Stiamo vivendo in tempi bui. Lo stato della realtà politica americana non era così deplorevole dai tempi della cosiddetta seconda “paura rossa” (Red Scare) fomentata dal senatore Joe McCarthy nei primi anni Cinquanta e della fobia dei migranti dei primi anni Venti. Abbiamo pertanto un grande bisogno di movimenti di resistenza e di cittadini politicamente attivi. Pubblichiamo la prefazione del volume “Azione politica. Guida pratica per il cambiamento” di Michael Walzer, Luiss University Press, con la premessa di Nicola Barone e l’introduzione di Leonardo Morlino

L’attività politica richiede un lavoro enorme e la sua distribuzione è questione fondamentale: non perché gli attivisti cerchino di scansarlo, bensì per foga di far tutto e subito.

Gli attivisti più giovani, anche se studenti o insegnanti (come nel mio caso) di università ritenute esigenti, hanno un sacco di tempo da dedicare a ogni sorta di lavoro organizzativo e, in particolare, alle riunioni. La gente della comunità ha qualche anno in più e, oltre al lavoro, ha anche impegni familiari e quindi un tempo limitato da dedicare all’azione politica. Così i giovani partecipano sino in fondo alle riunioni, lavorano per ore e ore, e alla fine sono loro che menano le danze. Inoltre, la maggior parte di noi non aveva radici comunitarie ed era invece fortemente ideologizzata.

L’intensificarsi della guerra in Vietnam era moralmente inaccettabile; così cominciammo a ragionare tra di noi sul da farsi. La politica delle istituzioni cittadine non ci interessava più granché; in realtà la guerra aveva progressivamente ridimensionato l’importanza dell’impegno politico a livello locale. Fummo coinvolti nei dibattiti che si svolgevano a livello nazionale, nei quali prendemmo posizioni diverse. Il Cnvc fu ridotto in frantumi dalle divisioni interne. Alcuni entrarono nel movimento di renitenza alla leva; un gruppetto nei Weathermen intenzionati a “portare la guerra in casa” (to bring the war home); la maggior parte (tra cui io) s’impegnò nella campagna presidenziale di Eugene McCarthy.

Viaggiai per qualche tempo con McCarthy e presi degli appunti per alcuni suoi discorsi (e lui scrisse la prefazione alla prima edizione di questo libro). Non tutti i movimenti di cittadini sono destinati a finire in campagne elettorali; cionondimeno lo ritenevo il giusto sbocco per i movimenti contro la guerra della fine degli anni Sessanta. Il nostro obiettivo era semplicemente porre fine alla guerra; come McCarthy avrebbe fatto; e probabilmente anche Robert Kennedy, che prese tardivamente posizione in merito, causando ulteriori fratture nella sinistra. Il suo assassinio portò alla nomination di Hubert Humphrey e alla disastrosa sconfitta del 1968.

Ne seguì l’invasione della Cambogia, voluta da Richard Nixon e Henry Kissinger, che suscitò un’altra grande marcia a Washington ma nessun rinnovamento delle politiche locali contro la guerra. Le divisioni teoriche e politiche nella sinistra erano così profonde da sembrare inconciliabili. In questa situazione ero impossibilitato ad agire e, quando un attivista non può agire, scrive un libro.

I responsabili editoriali della New York Review Books Classics si sono detti d’accordo a ripubblicare questo libro esattamente come l’avevo scritto nel 1970-’71, compresi i miei errori di genere in fatto di pronomi personali. Ritengo tuttavia di essere stato assai più consapevole, rispetto alla maggior parte degli attivisti degli anni Sessanta, del ruolo centrale che le donne avrebbero dovuto avere nelle nostre organizzazioni. Pertanto non penso che si tratti di un pezzo d’antiquariato. Forse, l’unico capitolo che oggi necessiterebbe di una revisione è quello relativo ai mass media, che tratta delle relazioni tra attivisti e cronisti. Nessuno di noi poteva prevedere l’anarchia di internet, con i suoi milioni di post e di tweet giornalieri. Quella che potrebbe assomigliare a una democrazia partecipativa ha portato alle contrapposizioni più ostili e a montagne di falsità.

Non c’è dubbio che i nuovi media possano servire alla raccolta fondi e, probabilmente, a favorire la partecipazione alle manifestazioni. Possono inoltre essere utilizzati per il passaparola relativo a un nuovo sforzo organizzativo; come in effetti è avvenuto sulla scia della strage della Marjory Stoneman Douglas High School. Tuttavia, non credo possano sostituire gli incontri di persona e il faccia a faccia che creano e mantengono attivi, nel tempo, i movimenti politici. Resta necessario riunirsi in piccoli gruppi, partecipare alle riunioni e alle discussioni che vi avvengono, bussare alle porte dei vicini per parlare con loro e prestare ascolto: che è l’argomento, appunto, di questo libro.

Non c’è autore che non sogni una seconda vita per i suoi libri e io ringrazio perché mi è stata resa possibile la realizzazione di questo sogno. Non c’è attivista che abbia combattuto per una buona causa che non sogni nuove battaglie. Stiamo vivendo in tempi bui. Lo stato della realtà politica americana non era così deplorevole dai tempi della cosiddetta seconda “paura rossa” (Red Scare) fomentata dal senatore Joe McCarthy nei primi anni Cinquanta e della fobia dei migranti dei primi anni Venti. Abbiamo pertanto un grande bisogno di movimenti di resistenza e di cittadini politicamente attivi ispirati all’imperativo dei vecchi sindacati dei lavoratori: Organizzatevi!

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