Erasmo D’Angelis legge l’audizione del ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, primo ministro della green new wave, al quale Mario Draghi ha affidato con chiarezza la guida della svolta verde italiana e un pacchetto di risorse mai visto del Next Generation Eu da 191,5 miliardi di euro

Roberto Cingolani, fisico e padre della robotica all’IIT di Genova, guida il nuovissimo Ministero della Transizione Ecologica – acronimo MiTE – che ha appena sostituito il Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare. Sarebbe in teoria il nostro ventunesimo ministro dell’Ambiente, ma in realtà è il primo ministro della green new wave, al quale Mario Draghi ha affidato con chiarezza la guida della svolta verde italiana e un pacchetto di risorse mai visto del Next Generation Eu da 191,5 miliardi di euro dei quali 69 a fondo perduto e 68,5 nella transizione ecologica.

È la nostra grande impresa, urgente e necessaria, che deve innanzitutto fare i conti con il primo degli scogli da superare: rianimare e rimotivare un corpaccione ministeriale con grandi passioni, professionalità e competenze ma alquanto disilluso e sfiduciato.

Da tempo la macchina amministrativa dell’Ambiente versa in condizioni da pronto soccorso, con problemi irrisolti da due decenni (uno su tutto quello del personale della società in house Sogesid), lasciato dalla politica nella serie B e fuori dai radar dei ministeri di prima linea nonostante le innumerevoli emergenze ambientali e i grandi rischi naturali che fanno vittime, danni e tanto debito pubblico. Il mare di competenze del MiTE e gli impegni nazionali non ammettono ritardi e blocchi o settori rimasti fin troppo ai margini come i cantieri del dissesto idrogeologico. Insomma, se non gira a mille anche quella macchina amministrativa il nostro green new deal resta al palo.

Quello dell’Ambiente è uno dei ministeri più giovani e carichi di responsabilità della Repubblica. Sostituì nel 1983 nel Governo Craxi I, il Dipartimento per l’Ecologia incardinato presso la Presidenza del Consiglio dei ministri con il liberale Alfredo Biondi nominato “Ministro senza portafoglio per l’Ecologia”. Fu allora uno choc salutare nel Paese senza regole, di inquinatori incalliti, patria europea degli abusi che dagli Cinquanta del Novecento hanno devastato parte del meraviglioso paesaggio italiano con un’epopea di occupazione di suoli e abusivismo edilizio sanato con tre condoni che ha visto tirar su costruzioni di ogni tipologia anche su aree franose e allagabili triplicando, nel lampo di soli sette decenni, il costruito di duemila e passa anni precedenti: dal 2,9% di territorio edificato pre-1950 all’8,3% di oggi.

Oggi il ministero nuovo di zecca è in piena fase di riorganizzazione. Ha spiegato il ministro Cingolani, nel corso della prima audizione alle commissioni congiunte di Camera e Senato, che è centrata su tre distinti focus, con compiti affidati a tre distinti dipartimenti che hanno l’obiettivo comune di fronteggiare e risanare la voragine del “debito ambientale” accumulato negli anni dall’Italia. Impresa doverosa ma per nulla semplice, che richiede politiche integrate e velocità nel recuperare il terreno perduto.

Il MiTE si muoverà dunque su tre asset: tutela della natura, del territorio e del mare; transizione ecologica; sfida climatica e sfida energetica. Cingolani, scienziato ma uomo d’impresa e di tecnologie applicate, sa meglio di tutti che la prima sfida è quella di un nuovo metodo di lavoro con l’impronta “della complementarità e dell’interconnessione”, anche con le strategiche competenze in materia di energia in arrivo dallo Sviluppo Economico.

Il primo salto di qualità nella sfida ambientale è imporre una regoletta apparentemente scontata ma alquanto elusa nella nostra pubblica amministrazione a tutti i livelli: abbattere le troppe casematte che non comunicano, le condizioni che hanno creato separati in edifici o uffici ministeriali, ognuno nel proprio orticello e negli spazi invalicabili di direzioni e uffici.

Sono compiti da non dormirci la notte, se pensiamo agli ambiti di intervento e alle competenze del ministero per la sola grande questione energetica, come elenca Cingolani, “…autorizzazione di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili, anche ubicati in mare, di sicurezza nucleare e di disciplina dei sistemi di stoccaggio del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi, nonché in materia di agro-energie, la competenza sui piani e sulle misure in materia di combustibili alternativi e delle relative reti e strutture di distribuzione per la ricarica dei veicoli elettrici, sulla qualità dell’aria, sulle politiche di contrasto ai cambiamenti climatici e per la finanza climatica e sostenibile e il risparmio ambientale, anche attraverso tecnologie per la riduzione delle emissioni dei gas a effetto serra, i compiti di pianificazione in materia di emissioni nei diversi settori dell’attività economica, ivi compreso il settore dei trasporti”.

Il ministro ha chiarito che sarà definito il “Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee” entro il termine del prossimo 30 settembre, e che verranno smaltiti gli arretrati e velocizzate le valutazioni ambientali dei progetti, evitando l’accumulo di pratiche che dilatano enormemente le tempistiche per avviare i cantieri italiani. Un tema, questo, “su cui, giustamente, si registra una crescente attenzione da parte dell’opinione pubblica, oltre che degli investitori privati e della stessa Unione europea, è rappresentato dai tempi del permitting.

I tempi, cioè, che intercorrono tra la richiesta di valutazione ambientale di un investimento e il rilascio dei titoli necessari a poter ‘aprire il cantiere’. Delle 610 istanze pervenute, risultano lavorate 577 (il 95% circa), mentre sono in corso di esame di verifica di procedibilità quelle recentemente pervenute (33)”. Va smaltito un arretrato clamoroso e nel frattempo occorre “un enorme sforzo per riavviare il sistema di procedure amministrative e di assetti regolatori che traduca le risorse economiche del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza in progetti concreti”.

Va favorita la costruzione di nuovi impianti green poiché, spiega ancora, “di recente, in Spagna la domanda relativa agli impianti eolici è stata tre volte superiore all’offerta, mentre in Italia è stata aggiudicata meno di un quarto della capacità messa a gara”. Puntare sui biocarburanti e sull’elettrico significa “promozione dei biocarburanti, del bio-metano e dell’idrogeno con uno specifico riferimento all’ambito dei trasporti, puntare decisamente sulla mobilità elettrica sviluppando una tecnologia degli accumuli che permetta di costruire una filiera nazionale delle batterie”.

E in effetti la nostra industria delle rinnovabili potrebbe sostenere e agganciare facilmente la e-mobility revolution, con il salto verso la conversione dei trasporti pubblici e privati urbani in chiave green e la forte spinta per bus elettrici, automotive e potenziamento di punti di ricarica.

È un programma di emergenza per un governo di emergenza in una fase di emergenza. Ma è questo il momento di provarci, e senza auto-flagellarci troppo. Sole, acqua, vento, geotermia, idrogeno sono i vettori energetici del futuro già presenti nel nostro Paese sia nella ricerca che nelle applicazioni. L’energia pulita già oggi garantisce la copertura stabile del 43% del fabbisogno nazionale di elettricità con fonti rinnovabili, grazie a incentivi a famiglie e imprese e alla svolta di Enel.

L’abbandono delle energie fossili può essere il più veloce possibile e va confermato il termine del 2025 dell’addio al carbone (poco più del 10% del fabbisogno elettrico) che resta però vincolato ai tempi burocratici e tecnici delle procedure e delle autorizzazioni degli investimenti nelle rinnovabili, così come la più graduale ma inevitabile riduzione dell’utilizzo del petrolio, con l’utilizzo del metano come carburante di transizione. Il trend è questo, o si accelera e tutti corrono nella stessa direzione o il bye bye alle tecnologie obsolete e inquinanti e la spinta alla strategia climatica europea saranno una corsa a ostacoli sempre più alti. Abbiamo obblighi europei stringenti e va concretizzata la transizione ecologica raggiungendo i target climatici fissati dall’Unione: meno 55% di emissioni killer nel 2030 ridotte a zero nel 2050.

La partita è largamente nelle mani di Cingolani, che può farcela e che presiede anche il “Comitato interministeriale per il coordinamento delle attività concernenti la transizione ecologica”, con Sviluppo economico (Giancarlo Giorgetti), mobilità e Infrastrutture sostenibili (Enrico Giovannini), Agricoltura (Stefano Patuanelli) e Transizione digitale (Vittorio Colao). È il pilastro centrale del colossale investimento del NGUE, a patto di ridurre tempi morti nelle procedure formali, lentezze burocratiche estenuanti, colli di bottiglia dove si bloccano gli investimenti che creano nuove imprese, occupazione e vantaggi industriale e tecnologico. Dopo tante battaglie e tantissime illusioni chissà, l’Italia potrebbe sorprendere ancora.

 

VIDEO – L’AUDIZIONE INTEGRALE:

https://webtv.camera.it/evento/17727

 

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