Enrico Vanzina ha scritto “Una giornata di nebbia a Milano”, un giallo ambientato in una redazione culturale milanese. “Quando cresci, ti rendi conto di aver fatto un sacco di cazzate e lo accetti. E hai il coraggio di dirlo. Quando sei giovane, non lo fai. L’orgoglio ti frena. Ma cambiare idea è una cosa bellissima”. L’intervista di Gianmaria Tammaro

“Una giornata di nebbia a Milano”, il nuovo libro di Enrico Vanzina, sceneggiatore, scrittore, regista e produttore italiano, è dedicato a “un altro Carlo della mia vita”: “Carlo Carabba”, spiega, “il responsabile della narrativa e della saggistica di HarperCollins, il mio editore. L’ho conosciuto alla Mondadori. Quando mio fratello si è ammalato non parlavo con nessuno, solo con lui. E mentre scrivevo mi ha sempre spinto ad andare avanti. C’è sempre stato, Carlo”.

Il protagonista si chiama Luca Restelli ed è un giornalista. Lavora per le pagine di cultura, quelle che – citiamo – “nessuno considera”. Vuole passare alla cronaca, e per uno scherzo del destino si ritrova coinvolto in un caso di omicidio. Questa, dice Vanzina, è una storia nata più di due anni fa: “Ho deciso di raccontarla quando ho finito La sera a Roma (Mondadori). Il prossimo romanzo, mi sono detto, sarà ambientato a Milano”.

Perché?
Perché è una città che adoro. E poi volevo raccontare Roma e Milano in questo modo, mettendole quasi a confronto.

“Una giornata di nebbia a Milano” è un giallo.
Un genere estremamente abusato in Italia, lo so: lo dico anche nel libro. Ma ti permette di guardarti attorno, di spaziare, ti permette di dire qualcosa di vero. Nel mio cuore c’è Roma e ci sarà sempre. Sono inchiodato lì. Ma ho passato gran parte della mia vita, anche idealmente, a Milano.

Due città diverse.
Roma è più solare e decadente. L’ho sempre immaginata come un rosso Valentino. Stavolta volevo dipingere usando un grigio Armani. Milano è una città riservata, una città che come la nebbia copre.

Che cosa?
I sentimenti e le emozioni.

Da dov’è partito?
Dovendo scrivere un altro giallo su un’altra grande città, ho cambiato approccio. Milano è la città dell’editoria. E così ho spostato il topos dalla polizia alla letteratura.

Si parla anche di giornalismo in questo libro.
Perché è una cosa che faccio da molto tempo. Nel 1990 mi chiamò Paolo Mieli per collaborare con il Corriere della Sera. Ci ho lavorato per quasi dieci anni. Poi, su invito di Pietro Calabrese, sono passato al Messaggero. È un secondo lavoro, sì: ma lo faccio molto seriamente. Non frequento le redazioni, ma conosco i giornalisti. Anzi, le dirò di più: ho più amici nel giornalismo che nel cinema.

Che cosa la incuriosiva di questo mondo?
Volevo raccontare in maniera ironica il malinconico declino delle redazioni e della salute mentale dei giornalisti. E poi volevo raccontare qualcosa in maniera vagamente autobiografica. C’è un po’ della mia infanzia in “Una giornata di nebbia a Milano”: anche io sono nato in una famiglia leggera, distesa, ma ho imparato subito il rigore della cultura.

Ed è stato un bene?
Dipende. A volte la cultura può essere una salvezza e a volte può essere quasi una maledizione. Quando sei piccolo, rischia di allontanarti dai tuoi coetanei, di costringerti in un altro spazio. Nella cultura, però, il protagonista di questo libro trova la soluzione per il suo caso.

Lo snobismo è sempre dietro l’angolo?
Per tutta la vita, ho fatto un cinema popolare. E fare cose popolari non vuol dire essere capre, essere ignoranti. Significa non prendersi sul serio. Significa vedere il mondo da un altro punto di vista. Spesso, ecco, mi piace prendermi una rivincita nei confronti di chi è convinto del contrario.

In questo libro, poi, c’è anche la nostra ossessione per la cronaca. Perché?
Perché ci viviamo, perché è la nostra costante, perché in questo momento siamo rassegnati al presente. Ricordiamo il passato, certo; e alcune volte lo rimpiangiamo. Ma non riusciamo a immaginare il futuro.

Secondo lei qual è la crisi più profonda? Quella del cinema o dell’editoria?
Negli ultimi mesi qualcosa è cambiato e c’è stato un aumento delle vendite dei libri. Il problema dell’editoria è un altro ed è legato a quello che viene pubblicato. Questo è un paese di pazzi: ogni giorno vengono stampati tantissimi libri. In Italia si legge poco e tutti si sentono grafomani.

E il cinema?
Sta messo molto male. Ha perso la sua identità, in un certo senso. C’è stata una miopia totale prima del lockdown con questa lotta tra sale e piattaforme streaming. E alla fine hanno vinto le piattaforme. Si poteva convivere. Si poteva scegliere un altro modello. E poi il cinema è cambiato.

In che modo?
Come la lettura è un’abitudine. E moltissime persone l’hanno persa, quest’abitudine. Da un punto di vista narrativo, non sappiamo come saranno i prossimi film. Non possiamo ignorare quello che è successo e che sta ancora succedendo. Non possiamo certamente raccontare le storie come prima.

In “Così parlò Bellavista”, Luciano De Crescenzo parlava degli uomini d’amore e degli uomini di libertà. Chi sta vivendo meglio questo periodo?
Guardi, ho appena finito di scrivere il nuovo pezzo per la mia rubrica sul Messaggero. Si intitola “Il lockdown dei sentimenti”. Perché è questa la cosa più drammatica. Ci siamo chiusi anche ai sentimenti, non riusciamo più ad esprimerli. Siamo rassegnati, come dicevo. E la rassegnazione è una condizione terrificante. Hanno perso tutti: gli uomini d’amore e gli uomini di libertà.

La vecchiaia è uno dei grandi temi di “Una giornata di nebbia a Milano”.
Per quello che mi riguarda, la vecchiaia è un momento di grande liberazione. C’è il disfacimento, la stanchezza e tutto quello che le pare. Ma quando sei vecchio sei fondamentalmente libero. Come il padre del protagonista di questo libro, puoi ancora andare in giro, guardarti attorno, vedere una ragazza e innamorarti. Nella vecchiaia non finisce tutto; c’è anche la possibilità di ricominciare.

Si è più consapevoli?
Quando cresci, ti rendi conto di aver fatto un sacco di cazzate e lo accetti. E hai il coraggio di dirlo. Quando sei giovane, non lo fai. L’orgoglio ti frena. Ma cambiare idea è una cosa bellissima.

Non così facile, però.
La paura di sbagliare è il più grande problema di questa generazione. Una volta, invece, volevamo sbagliare, cercavamo l’errore.

Da che cosa deriva questa paura?
Dall’idea di aver perso qualunque cosa, di aver perso il futuro. E invece non è così. Sbagliando, provandoci, inciampando e rialzandosi si aprono strade nuove.

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