L’Economist Intelligence Unit pubblica un rapporto sui cost della de-globalizzazione commissionato da Huawei. Come mai? “Deve diventare credibile agli occhi del mondo”, risponde il professor Andrea Rossetti (Bicocca). Che spiega come la sicurezza abbia un ruolo centrale in tutti e tre gli scenari analizzati

La globalizzazione era già in crisi. Ma le tensioni geopolitiche, l’ascesa del populismo e in particolare la pandemia hanno portato “anche le economie più orientate al mercato a mettere in dubbio la loro dipendenza dalle catene di approvvigionamento globali e strombazzare il valore dell’autosufficienza”. È quanto si legge in un recente rapporto dell’Economist Intelligence Unit intitolato “The cost of de-globalising world trade: Economic scenarios for the world’s turn inwards” e commissionato da Huawei, il colosso cinese delle telecomunicazioni, protagonista – suo malgrado – delle dinamiche sopracitate.

Basti pensare alla stretta decisa da diversi Paesi occidentali sulla base di preoccupazioni legate alla sicurezza nazionale. Per l’intelligence statunitense – ma anche per il Copasir in Italia – il 5G cinese rappresenta un pericolo per la sicurezza delle reti e dei dati che sopra viaggiano per via di due leggi di Pechino che potrebbero essere utilizzate per costringere le imprese ad aiutare il governo nella raccolta di informazioni. Accuse sempre respinte da Huawei così come da Zte.

Il rapporto analizza tre scenari possibili di una de-globalizzazione. Il primo è quello di un totale decoupling tra la Cina e i Paesi Five Eyes (Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti) con embarghi e dazi del 100% su tutti i beni e servizi, tranne che in pochi settori strategici come quello dei prodotti farmaceutici. Il secondo scenario ipotizza misure di protezione messe in campo dai Paesi maggiori – tra cui Stati Uniti, Messico e Canada ma anche l’Unione europea – nel tentativo di garantire l’approvvigionamento interno e aumentare l’autosufficienza di beni essenziali, compresi cibo e medicinali. Il terzo prevede un aumento dei costi per via dell’impatto della pandemia sulle catene di approvvigionamento (non senza interruzioni su quelle più complesse).

Nel primo caso il prodotto interno lordo calerebbe del 3,8%; nel secondo dello 0,6%, nel terzo dell’1,2%. Nel primo scenario, “il danno collaterale alle catene di approvvigionamento globali è enorme” e le uniche economie a uscirne relativamente indenni sono quelle basate principalmente sulla produzione e l’esportazione di energia. Nel secondo, “la ricerca della sicurezza economica nei beni essenziali porta a compromessi in termini di prosperità” e per blocchi commerciali ben sviluppati, come l’Unione europea e l’Usmca, “questi compromessi sono meno duri rispetto alle economie che già forniscono al mondo molte delle sue forniture essenziali, come la Cina”. Infine, nel terzo a perdere sono le “le economie aperte più collegate alle catene di approvvigionamento globali”. In breve, “il sistema commerciale mondiale sta diventando meno globalizzato e più regionalizzato” e “qualsiasi riallineamento delle catene di approvvigionamento richiederà tempo e capitali, un processo di aggiustamento che sarà prolungato dalla pandemia”.

Formiche.net ha discusso il documento con Andrea Rossetti, professore di Informatica giuridica all’Università di Milano Bicocca, co-fondatore e partner di Red Open, società specializzata nell’intelligenza artificiale.

Partiamo dalla copertina. Si legge “commissioned by Huawei”. Perché secondo lei?

Huawei deve diventare credibile agli occhi del mondo. Come TikTok, a un certo punto la società si è resa conto che quando opera fuori dalla Cina ha necessità di fare anche un lavoro da lobby per convincere non soltanto il legislatore ma anche l’opinione pubblica. Tutte le aziende cinesi hanno bisogno di dimostrare di essere entità di mercato come le occidentali Ibm, Google o Apple per esempio. L’intento è quello di non essere penalizzate perché il loro governo è autoritario.

C’è un elemento in comune nei tre scenari?

In tutti e tre gli scenari la sicurezza ha ruolo fondamentale. Questo è in linea con quanto vedo accadere da un anno a questa parte: c’è forte richiesta da parte delle aziende di valutare la sicurezza digitale della supply chain, che prima era un elemento dato per scontato.

Ora si deve cambiare il paradigma?

Non si può più giocare al risparmio sulla sicurezza. Serve cambiare mentalità: oggi nella maggior parte dei casi non si riescono a calcolare i vantaggi di investire nella sicurezza. Ma è comprensibile in un certo senso: anche per noi esperti valutare l’impatto della mancanza di sicurezza è qualcosa di molto difficile ed estremamente opinabile perché non esistono standard condivisi sui costi della mancata implementazione di misure di sicurezza. C’è un punto del rapporto su cui non sono d’accordo.

Quale?

Riguarda la Paris Call e l’assenza di indicazioni globali in materia di cybersecurity. In realtà, tutta la direttiva Nis europea mira proprio a creare sicurezza delle reti.

È in atto un braccio di ferro tecnologico tra superpotenze?

Il grande problema per gli Stati Uniti è che non sono più la prima potenza tecnologica al mondo. E questo spaventa Washington visto che esserlo è strettamente collegato all’essere anche il primo esercito al mondo. Il timore è di vedersi sfuggire questo primato.

La globalizzazione è rivelata una ghiotta opportunità per la Cina?

Con le supply chain sono riusciti ad arrivare ovunque. La globalizzazione è certamente vantaggio economico e politico. Ma per continuare a svilupparsi hanno anche l’opportunità di rivolgersi al mercato interno, almeno nel breve periodo. Un’opportunità che l’Europa, invece, non ha visto che il suo mercato è quasi totalmente saturo.

Che cosa potrebbe fare allora l’Europa?

L’Europa sta puntando sul piano normativo per sopperire alla mancanza idee e non potendosi staccare completamente dagli Stati Uniti su questioni come per esempio il cloud. Pensiamo a Gdpr e Gaia-X. Può essere la strategia può essere vincente visto che in questa fase i rapporti sono privi di regole che sono costruite dal legislatore ma anche delle best-practice, che oggi mancano.

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