Alcune riflessioni controcorrente sulla visita recentemente compiuta da Papa Francesco in Iraq. L’analisi di Vittorio Robiati Bendaud, coordinatore del Tribunale Rabbinico del centro Nord Italia, saggista e intellettuale da tempo impegnato nel dialogo inter-religioso.

Papa Francesco si è recato in Iraq e oggi da Washington Biden parla di un messaggio di speranza offerto al mondo intero. Le ricomposizioni eque e dignitose dei conflitti (le uniche possibili, perché siano credibili e durature) sono benedette, specie a fronte degli orrori patiti nel corso degli ultimi anni dalle popolazioni siriana e irachena, e da quelle antichissime Chiese in particolare.

Molto si è scritto e detto, con maggiore o minore proprietà (ma non è questa la sede per discorrere di ciò), del fatto che la liturgia di molti cristiani iracheni sia in aramaico, ovvero, in qualche modo, affratellata all’antica lingua parlata dagli ebrei in Giudea e Galilea all’epoca di Gesù di Nazareth. E, giustamente, questo dato così prezioso e forte ha commosso molte persone che leggono di queste vicende senza troppe, però necessarie, contestualizzazioni.

Una storia, quella delle antiche cristianità di Oriente, sofferta e devastata negli ultimi cento anni. Quando alcuni quotidiani, anche cattolici, parlano di convivenza antica tra cristiani e musulmani in quella regione, mi chiedo se, oltre al Genocidio Armeno (la cui “soluzione finale” avvenne proprio in quel deserto siro-iracheno, dove Daesh ha imperversato negli scorsi anni, profanando, -caso strano?-, anche i luoghi sacri di quella Memoria), si ricordino del coevo Genocidio patito dai cristiani assiri (ossia, esattamente, i cristiani iracheni), che ne falcidiò circa 800.000, di cui scrisse Joseph Yacoub nel suo devastante libro Qui s’en souvriendra? 1915: le génocide assyro-chaldéo-syriaque?.

E, sempre per ragionare su come è stata raccontata questa visita, s’impone un’ulteriore domanda cardine: che tipo di coesistenza è quella in cui chi ti denuncia a Daesh e ti volta le spalle o approfitta dei tuoi beni non è “solo” il tuo nemico esterno, il terrorista, bensì il tuo stesso vicino di casa? Perché anche questo hanno patito i cristiani d’Oriente, e ne ho avute varie testimonianze dirette. Sulla qualità di tale “convivenza” -quella che, cioè, è stata dissolta da Daesh e dalle varie forme di Islam politico- c’è davvero molto su cui interrogarsi, e forse questa è la questione centrale, la più spinosa e urgente, ancora oggi in attesa di risposte sensate, che non siano i soliti chili di melensa e ottundente retorica.

Non posso nemmeno tacere il fatto che due grandi rabbini europei, impegnati con grande coraggio e con grande rigore intellettuale e morale nel dialogo interreligioso, ben noti ai cristiani d’Occidente, ossia Giuseppe Laras e Jonathan Sacks, si spesero -talora non solo a parole- per i cristiani iracheni sotto attacco, ricevendo in cambio imbarazzato e persino infastidito silenzio dalla maggior parte delle autorità cristiane occidentali… Sono diretto testimone di questo per quanto riguardò il rabbino Laras. E questi due grandi uomini così si adoperarono nonostante queste Chiese (anche quelle tra esse in comunione con Roma) abbiano riti tutt’oggi infarciti di violenti riferimenti antigiudaici; si alimentino dell’antica simbologia teologica antiebraica della Patristica orientale; e, politicamente, siano state per almeno cento anni violentemente antisraeliane, non di rado più degli stessi musulmani arabi…

Ma vorrei parlare ora della visita del papa negli scorsi giorni in quanto ebreo, offrendovi qualche elemento di riflessione, che solleciti ulteriori domande.

Quando si parla di Baghdad, del bacino del Tigri e dell’Eufrate, nessun ebreo, che abbia coscienza della sua storia, della sua religione e della sua cultura, può sentirsi estraneo. L’ebraismo attuale si è plasmato anche in quella terra, e sensibilmente: il Talmùd, di cui troppi -anche ebrei- cianciano a sproposito, ebbe la sua stesura e redazione più estesa e completa nelle antiche accademie rabbiniche di Bavèl (Babilonia). Successivamente, fu lì che nacque, in lingua araba, il pensiero ebraico post-talmudico; fu sempre lì che si fissò il vigente rituale di preghiera; lì si depositò e organizzò la normativa rabbinica, in un suo snodo fondamentale, e lì si modulò, a contatto diretto con l’Islàm, la mistica ebraica, con reciproche e potenti influenze, pur essendo gli ebrei assoggettati a uno statuto di subalternità, non diversamente dai cristiani.

Dopo un devastante pogrom antiebraico nel ’41 -il Farhud (taciuto da tutti in questi giorni), con quasi 200 morti e oltre mille feriti- e successivamente alla nascita di Israele, quei territori sono divenuti completamente judenrein. Non c’è più un ebreo, con la cancellazione di millenni e millenni di una storia arretrante fino ad Abramo (Per inciso, mi piace ricordare che, per molti decenni, la leadership sefardita del Rabbinato centrale di Israele fu proprio detenuta da rabbini iracheni, amanti della lingua araba).

Che non sia troppo dissimile, per sorti patite, da quanto accaduto ai cristiani, in particolare -ma non solo- negli ultimi terribili cinque anni? E, se sì, perché non ricordarlo, assieme a quei musulmani disposti a farlo, facendo valere cultura, buon senso, onestà, storia, fede ed etica rispetto a tanti maneggi? E, ancora, perché, in un clima avviato di dialogo ebraico-cristiano, il papa non si è fatto interprete anche di ciò, di fronte alle autorità islamiche, lui facitore di ponti, pontefix, che insiste -certamente non a torto!- per un re-incontro delle tre fedi: perché due pesi e due misure, specie su questioni tanto delicate?

Un re-incontro serio e costruttivo in quell’area (ma non solo) può avvenire solo con i tre soggetti, a loro volta variegati al loro interno, riconosciuti e ascoltati nella loro autonomia e dignità; se ne manca uno c’è da temere. Si fanno incontri interreligiosi ormai ovunque nel mondo, anche in altre zone molto “calde”: lascia quantomeno stupiti e amareggiati che, proprio lì, con tale forte evocazione simbolica e a fronte di una così devastante contemporaneità, non sia stato possibile (e non vi siano evidentemente state sufficienti garanzie) renderlo tale!

Che senso ha parlare di ebrei, cristiani e musulmani nei discorsi sulla pace in nome di Abramo nei luoghi da cui il Patriarca si mosse, quando di ebrei viventi e reali non ce n’era manco uno; l’incontro a Ur si è tenuto di Shabbat (quando gli ebrei non avrebbero potuto partecipare) e quando sul fatto che Abramo fu anzitutto ebreo -e dunque “sia nato” con le Scritture ebraiche- c’è stato silenzio incredibile e assordante, anche da parte cristiana?

La storia ci ha insegnato quanto sia subdola, ostinata e radicale la violenza insita nella negazione. Ecco, ho riscontrato molto e inquietante “negazionismo”, purtroppo. Questo, specialmente, quando qualche interprete malevolo adesso presenta questo incontro come “la vera pace di Abramo” -un incontro dove gli ebrei NON c’erano e sono stati solo incidentalmente nominati- contrapponendolo, così, agli “accordi di Abramo”. È chiara la longa manu iranica (con tutto quel che ne consegue e con tutto quello che gli ayatollah perpetrano da decenni al popolo persiano, oltre alle loro ossessioni genocidarie nei riguardi di Israele), anche perché, altrimenti, purtroppo, sarebbe stato ben difficile che l’incontro potesse avvenire in sicurezza…

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