Quindici anni fa il primo tweet di Jack Dorsey. In questo lasso di tempo Twitter è cambiato molto: ha permesso ai cittadini di informarsi, commentare, partecipare. Ma ha ancora grossi limiti nel rapporto con la politica. L’analisi di Martina Carone, Quorum/YouTrend e docente di Analisi dei media all’Università di Padova

Era il 21 marzo 2006 quando Jack Dorsey, patron di Twitter, ideò il social network di microblogging a 140 caratteri e pubblicò il primo tweet della storia: “just setting up my twttr”.

A 15 anni dalla sua nascita, il social network di San Francisco è un vero colosso mondiale. Ma, come ogni adolescente che si rispetti, è pieno di fragilità e contraddizioni. Nonostante tenti spesso di mostrare il proprio lato più solido e combattivo, le incognite sulla strada da seguire in futuro sono molte.

Indubbiamente, dal punto di vista del mercato, è in grande salute: le sue azioni sono mediamente in crescita e, soprattutto, il suo posizionamento è solido. Dal punto di vista tecnologico, le innovazioni che sono state testate negli ultimi anni sono molte: dall’aumento dei caratteri a disposizione (dagli originali 140 si è passati ai 280 di oggi) all’introduzione di contenuti vocali, come Clubhouse, e temporanei (come le story di Instagram e TikTok), Twitter prova costantemente a inglobare al suo interno i nuovi trend delle reti sociali per limitare la migrazione di utenti verso social media potenzialmente più competitivi, dimostrando una capacità di lettura del contesto e una volontà strategica di posizionarsi e di puntare alle fasce più giovani.

Ma, pur essendo solido dal punto di vista del mercato, per quanto riguarda il legame con la sfera pubblica Twitter ha più qualche grattacapo: il suo rapporto con la sfera pubblica è sempre stato piuttosto travagliato ed è sotto gli occhi di molti osservatori da tempo a causa della crescente complessità del rapporto tra i social media (tutti, ma in particolare Twitter) e formazione dell’opinione pubblica, tra rappresentanza (e rappresentazione) del dibattito pubblico e partecipazione politica.

Proprio come un adolescente, Twitter ama stravolgere lo status quo: è infatti proprio in occasione di eventi politici che questo social media è diventato noto alle cronache, dando voce, amplificandole, alle travolgenti e insistenti richieste di democrazia che attraversarono il mondo arabo tra il 2009 e il 2011. Grazie alla velocità dei contenuti e alla capacità di raggiungere utenti in tutto il mondo, divenne il simbolo di queste proteste, al punto tale che queste vennero da qualcuno rinominate le “Twitter Revolution”.

Popolato da utenti altamente digitalizzati e istruiti (secondo i dati raccolti da Statista, oggi un utente su tre è laureato), è sempre stato il luogo che i media tradizionali hanno provato a colonizzare e dove i politici si sono fiondati per poter dialogare con i cittadini (ma in realtà anche con quegli stessi media tradizionali) in virtù della disintermediazione, ossia quel fenomeno per cui i cittadini/utenti possono rivolgersi direttamente ai personaggi pubblici senza il filtro dei media, e viceversa. Spingendo gli studiosi ad avviare dibattiti intensi sul rapporto tra sfera pubblica digitale e cittadinanza.

Nonostante tutte queste potenzialità, in Italia Twitter non ha mai goduto dell’entusiasmo con cui venne accolto Facebook; con circa 4 milioni di utenti, l’uccellino dei social media si attesta in basso nella classifica tra le piattaforme più usate (alle spalle di Facebook, YouTube, Whatsapp, Instagram e persino del neoarrivato TikTok) e da anni fatica a risalire nelle classifiche.

Eppure, secondo il report annuale #ThisHappened pubblicato ogni anno dallo stesso Twitter, la politica rappresenta sempre uno degli argomenti più discussi tra i suoi utenti, segno che il social media di San Francisco ha grandi potenzialità per dare vita a una sfera mediatica che, nonostante la distanza e il disinteresse crescente dei cittadini verso la cosa pubblica, riesce ad alimentare dibattiti e confronti su temi che – anche a causa della pandemia – sono diventati il pane quotidiano di milioni di persone.

Al di là di questo, però, i nodi da sciogliere sono molti: da una parte, il rapporto con la “censura politica” e con il diritto di espressione ed informazione. Il recente ban di Donald Trump, quando quest’ultimo era ancora (sia pure per pochi giorni) formalmente il presidente degli Stati Uniti in carica, ha esaltato molti detrattori del tycoon; in realtà questo episodio dovrebbe indurci a riflettere sulle conseguenze della decisione, lecita o meno, da parte un social media (azienda privata) di togliere la voce a un esponente politico di rilievo mondiale. Perché, più che i facili entusiasmi, forse andrebbero considerati gli effetti, potenzialmente pericolosi.

Dall’altro lato, Twitter ha provato a limitare le sponsorizzazioni di contenuti politici: un modo, si è detto, per prevenire e arginare eventuali ingerenze nelle campagne elettorali (leggasi Russia), con il rischio però di aprire, anche qui, un vaso di Pandora. Uno dei punti di forza dei social media che li rendono “appetibili” è infatti la capacità di “equalizzazione”, cioè la caratteristica che permette ai piccoli partiti e movimenti appena nati di avere, potenzialmente, la stessa audience di realtà ben più solide e radicate, che spesso hanno già audience molto ampie grazie ai media tradizionali, e non hanno bisogno di pubblicizzare i propri contenuti per farsi conoscere.

La limitazione delle sponsorizzazioni, quindi, potrebbe andare a incidere sulla capacità dei piccoli di trovare adeguato spazio nel dibattito, limitando la capacità dei sistemi politici democratici di rinnovarsi e incidendo negativamente sull’efficacia con il quale la politica risponde (o almeno, prova a rispondere) ai bisogni dei cittadini.

A distanza di 15 anni, Twitter è cambiato molto. Ha permesso a cittadini di informarsi, commentare, partecipare. A molti altri, ha permesso anche di organizzarsi e dare vita a nuovi movimenti (si pensi in italia al #facciamorete). Ma, come tutti i social media, ha anche grossi limiti nella capacità di adattarsi al suo ruolo (sempre più centrale) nella formazione del dibattito e del pensiero politico. 15 anni, in fondo, sono pochi per acquisire maturità e per riuscire a sciogliere nodi che le stesse istituzioni faticano ad affrontare. Eppure, l’augurio che oggi viene rivolto a Twitter, è di poter, nei prossimi 15, diventare sempre più maturo affrontando le sfide che gli si parano davanti e continuando a innovare, come ha sempre fatto finora, il rapporto tra cittadinanza e partecipazione politica.

Auguri, Twitter.

Condividi tramite