Dopo il caso australiano, lo scontro tra gruppi editoriali e grandi compagnie tecnologiche si espande al resto del mondo. I regolatori si muovono sullo sfondo di accordi bilaterali. Ecco come cambia il rapporto tra i giganti del web e i creatori di contenuti

Il caso australiano è stato uno spartiacque per l’economia digitale. Ora Big Tech è obbligata a stringere accordi con i gruppi editoriali australiani per pagare le notizie che transitano sulle piattaforme digitali (o affidarsi a un sistema di arbitraggio in caso di controversia), secondo una nuova legge varata settimana scorsa. Altri hanno seguito la vicenda con la massima attenzione: Regno Unito, Germania, Francia, Canada, Argentina, Brasile, Stati Uniti e Unione europea stanno preparando (o hanno già adottato) misure equivalenti.

Non è stata una passeggiata. Facebook e Google si sono scontrate duramente con Canberra: la prima aveva minacciato di bloccare i suoi servizi, la seconda aveva promesso di non mostrare più notizie australiane sul suo feed. Al niet del governo, Google ha ceduto e ha iniziato a stringere accordi con gli editori. Facebook invece ha puntato i piedi: per una settimana ha oscurato notizie, pagine editoriali e perfino profili governativi, attirandosi il biasimo degli australiani e non. Dopo aver strappato qualche concessione, anche Big F ha ceduto.

Ora che altri governi si stanno armando per seguire l’esempio australiano, Facebook e Google giocano d’anticipo. Le loro risposte (già operative in alcuni Paesi) si chiamano Facebook News e Google News Showcase, degli spazi separati sulle rispettive piattaforme dove mostrare (e pagare) le notizie, un po’ come MSN (Microsoft) e Yahoo News. Per farlo stanno stringendo accordi bilaterali con i gruppi editoriali (Google, ad esempio, ne ha già firmati 500 in giro per il mondo), anche se non tutti ci stanno.

Le dimensioni dei gruppi editoriali sono un punto di contrasto: se un colosso come News Corp di Rupert Murdoch può permettersi di contrattare agevolmente con Big Tech, in virtù della sua imponenza, i gruppi editoriali minori partono svantaggiati. Se questi non riuscissero ad accordarsi con le piattaforme rischierebbero anche di finire più in basso nel loro ranking, o addirittura non apparirci proprio, perdendo la già limitata visibilità di cui godono.

Negli Stati Uniti, USA Today (di proprietà del gruppo Gannett) sta premendo perché il Congresso passi un’eccezione alle regole antitrust per permettere ai gruppi editoriali di contrattare insieme. “Alla fine, ottenere il giusto riconoscimento del valore della qualità e dell’originalità del giornalismo prodotto è ciò che conta di più”, ha detto Maribel Wadsworth, presidente di USA Today, a Digiday. La stessa testata riporta anche il commento di David Spiegel, vicepresidente dei ricavi digitali del California Times Group, che crede nella libertà (e non l’imposizione) dei gruppi di formare unioni o agire indipendentemente l’uno dall’altro. Google, invece, preferirebbe contratti bilaterali.

In Europa, invece, il gioco è differente. Il gruppo editoriale tedesco Axel Springer, che possiede Die Welt, Bild e il Business Insider, si è rifiutato di stringere un accordo con Facebook a causa della “remunerazione inadeguata” offerta dalla piattaforma. Perciò la versione tedesca di Facebook News non ospiterà i contenuti del gruppo. Ma Axel Springer aspetta al varco: il gruppo ha riposto fiducia nell’implementazione di “un copyright europeo in cui tutti gli editori possono partecipare in trasparenza e ricevere compensi ragionevoli”.

Effettivamente le nuove norme europee sul copyright, che dovranno essere implementata a livello nazionale entro il 7 luglio, garantiscono la protezioni dei creatori di contenuti in maniera più generale. In pratica le piattaforme digitali saranno obbligate a stipulare contratti singoli per ottenere il permesso di usufruire dei contenuti di musicisti, performer, autori, editori e giornalisti.

Google si sta mostrando più cauto nella partita regolatoria tra i governi e le aziende. Di recente ha rinnovato la richiesta per un modello di tassazione internazionale, dove la battaglia media-Big Tech è solo la punta dell’iceberg. Facebook, invece, ha optato per la linea dura: in Australia come in Germania, il gigante sembra voler proiettare la sua forza per massimizzare le concessioni. Nel frattempo, il forum G20 a guida italiana pare essere il luogo migliore in cui dialogare.

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