È successo cioè che proprio il governo più europeista che si potesse immaginare, guidato nientemeno che dall’ex presidente della Banca Centrale di Francoforte, abbia detto “prima noi” e poi gli “altri”. Ma si tratta di un’interpretazione fuorviante… La bussola di Corrado Ocone

La lettura più semplice, e anche la più fuorviante, del blocco dell’esportazine dei vaccini Astrazeneca dall’Italia verso l’Australia, è quella che forse si sentirà di più in queste ore. E in effetti, il sovranismo, quella sorta di araba fenice che ha inquietato i sogni dei commentatori politici italiani fino a qualche mese fa, sembrerà ai più uscito dalla porta per essere poi rientrato dalla finestra.

È successo cioè che proprio il governo più europeista che si potesse immaginare, guidato nientemeno che dall’ex presidente della Banca Centrale di Francoforte, abbia detto “prima noi” e poi gli “altri”. Detto e fatto. Che si tratti di un’interpretazione fuorviante lo dimostra subito un elemento: anche se l’iniziativa parte dall’Italia, per opera del nostro presidente del Consiglio, e si esplicita nel blocco di una partita in partenza dal nostro Paese, essa si configura a tutti gli effetti come un’iniziativa europea.

Mario Draghi, che in sede di capi di stato continentali ha assunto rapidamente un ruolo di leadership (e già questo dovrebbe essere sufficiente a deporre sull’importanza per noi di avere ora un governo da lui presieduto), aveva espresso il 25 febbraio nel vertice in videoconferenza la sua contrarietà al piano umanitario francese di esportazione di vaccini nel Terzo mondo fino a quando gli europei non avessero prima risolto i loro problemi di approvvigionamento e distribuzione. Che si trattasse di un principio generale era poi stato esplicitato il giorno dopo con una richiesta formale del governo italiano alla Commissione per il blocco della partita australiana (non diretta a un paese povero ma comunque extraeuropeo). Arrivata l’autorizzazione ben una settimana dopo (e questo la dice lunga sui “tempi” attuali di Bruxelles), solo allora è diventata effettiva ed è stata pubblicizzata, assumendo appunto i contorni di una decisione non italiana ma europea a tutti gli effetti.

Sovranismo forse, ma non nazionale, e quindi del tutto diverso da quello degli antieuropeisti d’antan. Siamo in un’altra stagione, non solo diversa ma forse anche simile a stagioni di molto precedenti. Sovranismo europeo, ma pur sempre sovranismo si dirà. Ed è indubbio: il ragionamento di Draghi, e la sua azione, si muovono lungo l’asse di un sempre più stretto federalismo europeo, e quindi della creazione di un super Stato continente che superi quelli nazionali esistenti (e che sarebbero equiparati poco più che a regioni). Ed è qui, in questo preciso punto, che deve appuntarsi la critica (non distruttiva sia ben chiaro) dei liberali.

In effetti, Draghi si muove in una dimensione tutta interna alla logica moderna dello Stato. E anche quindi dei rapporti di potenza fra Stati. Quando Boris Johnson critica fortemente, come ha fatto poche ore fa, la decisione del nostro capo del governo lo fa non (o non solo) per salvaguardare i diritti di un paese del Commonwealt ma anche perché la “guerra dei vaccini” è una guerra politica a tutti gli effetti e la Ue è ormai un concorrente della Gran Bretagna. Che poi lo faccia in nome della libertà dei mercati, mostra paradossalmente come sia proprio il “tecnico” Draghi a perorare oggi con forza le ragioni della politica, anzi della politica statuale contro il globalismo dei mercati e l’azione trans e sovranazionale delle multinazionali.

Se l’Europa fino ad oggi si presentava quasi bicefala, per metà ispirata dall’ideologia globalista delle sue élite e per l’altra metà come un rapporto asimmetrico di forze fra Stati nazionali pronti a giocare soprattutto la partita del loro interesse nazionale (con l’Italia puntualmente e quasi sempre soccombente), è chiaro che Draghi vuole dare ad essa un’accelerazione politica di tipo federalistico-statuale, di unificazione e accentramento comunitario. Il che, quasi naturalmente, comporta il privilegio di politiche keynesiane e in questa precisa misura dirigistiche e costruttivistiche. Sembra cioè riproporsi una logica, anch’essa tutta moderna, in seno all’Occidente, di dialettica fra potenze di mare e di terra, fra un liberismo fortemente regolato e diretto (secondo il modello renano) ed uno più a briglia sciolta e spontaneistico. Un Occidente, che proprio come ai vecchi tempi, si rimette in contrapposizione con l’altro da sé e toglie alla globalizzazione quei tratti che avevano favorito l’ascesa cinese: cioè quelli di una globalizzazione post-statuale e post-politica.

Ovviamente, qui si parla di tendenza più che di realtà: il processo è sicuramente ancora aperto. Quello che è sicuro, a me sembra, è che con Draghi non si riprende una rivincita il sovranismo per un semplice motivo: esso, e il suo contrario, appartengono a un’altra stagione storica oltre che politica. Non mi sembra perciò che, riportando tutto al piccolo gioco della politica nostrana, il governo Draghi sia oggi sbilanciato a destra piuttosto che a sinistra. Anche se, per motivi altri e che affronteremo in una prossima Bussola, Matteo Salvini, che del centrodestra è il leader, è il politico che più si trova a suo agio nell’evoluzione del quadro configuratosi dopo l’insediamento a Palazzo Chigi dell’ex governatore della Banca d’Italia.

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