Con Draghi si apre quindi un’ulteriore opportunità a livello bilaterale italo-francese. E ciò gioverebbe anche all’Unione europea. Il commento di Jean-Pierre Darnis, professore all’Université Côte d’Azur e consigliere scientifico dell’Istituto affari internazionali

La nomina di Mario Draghi alla presidenza del Consiglio sta suscitando grande interesse a Parigi. Prima di tutto bisogna sottolineare che in Francia le relazioni con l’Italia sono ormai considerate un argomento delicato: conviene tenerle sotto stretto controllo per evitare che si ripetano gli eventi negativi della crisi del 2017-2019, un vero e proprio spartiacque nelle relazioni bilaterali.

Già nel settembre 2019 Emmanuel Macron si era precipitato a Roma per essere il primo leader a incontrare Giuseppe Conte nella sua veste di leader di una nuova maggioranza più euro-compatibile della precedente. Il fatto che Parigi voglia subito assicurarsi una buona comunicazione con il nuovo esecutivo italiano non rappresenta quindi una novità. Il profilo di Draghi è sicuramente apprezzato in Francia, anche perché interpretato in modo positivo secondo i criteri francesi: è un servitore dello Stato, già direttore generale del Tesoro e governatore della Banca d’Italia, funzioni che vengono considerate come apicali nel contesto francese. Il fatto che l’Italia nomini al suo vertice un uomo politico con esperienza di altissimo livello nella funzione pubblica procura ai responsabili francesi un’impressione di familiarità e un automatico rispetto per le capacità tecniche.

L’opera alla Banca centrale europea è stata generalmente apprezzata a Parigi e Draghi ha potuto beneficiare del sostengo francese, cosa diversa delle problematiche incontrate con una parte dell’ambiente tedesco molto critico sull’operato monetario della sua presidenza. Il nuovo premier italiano può quindi contare su buoni contatti nell’ambiente francese, a partire dai banchieri centrali.

Il Consiglio europeo di fine febbraio ha permesso l’espressione di alcune forme di convergenza, in termini di sovranità industriale sui vaccini. Draghi ha anche ripreso l’espressione di “autonomia strategica europea” cara a Parigi, ma dando un senso diverso rispetto a quella promossa da Macron e insistendo su aspetti industriali e commerciali.

È possibile quindi legittimamente interrogarsi sulla possibilità di una convergenza fra Francia e Italia nel contesto attuale.

Certamente, la prospettive delle elezioni in Germania a settembre prossimo e la fine annunciata del ciclo di Angela Merkel destano preoccupazioni. Un cambio di coalizione a Berlino potrebbe cambiare gli indirizzi della Germania, ma anche impattare sul rapporto franco-tedesco che, malgrado alti e bassi nelle relazioni personali fra i leader, è sempre rimasto una cinghia di trasmissione e di convergenza estremamente significativa al cuore dell’Europa, con una Brexit che ne ha rinnovato l’importanza in chiave continentale.

La situazione a Parigi è tutt’altro che tranquilla, con un Macron che sta già entrando nella campagna elettorale per le presidenziali del 2022 e che si ritrova di fronte, un’altra volta, Marine Le Pen, unica candidata per il momento in grado di accedere al secondo turno. Ma nel primo semestre 2022 la Francia sarà anche presidente di turno dell’Unione europea, il che crea un’agenda di difficile gestione per il potere francese: bisogna da una parte competere a destra con la Le Pen per evitare che si coalizzino sul suo nome i numerosi voti protestatari in un contesto appesantito dalla crisi del Covid-19, ma allo stesso tempo la Francia di Macron vuole essere motrice di progressi per l’Unione europea.

Ed è ovvio che in questo contesto un rapporto rafforzato con l’Italia contribuirebbe a creare le necessarie convergenze in seno all’Unione.

D’altro canto, per l’Italia l’arrivo di Draghi al governo permette di massimizzare il peso e la presenza nelle partite internazionali in corso: l’autorevolezza di Draghi rappresenta un fattore da non sottostimare nel contesto dei vari vertici dove incidono le personalità presenti. Lo si è visto nel primo Consiglio europeo, ma giocherà anche un ruolo per la presidenza di turno del G20. Nel contesto europeo appare fondamentale alzare il profilo dell’Italia nei rapporti con Berlino e con Parigi, mentre si sta creando un’opportunità per l’Italia di un ruolo più incisivo nei rapporti transatlantici con le aperture della presidenza Biden.

Anche per l’Italia il rapporto con Parigi può essere una priorità ma non esclusiva, anche perché inserita in un triangolo con Berlino. Tra l’altro Draghi ha nominato come consigliere diplomatico Luigi Mattiolo, già ambasciatore a Berlino.

Come già detto, Draghi beneficia di alcuni solidi contatti negli ambienti francesi risalenti alle sue precedenti funzioni. Ma si tratta tutto sommato di un aspetto secondario della carriera e del profilo del presidente del Consiglio italiano, segnato da una lunga permanenza negli Stati-Uniti con il dottorato di ricerca ottenuto al Mit di Cambridge, nel Massachusetts, e da un lavoro scientifico e culturale sempre a contatto con l’ambiente anglosassone. Il soggiorno a Francoforte ha poi segnato un profilo più europeo ma particolarmente attento alle dinamiche tedesche. Infine, colpisce che una delle prime decisioni sulla politica vaccinale in Italia si ispiri alla posizione britannica.

Il rapporto fra Italia e Francia è stato molto difficile nel periodo dell’inizio della presidenza Macron e del primo governo Conte, portando a una rottura inedita delle relazioni diplomatiche. Con il governo Conte II è tornato un clima più rasserenato che ha portato, tra l’altro, a una convergenza e una buona comunicazione durante la crisi del Covid-19.

Con Draghi si apre quindi un’ulteriore opportunità a livello bilaterale italo-francese, che però potrebbe essere soltanto uno dei frutti di una rinnovata leadership italiana in Europa. Non va quindi né concepita né interpretata come rapporto esclusivo che nell’ambito di un machiavellico gioco politico europeo dovrebbe subentrare a quello esistente e strutturante fra Parigi e Berlino. Tra l’altro, le diplomazie hanno lavorato negli ultimi anni alla stesura di un trattato bilaterale italo-francese, detto “Trattato del Quirinale”, che potrebbe adesso rappresentare un’opportunità per maggiormente istituzionalizzare i rapporti fra Parigi e Roma, cosa giusta e necessaria per superare le questioni personali e affermare il dialogo bilaterale come un ulteriore ancoraggio dell’Unione europea. Non va poi dimenticato che ci sono numerosi dossier politici ma anche industriali che potrebbero giovarsi di una migliore intesa bilaterale, anche per evitare le crisi a ripetizione che si conoscono dall’inizio degli anni Duemila.

I tempi sono duri, e anche fra Roma e Parigi si può contribuire a fare meglio reggere la barca europea nel contesto della prolungata crisi del covid, usando la finestra di opportunità creata dalla presidenza Draghi per stabilizzare e far crescere la qualità dei rapporti bilaterali.

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