Il commento di Jean-Pierre Darnis, consigliere scientifico allo Iai e ricercatore associato alla Fondation pour la recherche stratégique, il centro studi parigino nel mirino di Pechino

Nella recente diatriba fra Unione europea e Cina si è molto scritto del dibattito sulla questione dei diritti, per esempio per quanto riguarda la comunità uigura, e sull’incrinamento delle relazioni politiche fra le due parti con la messa all’indice di parlamentari europei.

Bisogna però tornare su un episodio precedente che può sembrare minore ma invece è molto significativo. Il collega Antoine Bondaz, ricercatore presso la Fondation pour la Recherche Stratégique è uno specialista riconosciuto di questioni asiatiche con un curriculum accademico di assoluto rilievo, che include soggiorni di ricerca in Cina, Corea del Sud e Corea del Nord. È stato recentemente qualificato come “hyène folle” e “petite frappe” (letteralmente “iena pazza” o “piccolo bullo”) dall’ambasciata cinese a Parigi via Twitter. Cosi facendo, l’ambasciata ha suscitato una valanga di critiche a Parigi, una vera e propria mobilitazione estesa anche a chi di solito ha una posizione di apertura nei confronti di Pechino, elemento che si è saldato con la questione dei deputati europei e ha motivato la convocazione dell’ambasciatore cinese al Quai d’Orsay.

Bondaz da anni studia l’influenza cinese nel mondo con una capacità di analisi che intende contribuire a nutrire e sviluppare un dibattito sulla Cina anche in Europa. Egli sottolinea come esista tradizionalmente un relativo disinteresse a interrogarsi sul sistema cinese in Europa: si tratta di una situazione completamente diversa da quella osservata durante la guerra fredda con un modello sovietico che suscitava cesura ideologica in Europa occidentale. Per la Cina fino a oggi non vi è stato niente di tutto ciò, esistono poche competenze in grado di analizzare le sfaccettature della società cinese e molti, a Parigi come a Berlino o a Roma, preferivano concentrarsi sul buon andamento degli scambi economici senza porsi troppe domande di natura politica.

Anche in Italia possiamo rilevare che non è molto diffuso il focus politico per gli analisti specialisti di Cina, anche se vanno menzionati i lavori di Lorenzo Mariani e Francesca Ghiretti dello Iai.

Con le mosse recenti, la Cina manifesta all’estero la natura autoritaria di un potere che non intende permettere lo sviluppo di forme di pensiero critico plurale. Di fronte all’emergenza di alcune di queste competenze e al caso di un Antoine Bondaz (ma non è certo l’unico) in grado di analizzare le assunzioni del governo di Pechino, la reazione si fa piuttosto violenta, cercando di intimidire chi osa proporre una riflessione sulla Cina, anche con critiche personali. Nel caso della Frs, avviene per un think tank francese che sviluppa programmi con Taiwan, la Corea del Sud o il Giappone.

La reazione dell’ambasciata cinese a Parigi traduce anche lo zelo di un ambasciatore che afferma in modo esplicito lo stile ruvido della diplomazia cinese facendosi anche notare dal potere centrale di Pechino.

Il paradosso è che quest’azione sta già provocando l’effetto contrario. Sta suscitando un’alzata di scudi non soltanto in Francia, ma anche nell’intera communita di ricerca nel nome della libertà di espressione in senso lato e nel contesto accademico, tenendo conto dei vari esempi di costrizione nei confronti di ricercatori occidentali.

Questa mossa della diplomazia cinese si aggiunge alla questione delle sanzioni da parte del Parlamento europeo per la questione uigura. Ma bisogna poi considerare che mentre la questione della repressione della popolazione nella regione del Xinjiang viene percepita in modo marginale nel contesto dell’Unione europea, il contrasto alla libertà dei ricercatori e intellettuali è invece una questione molto sentita, che suscita indignazione e mobilitazione.

Tutto questo avviene mentre è all’opera un rinsaldamento delle relazioni transatlantiche: con la presidenza di Joe Biden si stanno moltiplicando le occasioni di dialogo fra Unione europea e stati Uniti, un riavvicinamento al quale l’atlantista Mario Draghi sta già dando il suo contributo. Da questo punto di vista l’attitudine di Pechino spinge i Paesi dell’Unione europea a essere maggiormente aperti a una visione americana che considera la Cina con diffidenza.

Il paradosso è che questo rappresenta per certi versi il contrario di un obbiettivo strategico cinese che fino a poco tempo fa sembrava voler giocare la differenziazione fra Europa e Stati Uniti.

Tutto questo accende anche il riflettore sulla necessità di dotarsi di una maggiore expertise e capacità di riflessione sulle dinamiche cinesi. La Cina globale non può più essere trattata come una questione separata, limitata a una sfera culturale autonoma. L’acquisizione di strumenti culturali corrisponde anche a un ethos europeo di capacità di comprensione e quindi di dialogo, che nessuno ci può vietare.

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