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Il blocco di Suez tra sicurezza, energia e clima. Le connessioni spiegate da Mastrojeni

Conversazione con Grammenos Mastrojeni, vice segretario dell’Unione per il Mediterraneo, che da trent’anni studia il legame tra ambiente, sicurezza, pace e coesione umana. Il blocco (ormai sbloccato) di Suez? “Il modello tradizionale di globalizzazione racchiude pericolose fragilità”. Il legame tra cambiamento climatico e guerra? “È complesso, a volte contro-intuitivo, ma reale”

“Mostrando l’estremo valore attuale della rotta mediterranea, l’incidente di Suez deve allertarci su come la crisi climatica stia rimescolando profondamente interessi ed equilibri”. Parola di Grammenos Mastrojeni, diplomatico, vice segretario dell’Unione per il Mediterraneo, con sede a Barcellona, da trent’anni impegnato nello studio di tematiche ambientali, autore di molteplici pubblicazioni dedicata al legame tra cambiamento climatico, coesione umana, pace e sicurezza. Lo abbiamo raggiunto a margine della conferenza Energy Strategies, organizzata dalla Nato Defense College Foundation, che la scorsa settimana ha riunito esperti e addetti ai lavori per una due-giorni dedicata alla sicurezza energetica nel Mediterraneo.

Il blocco del canale di Suez ha fatto intendere anche al grande pubblico il forte legame tra vie di comunicazione, sicurezza energetica e stabilità economica. Cosa ci sta insegnando l’accaduto?

Che, assieme a diversi vantaggi, il modello tradizionale di globalizzazione racchiude pericolose fragilità: l’illusione settoriale di specializzazioni ed economie di scala ha polarizzato molte produzioni, rendendo il continuo scambio essenziale; ma quando se ne inceppano le vie, è tutto il sistema a risentirne.

Come superare tale modello?

Una correzione è possibile nel segno della sostenibilità, che chiede a ogni territorio di esprimere il proprio potenziale e la propria specialità fondando un’interdipendenza diversa, di ricchezze a confronto invece di soggezioni reciproche. E ciò vale anche nell’energia: rinnovabile vuol dire energia interconnessa, ma che restituisce sovranità energetica – e con essa riequilibrio economico e della ricchezza – a tutti i territori, ciascuno secondo il proprio potenziale; ne deriva oltretutto un consolidamento dello scenario di sicurezza. All’opposto, l’incidente di Suez, mostrando l’estremo valore attuale della rotta mediterranea, deve anche allertarci su come la crisi climatica stia rimescolando profondamente interessi ed equilibri. Oggi è un disastro economico, ma se la fusione dei ghiacci apre stabilmente alla navigazione le rotte artiche (i passaggi a nord-est e nord-ovest), il Canale e l’intera infrastruttura navale mediterranea perderanno gran parte del loro valore.

Cosa manca per realizzare un mercato dell’energia euro-mediterraneo integrato?

I “basics” ci sono tutti. Sia nella produzione, sia nella distribuzione e consumo, avremmo tutti gli interessi a interconnetterci: più efficienza e più reddito, direttamente entro il settore energetico, e indirettamente con le spinte allo sviluppo più diffuso che ne derivano. Oltre il puro mercato, nemmeno una transizione rinnovabile è possibile a compartimenti stagni: le fonti rinnovabili del sud sono sufficientemente stabili solo se si innestano sul “back up” di reti tradizionali interconnesse su scala sovranazionale entro il sud. La sovra-capacità solare potenziale del sud, d’altro canto, trova mercato soprattutto nel nord e, specularmente, il nord non può raggiungere gli ambiziosi obbiettivi del Green Deal senza il potenziale del sud in energie rinnovabili.

Allora cosa manca?

Rassicurare alcuni operatori che la perdita dei domini riservati su cui hanno strutturato il loro modello sarà più che compensata dai vantaggi dell’apertura, e accompagnarli nella transizione che implica fasi di fragilità se compiuta solo esponendosi al mercato. Ne varrebbe la pena.

Interconnessioni energetiche tra le varie sponde del Mediterraneo possono aumentare la sicurezza del bacino oppure aggiungere elementi di instabilità?

Per quanto mi scervelli, non vedo come l’interconnessione possa indurre instabilità; a meno che non la si realizzi come un miope progetto di soggezione neocolonialista, ma mi pare una prospettiva superata dai tempi. A parte gli aspetti etici e politici, è la stessa scienza economica attualizzata a suggerire che, se la regola del gioco produce vincitori e vinti, allora le operazioni sono comunque destinate a far perdere tutti alla fine.

Quale è il legame tra cambiamento climatico, pace e guerra?

È complesso, a volte contro-intuitivo, ma è reale. Il clima più energetico di un pianeta che introita senza dissipare l’equivalente dell’esplosione di 400mila bombe di Hiroshima al giorno (questo è l’effetto serra) è disordinato e violento. Così sopprime o disloca alcune risorse per cui si può combattere, e il caso più evidente è l’acqua. Ma l’effetto più grave (e meno spiegato) è che questo clima imprevedibile “randomizza” i servizi dell’ecosistema, ovvero ne altera i cicli e i ritmi. Per quanto ci illudiamo di essere tecnologicamente superiori a fattori come piovosità o innevamento, tutte le società e le produzioni sono ancora strutturate sulla loro ciclica prevedibilità. Quest’ultima sta sparendo, e dunque società e produzioni ne risultano destabilizzate.

Quindi, il cambiamento climatico come causa dei conflitti?

Non è detto. Questi impatti toccano già oggi praticamente tutti, ma vi sono Paesi con maggiori riserve o reti di salvaguardia che assorbono gli shock, a fronte di comunità più fragili che invece già vacillano. In questo senso, per il momento, la crisi climatica opera come “acceleratore” piuttosto che causa autonoma di conflitti. Destabilizza ulteriormente situazioni di fragilità o tensione preesistente. Così, ad esempio, la siccità ha contribuito alla destabilizzazione siriana, ma in un groviglio indistinguibile dalle sue altre cause.

Anche la Nato sta incrementando la sua attenzione alle sfide ambientali e al cambiamento climatico. Quale contributo può arrivare secondo lei dall’Alleanza Atlantica in tali ambiti?

In realtà, l’allerta sul nesso clima-conflitti non è nato nei circoli ambientalisti, bensì in ambienti militari. La Nato, con le sue ultradecennali riflessioni sulle “minacce non convenzionali”, ha catalizzato ricerche e proiezioni del Pentagono, della Marina britannica e di vari think tank, ad ampio spettro. Dall’Artico che si fonde all’innalzamento dei mari, dalla salinizzazione dei delta alle diminuzioni di produttività agricola, tali impatti sono ormai considerati nella pianificazione di sicurezza. E anche oltre i singoli impatti, scorgiamo in certe innovazioni strategiche e riequilibri di priorità generali la preoccupazione per certi scenari climatici possibili.

Ci spieghi meglio.

Se, da un lato, come tutti, la Nato si prepara a una fase patologica che speriamo di evitare (i nuovi potenziali conflitti), dall’altro, anche come organizzazione militare, fa i conti con la grande lezione del degrado ambientale: siamo tutti su un’unica “astronave Terra”, ove l’interesse comune coincide con il mio, ove è meglio aiutare tutti a non soccombere che fare i conti con le conseguenze della rovina altrui. Non credo di sognare, se preconizzo un’Alleanza che interpreta sempre più il proprio ruolo di sicurezza come un ruolo di soccorso e assistenza, per mantenere tutti capaci di proteggere la salute del proprio territorio, per il bene proprio e di tutta la Casa comune, invece che costretti a depredare le poche risorse rimaste per la rovina propria e di tutto l’ecosistema che ci dà la vita.

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