Un’idea diversa, anzi opposta, di ambientalismo rispetto a quella attualmente dominante ha ispirato il numero speciale della rivista Nazione futura, diretta da Daniele Dell’Orco, in collaborazione con la Fondazione Tatarella, preparato per la Giornata mondiale della Terra, il 22 aprile: “Conservatorismo verde. Perché non si può rimanere indietro nella sfida ambientale”. Corrado Ocone delinea le coordinate dell’ambientalismo liberal-conservatore che emerge da queste pagine

C’è una idea politica forte dietro il ricco e interessante numero speciale (il 13) che la rivista Nazione futura (diretta da Daniele Dell’Orco), in collaborazione con la Fondazione Tatarella, ha preparato per la Giornata mondiale della Terra che si celebrerà in tutto il mondo fra qualche giorno, il 22 aprile per la precisione (Conservatorismo verde. Perché non si può rimanere indietro nella sfida ambientale): proporre un’idea diversa, anzi opposta, di ambientalismo rispetto a quella attualmente dominante.

In verità che si tratti di una vera e propria egemonia non può propriamente dirsi: sia per la presenza, nel mondo culturale e soprattutto politico, di un fronte, per fortuna limitato, indifferente al tema o addirittura “negazionista”; sia per la divisione interna allo stesso ambientalismo vincente sui modi di declinarlo.

L’intellettuale francese Luc Ferry, che fu ministro con Jacques Chirac, ne ha individuato almeno sette tipi nel suo ultimo libro uscito in Francia in questi giorni: Les sept écologies: Pour une alternative au catastrophisme antimoderne (Édition de l’Observatoire). C’è però anche un ulteriore tipo di ambientalismo, sostanzialmente non o poco praticato, che potrebbe/dovrebbe essere fatto proprio dai partiti conservatori, o liberal-conservatori, se non altro perché è iscritto nel loro Dna, nella loro cultura, costituendone parte non accessoria o secondaria. Costoro, invece, paradossalmente, sulla tematica ambientalista hanno per lo più lasciato ai loro avversari, ai progressisti, il campo: o allontanandosene indifferenti; o addirittura strizzando gli occhi ai “negazionisti”; o ancora, soprattutto quando si sono trovati ad amministrare, adeguandosi pedissequamente alle “ricette” di sinistra. Un atteggiamento reattivo, quindi. Nazione Futura, che è anche un think tank oltre che una rivista, presieduto dal versatile e carismatico Francesco Giubilei, vuole quindi aiutare la destra a recuperare il gap con la sinistra proponendo una visione culturalmente diversa, e per molti aspetti più concreta, di ambientalismo. Ed è lungo quest’asse, di cultura politica nel senso più alto e nobile dell’espressione, che si snoda il fascicolo, che, per la qualità e quantità del materiale offerto al lettore, è un utile strumento di comprensione per chiunque, non solo per chi milita a destra e non solo per chi ha il dèmone della politica militante.

Quali sono allora gli elementi o coordinate di un ambientalismo liberal-conservatore così come emergono da queste pagine? Proviamo a sintetizzarli.

1) Un’attenzione alla cura piuttosto che alla trasformazione, cioè alla conservazione (è Gennaro Malgieri a notare nel suo contributo il nesso anche terminologico fra “conservazione” e “conservatorismo”) di ciò che di sano e salubre ci è arrivato in eredità dalla tradizione piuttosto che alla realizzazione di un modello perfetto di “futuro verde” attraverso il cosiddetto processo di “transizione ecologica”.

2) Ciò comporta il passaggio dalla dimensione della macroeconomia, della macroetica e della macropolitica a quella dell’etica e della politica individuali che ci vedono partecipi dal basso e con piena adesione di spirito nella nostra comunità di appartenenza (la famiglia, il villaggio, la città, la nazione). E senza bisogno di quelle regole e imposizioni che, calate dall’alto in modo uniforme e standardizzato, e sostanzialmente non democratico, finiscono non solo per non realizzare gli obiettivi che ci si era proposti ma anche per avere spesso esiti perversi e opposti da quelli voluti (la legge delle conseguenze non intenzionali). In questo aspetto il conservatorismo incrocia la tematica liberale della critica ai progetti olistici e costruttivisti, nonché al razionalismo e al burocratismo.

3) Ciò comporta anche un approccio gradualistico, come sottolinea Giubilei nella sua preziosa (e piena di informazioni) introduzione. “Gradualità – scrive – è una delle parole d’ordine per l’approccio conservatore ai temi ambientali” (e lo è insieme alle altre che ho qui sottolineato in neretto). Il fatto che “gradualità” sia storicamente il termine-concetto chiave del riformismo non può sfuggire. E ci dice due cose importanti: da una parte, che il conservatorismo ha poco appunto a che vedere con i radicalismi e i massimalismi “rivoluzionari” di ogni tipo; dall’altra, che oggi al potere, a livello globale, sia nel campo delle idee sia in buona parte in quello della politica, è una mentalità radicale, di tarda ispirazione illuministica, fatta propria anche in parte dalle cosiddette élite, piuttosto che, come è sempre stato, quella moderata.

4) Così come si incrocia con il liberalismo, l’ambientalismo conservatore (green conservativism) si incrocia con il pensiero cristiano, cioè con l’idea di un uomo a cui Dio ha dato il dominio sul mondo e il libero arbitrio ma gli ha anche indicato la via del bene, facendolo cioè libero ma anche responsabile verso il creato. Il quale, come dice il nome stesso, non gli appartiene ma è di chi lo ha fatto stabilendo un “ordine naturale delle cose” (importanti gli interventi del vescovo di Frejus-Toulon, Domenique Rey, e di don Francesco Giordano, professore alla Pontificia Università San Tommaso d’Acquino).

5) Ciò presuppone una critica sia del comunitarismo astratto sia dell’individualismo irrelato, e quindi, traslando il tutto in un’ottica economica, sia del collettivismo contrario alla proprietà privata e al libero mercato sia del capitalismo sfrenato e fondato sull’egoismo e il narcisismo trionfanti. Bisogna conciliare crescita e ambiente, e quindi ricercare (in un’ottica non “punitiva” direbbe Ferry) benessere, ricchezza e felicità “sostenibili”. La “decrescita felice” non esiste, come ci ricorda Giovanni Sallusti nel suo contributo.

In definitiva, recuperare il gusto delle relazioni, e cioè delle prospettive non riduzionistiche, e quindi lavorare sull’idea di limite che è l’aspetto speculare della libertà vera, è più in generale il terreno d‘elezione del conservatorismo, del liberalismo e del cristianesimo. L’ambientalismo conservatore (conservative enviromentalism) fa, deve fare, questo. Ci vuole misura, e l’uomo la deve ritrovare in sé stesso prima di tutto. A ben vedere, la smisuratezza di chi inquina il mondo è la stessa di chi vuole salvarlo in una dimensione palingenetica e apocalittica.

Oltre a quelli citati, gli autori dei vari contributi (anche interviste), che da diversi e complementari punti di vista delineano una prospettiva comune, sono un paio di dozzine. In apertura del numero una silloge di classici a supporto dell’idea di ambientalismo delineata: Roger Scruton (con un inedito), Pier Paolo Pasolini, Henry David Thoreau, Johan Wolfgang Goethe, Gabriele D’Annunzio.

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