Il sindaco di Milano ha deciso di aderire ai Verdi europei. Qual è la loro politica estera? Non sono più quegli degli anni Ottanta, il cui antimilitarismo era inviso agli Usa, anzi…

Nell’ultima settimana due fatti hanno riacceso i riflettori sui Verdi. Il primo è la svolta green di Beppe Sala, sindaco di Milano, che in un’intervista a Repubblica ha annunciato: “Ho deciso, aderisco ai Verdi europei”. Una scelta di campo che potrebbe cambiare la politica milanese – e non solo – decisa a pochi mesi dalle elezioni amministrative in autunno. Alle quali, dunque, Sala si presenterà green dopo cinque anni da sindaco indipendente. Il secondo è rappresentato dalle elezioni in due land tedeschi, Baden-Württemberg e Renania-Palatinato, alle quale i Verdi si sono presentati in forte ascesa.

Due fatti che si possono riassumere in uno scenario: quello che vede i Verdi tedeschi, il motore dei Verdi europei, ora saldamente secondo partito in Germania, che con grande probabilità saranno al governo con l’Unione Cdu/Csu dopo le elezioni di settembre, quelle che celebreranno l’uscita del palcoscenico politico della cancelliera Angela Merkel. E così, le dinamiche attuali nel Baden-Württemberg, con Winfried Kretschmann governatore alla guida di una colazione verde-nera, sembrano destinate a proporsi anche a livello nazionale in autunno.

Ma qual è la politica estera dei Verdi europei? Per rispondere a questo interrogativo può essere utile analizzare due elementi: le posizioni del loro portavoce in politica estera, il vulcanico Reinhard Bütikofer, e le ultime mosse dei Verdi tedeschi, che possono vantare ottimi rapporti con gli Stati Uniti, in particolare con il Partito democratico di Joe Biden ma anche con alcuni ambienti repubblicani.

Bütikofer, che guida la delegazione del Parlamento europeo per le relazioni con la Cina, ha dimostrato il suo euro-atlantismo in diverse dichiarazioni e interviste (tra cui, recentemente, due con Formiche.net: una sulla disinformazione cinese e un’altra sul contestato accordo sugli investimenti tra Unione europea e Cina). Ha criticato più volte il gasdotto Nord Stream 2, destinato a collegare Russia e Germania. Non ha lesinato critiche neppure al colosso automobilistico Volkswagen, che ha una fabbrica nello Xinjiang, regione in cui il regime cinese manda ai lavori forzati gli uiguri: “È un’azienda senza alcuna coscienza”, aveva detto.

Inoltre, è membro dell’Inter-Parliamentary Alliance on China, una coalizione che sostiene “l’adozione di una postura più rigida verso il Partito comunista cinese” attraverso strategie collettive. L’obiettivo: “riformare l’approccio dei Paesi democratici alla Cina”. All’annuncio della nascita di questo gruppo, Chen Weihua, il corrispondente da Bruxelles dell’organo di Pechino China Daily che su Twitter ne ha per tutti i critici del governo cinese, ha parlato di “un gruppo di pagliacci guidati da Little Marco”, riprendendo l’appellativo che il presidente statunitense Donald Trump aveva affiliato al suo allora sfidante Marco Rubio, che è a capo dell’iniziativa. Una provocazione a cui Bütikofer aveva replicato così: “Pagliacci? Oh, sono certo che ti piacerà lo spettacolo”, con tanto di faccina con la linguaccia.

Per analizzare, invece, la politica estera dei Verdi tedeschi si può partire da quanto dichiarato da Alexandra Geese, europarlamentare tedesca, che nei giorni scorsi ha accolto con favore la scelta di Sala in un’intervista con Formiche.net. In un colloquio precedente con la nostra testata, focalizzato sul greenwashing del Movimento 5 stelle, la stessa così rispondeva a una domanda circa la politica estera dei Verdi tedeschi: “C’è stata sicuramente sicuramente una maturazione, ma c’è anche un diverso contesto internazionale. Negli anni Ottanta il movimento per la pace contro la spirale di armamenti è stato una delle anime dei Verdi. Oggi, però, la situazione globale internazionale è molto cambiata: possiamo adeguarci ad alcune posizioni ma rimaniamo sempre a favore, per esempio, di controlli molto stringenti sull’export armi”.

Della politica estera dei Verdi tedeschi si è recentemente interessata anche Politico, una delle testate di riferimento nella cosiddetta “bolla di Bruxelles” analizzando come il partito abbia ritracciato le sue linee rosse su nucleare e Nato. Il caso più clamoroso rimane quello del 1999, quando i Verdi sostennero l’intervento militare dell’Alleanza atlantica in Kosovo. Ora, se i Verdi vogliono formare un governo con la Cdu dopo le elezioni di settembre, “potrebbero non avere altra scelta che ridisegnare ancora una volta le loro linee rosse”, concludeva Politico con riferimento al dibattito interno dal partito sul nucleare.

“L’ambientalismo non è preindustrialismo”, diceva Geese a Formiche.net nei giorni scorsi dando il benvenuto a Sala.

Questo per quanto riguarda il rapporto tra economia e ecologismo. Ma neppure l’antimilitarismo inviso agli Stati Uniti sembra più quello di una volta.

(Nella foto: Reinhard Bütikofer)

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