“L’università del futuro deve puntare a preparare i nostri studenti alla realtà che cambia. Diversificazione dell’offerta formativa, innovazione digitale e non, internazionalizzazione”. Per un modello didattico “Enquiry-based” e per favorire profili professionali “Future-ready”, come sostiene il Rettore della Luiss, Andrea Prencipe

L’università 2.0 è una necessità: diversificazione dell’offerta formativa, innovazione digitale e non, internazionalizzazione. Quanto è importante che il sistema universitario si adegui al mondo che cambia? Ne abbiamo parlato con il Rettore della Luiss Guido Carli di Roma, Andrea Prencipe.

Emerge l’importanza della formazione accademica per ogni tipo di professione ed è sempre più necessario che l’università si evolva al passo con la realtà. Quanto a suo avviso è importante la diversificazione dell’offerta formativa?

Per rispondere alle richieste costantemente in evoluzione di imprese e istituzioni è imprescindibile che le università diversifichino le proprie offerte formative, rendendole funzionali allo sviluppo di skill trasversali attraverso percorsi di studio ampi e interdisciplinari.

Quanto conta, in questo processo di continuo aggiornamento, il digitale?

La pervasività dell’accelerazione digitale coinvolge una varietà sempre maggiore di ambiti lavorativi, richiedendo la formazione di figure che sappiano controllare i processi di acquisizione, gestione, trattamento, analisi e utilizzo di enormi quantità di dati. Da qui, ad esempio, la nascita in Luiss del nuovo corso di laurea magistrale in Data science and management, per preparare professionisti in grado di affrontare la complessità delle sfide economiche e sociali con l’ausilio dei dati.

Per sviluppare poi quali professioni? Ci fa un esempio?

I laureati in questo indirizzo potranno ricoprire ruoli come Data scientist, Data intelligence analyst, Data manager. Il Corso in Law, Digital innovation and sustainability, invece, è rivolto a quanti vorranno perseguire una carriera nella regolamentazione dell’innovazione e della sostenibilità.

Un elemento fondamentale è sicuramente la capacità dell’università di captare i nuovi trend. È noto che l’innovazione ad oggi rappresenta un fattore importante…

Da questo punto di vista la sfida è duplice, a livello nazionale e internazionale. L’università oggi deve essere in grado di creare le condizioni perché gli studenti siano in contatto con un mondo del lavoro in fermento, per essere, al termine della loro carriera universitaria, professionisti future-ready – forti delle loro skills e in grado di portare valore aggiunto nelle aziende, che a loro volta devono aprirsi ai cambiamenti secondo il paradigma della Open innovation. Il sistema universitario italiano deve interrogarsi su come rendere attrattiva la propria offerta a livello internazionale e, anche attraverso piattaforme digitali, attrarre talenti da Paesi esteri di prossimità.

Oggi più che mai, un altro fattore di pregio per le università del mondo è infatti il grado di internazionalizzazione.

In Luiss l’internazionalizzazione rappresenta uno dei driver su cui ci orienteremo nei prossimi anni. Forti di 309 Università partner in 64 Paesi e 53 programmi di doppia laurea e partnership strutturate, concentreremo i nostri sforzi di sviluppo per il prossimo triennio su Nord Africa e Balcani, dove si trovano Paesi in crescita, verso i quali il nostro sistema delle imprese farà convergere i propri business all’interno di nuove catene regionali del valore.

Una formazione in linea con le nuove esigenze del mercato del lavoro è un’opportunità importante per l’università, dato anche il livello di disoccupazione giovanile. Quanto è importante che l’università si adatti alle esigenze del mercato del lavoro?

In tutto il mondo 1,3 miliardi di lavoratori – di cui uno su tre nei Paesi Ocse – sono soggetti alla “under o over education”, disponendo quindi di troppo poche o troppe giuste competenze: questo indica un disallineamento tra la domanda di profili specifici delle aziende e l’offerta di competenze dei neolaureati. Per il futuro, le università dovranno cercare di ridurre questo disallineamento. Per far ciò, è fondamentale ricercare e promuovere un dialogo costruttivo con le realtà economiche e sociali del sistema-Paese.

È perciò necessario un maggiore coordinamento fra università e mondo aziendale?

Il dialogo tra atenei e aziende dovrà essere valorizzato negli anni a venire, affinché si comprendano le reciproche esigenze e si attuino strategie efficaci per colmare divari occupazionali – soprattutto verso giovani e donne, i più colpiti dalla pandemia – da affrontare e risolvere rapidamente. In Luiss, nell’ultimo anno, abbiamo organizzato quattro Career days virtuali, che hanno coinvolto oltre 6mila studenti e 82 recruiter tra imprese, istituzioni e studi professionali per aiutare neolaureati e studenti a conoscere gli employer ed esplorare opportunità lavorative.

Se da un lato l’evoluzione tecnologica offre nuove opportunità di occupazione, dall’altro rivoluziona molte attività che prima erano in grado di offrire occupazione. In questo scenario, quali saranno i lavori del futuro? Quale consiglio si sentirebbe di dare ai giovani?

Lo studente che entra all’università deve sapere che da laureato svolgerà un lavoro che oggi deve ancora essere inventato. Per questo motivo il mio primo consiglio a studentesse e studenti è di acquisire nei loro percorsi formativi strumenti e metodi che permettano loro di affrontare, leggere rapidamente e quindi gestire situazioni di grande incertezza. Per questo motivo in Luiss abbiamo attivato, già prima dell’emergenza Covid, un processo di innovazione per un modello didattico “Enquiry-based”.

Di che si tratta?

Di un modello in cui studentesse e studenti sono coinvolti attivamente nella genesi di nuova conoscenza: questo consente loro di imparare a sperimentare e mettere alla prova i concetti acquisiti, e soprattutto di favorire la curiosità, ed il pensiero critico. L’enfasi è quindi sul “sapere come azione”. Il modello Luiss ha infatti abbandonato il paradigma della didattica trasmissiva – che indica agli studenti cosa serve loro conoscere – per abbracciare il paradigma dell’apprendimento che enfatizza l’indagine quale strumento necessario per capire cosa loro hanno bisogno di conoscere.

La Luiss Guido Carli è un centro di eccellenza nelle scienze sociali. Anche quest’anno, infatti, si è posizionata fra i migliori atenei per lo studio delle Scienze Politiche. Quali sono gli elementi che hanno permesso lo sviluppo di questa storia di successo?

Siamo entrati nella top 50 mondiale del ranking QS by Subject 2021 nell’area “Politics & International Studies” e abbiamo migliorato il nostro posizionamento in tutte le altre categorie. È un risultato di cui siamo orgogliosi e un riconoscimento dell’impegno profuso da anni e con grande competenza da tutto il corpo accademico per rafforzare la nostra reputazione internazionale. Ma è anche un punto di partenza, da cui migliorare ulteriormente la qualità della nostra offerta formativa per promuovere la nostra ricerca, avere un impatto reale sulla società ed essere un punto di riferimento per l’alta formazione, dentro e fuori i confini nazionali.

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