La sfida degli investimenti riguarda tutti i Paesi, che si confrontano con il problema di rinnovare e innovare il loro parco infrastrutturale secondo le nuove modalità tecnologiche e, allo stesso tempo di assicurarsi uno sviluppo sostenibile. L’analisi di Pasquale Lucio Scandizzo, professore di politica economica all’Università di Tor Vergata e membro del Gruppo dei 20 – Revitalizing anaemic Europe

Negli anni 90, per una serie di circostanze ideologiche e politiche, i tentativi di pianificazione economica Italia, iniziati e condotti con un certo successo dagli anni del dopoguerra, hanno subito una brusca discontinuità. Progressivamente, i meccanismi di programmazione sono stati abbandonati, le strutture pubbliche e private ad essi dedicati sono state liquidate o depotenziate. Piani e progetti sono stati di fatto lasciati all’iniziativa frammentata di una decentralizzazione spinta, che ha relegato gli organismi centrali dello Stato e della Ue al ruolo di meri regolatori, attribuendo poteri di programmazione, progettazione e realizzazione ai governi locali e alle strutture private.

Questo processo di frammentazione delle decisioni di investimento è comune con altri Paesi ed è in gran parte uno dei “danni collaterali” della diffusione incontrollata delle cosiddette teorie, o piuttosto delle narrative, cosiddette neoliberali. Il fenomeno si è accompagnato con una sorta di damnatio memoriae dei tentativi e dei teorici della programmazione e con una tendenza generale, indicata in Inglese con il nome di “projectization”.

Questa ha riguardato tutte le azioni di sviluppo economico e ha teso a concentrare l’interesse dei finanziatori pubblici e privati sulle performance individuali di progetti interpretati come singole e autonome intraprese funzionali. L’esperienza della projectization degli ultimi 30 anni non è stata esaltante né in Italia, né altrove. Lungi dalla realizzazione più efficace e razionale di forme efficienti di capitale pubblico e privato, si è assistito a una proliferazione di piani senza progetti e progetti senza piani, a una riduzione degli investimenti netti e a una generale tendenza al declino della spesa produttiva in conto capitale.

La nuova enfasi sulla sostenibilità ha in parte origine proprio nell’ abbandono della programmazione e nella crisi della progettualità tradizionale. Essa ha però cause diverse e complesse e si origina soprattutto in una nuova e più estesa coscienza dell’ambiente naturale e di beni pubblici globali quali il clima e la salute. Questa esigenza tuttavia chiama in causa immediatamente un ritorno alle strategie, ai piani e ai programmi come componenti essenziali di una progettualità sostenibile.

La pianificazione economica consiste infatti nell’assicurare anzitutto le capacità organizzative che consentono ai progetti di dispiegarsi nell’ambiente in cui sono destinati ad incidere in modo sostenibile. Ciò richiede un contesto istituzionale in grado di determinare gli obiettivi da perseguire con i progetti, che assicuri la selezione dei progetti “giusti”, incentivi gli investimenti del settore privato in soluzioni sostenibili e promuova la sostenibilità dalla politica alla pianificazione fino agli appalti.

Le infrastrutture sono il banco di prova di questa nuova frontiera della politica economica come combinazione di piani e di progetti per diverse ragioni. In primo luogo, le infrastrutture, come intreccio cruciale di capitale fisico, umano e naturale, costituiscono il perno del capitale pubblico e della capacità produttiva di un paese. Storicamente, le infrastrutture nascono come grandi lavori pubblici, dominati dall’elemento ingegneristico strutturale, che ne esagera l’importanza della componente fisica e funzionale, anche per ragioni simbolico- politiche.

La preoccupazione con la sostenibilità dei regimi politici ha contribuito alla monumentalizzazione di molte delle infrastrutture del passato. Questa condizione, originariamente percepita come onerosa ma simbolicamente necessaria, ha assicurato durevolezza e funzionalità alle grandi opere pubbliche, anche molto al di là della sopravvivenza dei regimi stessi, attraverso il loro assorbimento nel patrimonio culturale delle comunità, dei paesi e, in molti casi, dell’umanità.

Negli ultimi decenni, questo aspetto monumentale si è andato via via perdendo in nome della funzionalità e della minimizzazione dei costi, e la proliferazione di infrastrutture di bassa qualità e insufficiente manutenzione ha contribuito ai processi di degradazione del capitale naturale rovinandone, per così dire, la reputazione. Questa forma di decadenza ha contribuito a creare un circolo vizioso di alienazione culturale, mancanza di supporto delle comunità, carenza di manutenzione e di rinnovo e progressivo degrado di tutte le forme di capitale coinvolte.

Sostenibilità è una parola che evoca una metafora negativa, quale quella di Atlante che appariva allo stesso tempo, formidabile e inadeguato a sostenere la terra. Essere sostenibile significa quindi contrastare in modo credibile il sospetto che le attività economiche attuali o da intraprendere (inclusi piani e progetti) possano non protrarsi oltre un certo limite temporale, se mancano di una adeguata base endogena di supporto, o se non possiedono una difesa sufficiente contro i pericoli che le insidiano dall’esterno. Sviluppo sostenibile ha sostituito altre parole d’ordine che richiamavano metafore di carattere positivo, quali, per esempio, crescita endogena, sviluppo accelerato, sviluppo equilibrato, ma che anch’esse evocavano pericoli di specifiche insostenibilità.

Sostenibilità ha sostituito o viene usato come correzione o complemento di altri requisiti quali la convenienza economica e finanziaria, l’equità, la produttività ecc.. Le ragioni di queste evoluzioni linguistiche possono essere tracciate a due fenomeni salienti di percezione collettiva: la perdita di capitale naturale e l’accelerazione del progresso tecnologico. Queste ragioni sono state entrambe drammatizzate dalla emergenza attuale, che ha mostrato come il degrado dell’ambiente possa manifestarsi come forme immediatamente aggressive e come, allo stesso tempo, il progresso tecnologico sia essenziale per contrastare questo degrado e per la nostra stessa sopravvivenza.

Per le infrastrutture questi due elementi sono entrambi di importanza estrema per diverse ragioni. Anzitutto, le infrastrutture non sono più dominate dalla componente fisica, ma soggette a una progressiva smaterializzazione. Questa riguarda non soltanto la natura digitale di quella che era una volta una componente materiale delle infrastrutture stesse, ma la crescente importanza delle connessioni immateriali come componenti essenziali della infrastruttura. Le componenti immateriali di Internet, per esempio, (per es. la crescente importanza dei servizi distribuiti da “cloud” ) stanno progressivamente sostituendo quelle dipendenti da singoli server o anche dipendenti da una o più particolari reti fisiche.

In secondo luogo, le componenti fisiche delle infrastrutture diventano sempre più integrate e dipendenti dalle componenti immateriali, al punto da esserne difficilmente distinguibili. Ciò vale in particolare per le cosiddette infrastrutture smart, ossia per opere di hardware capaci di fornire servizi in maniera flessibile in modo interattivo con utenze diverse, sfruttando meccanismi di feedback e di flessibilità funzionale per migliorare le loro prestazioni e la gamma di opzioni fornite alla collettività. In terzo luogo, in gran parte per questa diversa e crescente capacità della tecnologia di coniugare funzioni più varie e flessibili con lo stesso apparato fisico, le infrastrutture non sono più un mero supporto di attività ad esse esterne, quali il trasporto, il magazzinaggio o anche, come nel caso delle infrastrutture culturali, l’esposizione e la rappresentazione.

La natura “user based “ dei servizi digitali dà infatti la possibilità di disegnare nuove forme di interventi infrastrutturali che combinano interventi materiali e immateriali, minimizzandone gli effetti di alterazione del territorio, riprogrammandone gli spazi in modo da conservare o ricostituire il capitale naturale distrutto, e valorizzandone le emergenze culturali e naturali. In questo contesto, per infrastruttura sostenibile oggi deve intendersi una struttura funzionale integrata, che comprende pezzi di territorio attrezzato, e include strutture tradizionali quali i centri e le periferie urbane secondo nuove forme sostenibili di capitale pubblico e privato.

La sfida degli investimenti in infrastrutture riguarda quindi tutti i Paesi, che si confrontano con il problema di rinnovare e innovare il loro parco infrastrutturale secondo le nuove modalità tecnologiche e, allo stesso tempo di assicurarsi uno sviluppo sostenibile. La sfida è duplice e i Paesi e le regioni del mondo con una dotazione infrastrutturale più elevata confrontano paradossalmente le difficoltà maggiori, perché esse devono non solo rinnovare uno stock più ampio di capitale pubblico e privato, ma anche assicurarne una adeguata innovazione tecnologica. La immobilità fisica di molte delle infrastrutture già esistenti e la efficacia originaria delle tecnologie adottate per realizzarle potrebbero quindi essere remore, anziché vantaggi, nella corsa al rinnovamento che porrà le basi dei nuovi modelli di sviluppo.

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