzano a vicenda. L’Italia ha la stessa posizione, mentre la Francia no. Per Parigi l’autonomia strategica europea ha la priorità, anche al prezzo di minori relazioni transatlantiche. Se con Trump i tedeschi potevano essere allineati con i francesi, con Biden tornano a una visione più equilibrata. E tale visione è benefica per l’Ue, considerando che altri Paesi (come Italia, Polonia e Olanda) sono sulla stessa linea di equilibrio. In tal senso, l’eccessiva accelerazione francese genera divisioni all’interno dell’Europa, aprendo nel contempo spazi per un’Italia propositiva e credibile.

Anche se Parigi e Berlino procedono insieme, e senza aprire troppo ad altri, su diversi progetti, come il velivolo di sesta generazione e il carro armato del futuro…

Sullo sviluppo capacitivo, industriale, militare e tecnologico, il ragionamento deve essere per settori. A livello generale le Forze armate e le industrie nazionali di Germania e Francia hanno un peso specifico tale per cui l’Italia non può non puntarci. Eppure, ci sono diversi settori su cui ci sono altri Paesi medi (si pensi a Spagna, Svezia o Polonia), che vantano mercati e capacità significativi.

E per la collaborazione bilaterale con la Germania?

Ragionando per settori, sui veicoli terrestri c’è una forte base tedesca, complementare a quella italiana con un lungo trascorso di cooperazione. Lo stesso vale nel campo dei sottomarini, dove si registrano margini per una cooperazione fruttuosa tra Fincantieri e Thyssenkrupp. Pure nell’avionica, Italia e Germania hanno lavorato bene, come nel caso dell’Eurofighter. Pragmaticamente, occorre dunque ragionare per settori, individuando quelli che presentano margini di miglioramento. Per gli altri, si dovrà guardare ad altri Paesi, come a Francia o a Regno Unito.

Ma come superare il blocco franco-tedesco nel campo del Main battle tank?

Bisogna insistere, soprattutto con Berlino. Fare un programma più inclusivo sarebbe conveniente per l’Italia, ma anche per Francia e Germania. Vorrebbe dire per tutti avere una fetta più piccola, ma di una torta molto più grande. Difatti, un progetto che veda insieme i tre Paesi diventerebbe di default un progetto Pesco, elegibile di co-finanziamento con il fondo Edf. Genererebbe economie di scala e guadagnerebbe appeal, in termini di rapporto qualità-prezzo, per tanti altri Paesi europei. Tra produzione e manutenzione nel lungo periodo, la torta sarebbe molto più grande. È chiaro, però, che si dovrà passare per un accordo che preveda condizione eque per tutti, che riconosca le eccellenze tecnologico-industriali e la sovranità operativa di ciascuno, Italia compresa.

L’altro grande tema è il velivolo di sesta generazione. Ritiene che l’ipotesi di una convergenza tra il Tempest britannico (con Italia e Svezia) e il Fcas franco-tedesco (con la Spagna) sia la più accreditata?

Sicuramente è l’ipotesi migliore, non so se la più accreditata. Di fronte al costo e alla sfida tecnologica di un simile salto di qualità, occorre mettere a fattor comune le risorse di tutti i maggiori Paesi europei. Non sarà facile convincere tutti, perché all’inizio si tratterà di rinunciare a qualcosa. Anche in questo caso ognuno avrebbe una fetta più piccola, ma per una torta più grande.

Quali carte si può giocare l’Italia in questa partita?

Prima di tutto l’esperienza sulla quinta generazione con l’F-35. L’Aeronautica e la Marina italiane hanno già dimostrato di essere avanti a livello operativo, tattico, di familiarità e requisiti. Tale esperienza è condivisa con il Regno Unito; Leonardo e Bae Systems partecipano con le rispettive filiere, con le note difficoltà sul fronte del trasferimento tecnologico dagli Usa, ma comunque con la visibilità rilevante sulla frontiera tecnologica della quinta generazione. Francia, Germania e Spagna non hanno tutto questo. Partono dal livello più basso, e ciò va fatto presente. Per loro, fare un consorzio con due Paesi che hanno esperienza maggiore aumenta la possibilità di successo. Al contrario, saltare dalla quarta generazione (o quarta e mezzo) alla sesta incrementa il rischio di fallimento. È un argomento di buon senso che va portato all’attenzione di francesi e tedeschi. Tra l’altro, secondo la tipica logica tedesca, cost-effective, inclusiva e transatlantica, la soluzione appare più congeniale. Avrebbe maggiori difficoltà la Francia, meno abituata a progetti di grande condivisione e impegnata da sempre a fare i velivoli da combattimento a livello nazionale.

Sulla Difesa europea, Francia, Germania, Italia e Spagna sono da sempre compatte nel chiedere un livello elevato d’ambizione e risorse. Ma ora che partirà l’Edf (con 7,9 miliardi in sette anni) l’intesa lascerà il campo a una competizione senza esclusione di colpi per aggiudicarsi i bandi?

L’Edf prevede un meccanismo cooperativo e competitivo allo stesso tempo. Incentiva la cooperazione tra almeno tre soggetti, ma non esclude che ci siano più cordate per lo stesso progetto, e dunque prevede una dinamica competitiva. Se la competizione è a geometria variabile e di merito, allora è una competizione sana. In caso contrario, evidentemente. Dunque, va bene la cooperazione dell’Italia con gli altri grandi Paesi, così da mettere a sistema le rispettive nicchie o aree di eccellenza, ma servirebbe che, attraverso l’Eda e il Comitato militare dell’Ue (Eumc), i governi assicurino convergenza sulle priorità di sviluppo capacitivo e sul soddisfacimento delle esigenze delle Forze armate europee. Si deve puntare a standardizzazione e interoperabilità, alla ottimizzazione delle risorse per la loro concentrazione sui gap di capacità, lì dove il singolo Paese non è in grado di colmarli da soli.

Come?

Eda e Eumc lo stanno già facendo, ad esempio con la Card e il Capability Development Plan. È un lavoro da valorizzare per avere linee-guida all’Edf. Servirebbe che i governi dialogassero con la Commissione per un work-programme sul fondo anno per anno, identificando bisogni e gap delle Forze armate europee, così da avere una posizione comune dal punto di vista della domanda. Poi, arriva il bando Edf, e di seguito le proposte industriali con i consorzi migliori. Così la competizione è sana, cioè se finalizzata al miglioramento della qualità tecnologica.

Torniamo all’incontro tra Guerini e Akk. È emersa convergenza anche sulla Libia. Lo ritiene rilevante anche se altri attori (non europei) sembra più determinati sul tema?

È molto rilevante. Un anno fa la Conferenza di Berlino segnò per la Libia un cambio di passo importante in termini di de-escalation tra Turchia e Russia e di coinvolgimento europeo. Un peso maggiore da parte della Germania resta fondamentale, e bene ha fatto Guerini a parlarne con Akk. In un tavolo a tre (Francia, Germania e Italia) si riescono a smussare meglio le differenze, specialmente tra Roma e Parigi. Il motore europeo è ancora più rilevante considerando che non ci sarà più la leadership americana su Libia e nord Africa. Così, se l’Italia ritiene di avere un interesse nazionale sul tema (e io credo che lo abbia), parlare con Francia e Germania resta fondamentale. In particolare, coinvolgere Berlino significa creare un centro di gravità europeo che attiri il consenso di altri Paesi del Vecchio continente e il supporto Usa (e solo supporto ormai può arrivare). Lo stesso vale per il Mediterraneo orientale.

Ci spieghi meglio…

Quando cinque anni fa servì gestire il flusso di migranti tra Turchia e Grecia, la Germania chiamò in causa la Nato che mise in campo l’attività marittima. Negli ultimi due anni le tensioni sono nuovamente esplose, con la Francia a determinato sostegno della Grecia (anche per importanti forniture militari). L’Italia ha un interesse nazionale sul tema, piuttosto diretto in termini di approvvigionamento energetico e presenza di aziende; parlare con la Germania permette di bilanciare le posizioni francesi, troppo negative sulla Turchia. In altre parole, Berlino equilibrerebbe Parigi, con effetti in ambito Ue e Nato attraverso l’influenza che ha tra Grecia e Turchia.

A proposito della sponda tedesca, Guerini ha ribadito proprio da Berlino la candidatura italiana a guidare la rafforzata missione Nato in Iraq. Perché?

Per la stessa ragione. Anche in Medio Oriente gli Stati Uniti di Biden sono destinati a supportare (e non guidare) lo sforzo di stabilizzazione. Ci vuole dunque una maggiore assunzione di responsabilità da parte dell’Europa, la quale può avvenire anche attraverso Nato, a condizione che l’Alleanza abbia una più forte trazione europea. L’Iraq è emblematico, connesso a Libano e Siria in un contesto importante. Nel Paese la comunità internazionale ha fatto in passato in-and-out troppo repentinamente e malamente negli ultimi vent’anni. Ora l’impegno alla stabilità fondamentale, perché rassicura la Turchia rispetto a un Iraq unitario (contenendo le aspirazioni statuali curde) e guarda all’Iran, su cui c’è una posizione europea da monitorare nell’evoluzione con Joe Biden. Su tutto questo è importante per l’Italia il dialogo con la Germania. Non incontri isolati, ma un dialogo sistematico, nell’ambito di un asse italo-franco-tedesco che è nell’interesse del nostro Paese. In questo formato trovano più spazio le posizione italiane di equilibrio. Ed è questo formato che può fungere da centro di gravità per tanti altri Stati europei.

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