Gli Stati Uniti vogliono ricondurre Erdogan nell’area euroatlantica ma non faranno sconti sui diritti umani. Il Sultano è in difficoltà sul fronte interno e vacilla. L’Italia di Draghi può e deve muoversi da attore trainante. L’analisi di Dario Cristiani, fellow Istituto affari internazionali/German Marshall Fund of the United States

Che piaccia o meno, la Turchia e il suo leader, Recep Tayyep Erdogan, restano attori imprescindibili del quadrante mediterraneo e anche di dinamiche ben più ampie, data l’influenza che la Turchia è riuscita a sviluppare in questi decenni in altre aree del mondo.

Cha piaccia o meno, le azioni e soprattutto l’efficacia militare della Turchia in Libia e nel Caucaso hanno accresciuto, e non danneggiato, il prestigio e l’importanza di Ankara agli occhi di molti attori regionali e anche della Nato. In realtà, anche agli occhi dell’alleato americano che, nonostante tutti i problemi, vuole mantenere Ankara ben salda all’interno del perimetro della fedeltà atlantica e tenerla lontana da eventuali tentazioni russe.

Tentazioni eterodosse, a vedere la storia della Turchia che con i russi ha sempre fatto fatica ad andare d’accordo, ma gli ultimi anni hanno dimostrato che necessità tattiche e questioni di interesse immediato – la Siria, il fallito colpo di stato in Turchia, la Libia – sono riuscite a spingere Erdoğan a rafforzare i rapporti con Putin.

Certo, siamo ancora nell’alveo di una convergenza tattica. Neanche la vendita degli S-400 alla Turchia ha fatto fare il salto di qualità a questa relazione. Come mi disse qualche tempo addietro un bravissimo analista turco, “questa convergenza diventerà strategica solo se vedremo Erdoğan e Putin stringersi la mano ad Odessa (n.d. in Crimea)” una delle spine nel fianco storiche, per ragioni strategiche e simboliche, nel rapporto tra turchi e russi. Ciò difficilmente accadrà.

Però, nonostante tutto, per gli americani questa relazione resta problematica. Dati i problemi che sono in arrivo tra Washington e Ankara, probabilmente dovranno essere gli europei a farsi carico del fardello di tenere la Turchia ancorata al perimetro atlantico.

Gli Stati Uniti non vogliono perdere la Turchia ma allo stesso tempo l’amministrazione Biden si sta muovendo su un crinale che inevitabilmente acuirà le tensioni con Ankara: dalle tensioni rispetto alla deriva autoritaria di Erdoğan che rischia di scontrarsi con la ritrovata spinta americana su rispetto di democrazia e diritti umani, alla spinosa questione del procedimento giudiziario e le sanzioni verso Halkbank, dalla continua cooperazione in Siria con le forze dell’YPG alla presenza del controverso predicatore Islamista e fomentatore del fallito colpo del 2016 Fetullah Gülen (che continua a vivere in Pennsylvania).

Tutti questi si acuiranno inevitabilmente ulteriormente se è vero come è vero che l’Amministrazione Biden si prepara a riconoscere ufficialmente il genocidio degli Armeni come annunciato da più parti in aprile.

A questo quadro va ad aggiungersi la crescente debolezza interna di Erdoğan, che lo rende ancora più imprevedibile. Erdoğan resta un personaggio altamente polarizzante, e la Turchia è divisa a metà tra chi lo adora e chi lo odia.

Il problema, però, è che negli ultimi anni questi ultimi sono in crescita, per svariati motivi: i problemi economici hanno distrutto la narrativa di Erdoğan campione della crescita economica, cosa che aveva garantito ininterrottamente fino al 2013; i giovani ora in età di voto nati all’inizio degli anni 2000 hanno conosciuto solo Erdoğan come leader, e quindi hanno un approccio molto diverso da quello dei loro genitori e nonni che hanno portato Erdoğan al potere e sono estremante critici del potere erdoganiano; la deriva ipernazionalista di Erdoğan causata dall’alleanza necessaria per mantenere una maggioranza parlamentare con il Milliyetçi Hareket Partisi (MHP) di Devlet Bahçeli, e una delle cause principale della radicalizzazione nazionalista dell’approccio erdoganiano, che ha portato molti elettori storici dell’AKP ad allontanarsi.

La vittoria delle opposizioni delle elezioni municipali del 2019 in cui l’AKP ha perso varie città, tra cui Ankara e Istanbul – dove tutto iniziò con la vittoria di Erdoğan e di İbrahim Melih Gökçek nel 1994 – e stata la rappresentazione dell’inizio di questo declino. Al quale Erdoğan risponde come sempre nello stesso modo: rilanciando. Il crescente autoritarismo, la riconversione di Santa Sofia; l’abbandono della Convenzione di Istanbul; le minacce velate di abrogare la Convenzione di Montreaux, rispondono tutte alla stessa logica, e denotano debolezza travestita da forza.

Alcuni potrebbero essere tentati, anche in Europa, di mettere la Turchia ed Erdoğan nell’angolo sfruttando tale debolezza. Ma ciò sarebbe sbagliato, e rischierebbe di essere controproducente. L’Europa deve, invece, cercare di trovare un modus vivendi per non perdere definitivamente la Turchia. In questo modo, potrebbe rafforzare anche agli occhi di Washington il proprio valore strategico, dimostrando che una crescente autonomia strategica è complementare agli interessi dell’alleato americano e gli europei sono capaci d’intervenire laddove gli americani non vogliono e non possono.

In questo quadro, l’Italia può e deve muoversi da attore trainante, perché’ ha la capacità, le relazioni adatte e il peso specifico, rispetto alla Turchia, per rappresentare l’ancora euro-atlantica di Ankara.

L’Italia è il secondo partner commerciale europeo della Turchia dopo la Germania e tra i primi cinque a livello mondiale. Storicamente, i due paesi hanno un alto livello di complementarità economica che ha reso i due paesi “indispensabili l’uno per l’altro”.  Cosa ben più importante, però, è che Roma sia in netta ascesa tra i partner economici Ankara : nel 2020, l’Italia ha rappresentato il principale investitore estero in Turchia, con investimenti per 970 milioni di dollari, seguita dagli Stati Uniti con 769 milioni.

A differenza della Germania, però, l’Italia non ha le tante e numerose comunità turche sul territorio nazionale, che in passato hanno rappresentato un elemento di tensione tra Ankara e Berlino. Quindi, ha più libertà di azione. Inoltre, l’Italia è il perno del corridoio logistico che collega la Turchia all’Africa del Nord, passando per il posto di Taranto fino ai porti tunisini di Bizerte e Sfax, e che sta sviluppando una complementarietà importante che può essere sfruttata per rafforzare questo corridoio economico Euro-Afro-Asiatico qualora le infrastrutture interne per rafforzare i collegamenti tra Africa interna e la costa mediterranea, ma anche Taranto con i mercati dell’Europa centrale, dovessero essere sviluppati.

La Turchia ha avuto molti problemi, negli ultimi anni, con paesi come la Francia, la Grecia e Cipro. L’Italia può, e già lo sta facendo, giocare un ruolo di mediatore tra questi paesi ed Ankara. In particolare, il riavvicinamento alla Francia, può aiutare in questo senso. Lanciato dai ministri Amendola e Guerini nel precedente governo (la pandemia ha rimosso queste cose dalla memoria collettiva, ma l’ultimo summit diplomatico di alto livello prima dell’esplosione della crisi fu il bilaterale italo-francese di Febbraio 2020) sta ora trovando nuova linfa dalla crescente convergenza di vedute tra Mario Draghi e Emmanuel Macron non necessariamente sull’autonomia strategica – su cui i dettagli forse divergono tra complementarietà atlantica favorita da Roma e l’autonomia europea dura e pura sostenuta da Parigi – ma su una più ampia “autonomia sovrana”  che debba restituire all’Europa capacità non solo politiche e militare, ma anche economiche e tecnologiche, per non essere alla merce’ degli altri. E la Francia negli ultimi mesi ha di molto abbassato i toni rispetto alle relazioni con Ankara. Probabilmente, anche vedendo come Roma e Parigi si muovono sempre di più all’unisono rispetto alla Libia, questo riavvicinamento italo-francese ha avuto risultati positivi anche sulla Turchia.

Infine, l’Italia ha interesse a rafforzare la cooperazione con la Turchia data l’influenza crescente che Ankara ha in Libia e in Azerbaijan, due paesi perno della proiezione italiana nel Mediterraneo e nel Caucaso. Roma ha quindi una serie di opzioni che altri non hanno da sfruttare e che possono permetterle di salvare non solo le relazioni tra Europa e Turchia, ma anche di salvaguardare la presenza turca nel perimetro dell’Alleanza Atlantica. Sfruttarle darebbe anche la possibilità all’Italia di presentarsi come interlocutore affidabile, funzionale e imprescindibile per la ridefinizione del ruolo americano nel Mediterraneo.

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