Il summit di Joe Biden per i cambiamenti climatici del 22 aprile può aprire una via (stretta) per una cooperazione sui temi green con la Cina. Le tecnologie cinesi sono meno costose ma vanno contro la filosofia Build Back Better della Casa Bianca. E l’Europa… L’analisi di Corrado Clini, già ministro per l’Ambiente

La portavoce del ministero degli Esteri della Cina, Hua Chunying, ha dichiarato tre giorni orsono che il presidente Xi Jinping sta “considerando molto seriamente di  partecipare al summit virtuale sui cambiamenti climatici convocato da Joe Biden per il prossimo 22 aprile”. A quanto pare, il dialogo tra Usa e Cina sui cambiamenti climatici  continua dopo le scintille di Anchorage,  come peraltro ricordato nei giorni scorsi da entrambe le parti.

Biden ha invitato le maggiori 17 economie del pianeta – secondo il format del Major Economies Forum promosso da Obama – ed altri 23 Paesi tra quelli maggiormente vulnerabili ai cambiamenti climatici. Non sarà una riunione negoziale, ovvero con un’agenda di obiettivi e impegni da approvare.

È prevedibile che Unione Europea, Cina, Usa, Giappone, Canada, Corea del Sud, Gran Bretagna e forse India e Arabia Saudita,  saranno allineate sugli obiettivi al 2050-2060  per la decarbonizzazione  delle rispettive economie, assunti senza vincoli di reciprocità e senza accordi  vincolanti. Questa è una grande novità nella storia ormai trentennale dei negoziati sul clima.

Tuttavia, all’ombra delle “convergenze parallele” sugli obiettivi di lungo termine si sta aprendo un conflitto dall’esito molto incerto  sia sulle tecnologie e sulle misure necessarie per avviare in questo decennio la “transizione energetica” verso la decarbonizzazione, sia sul rapporto tra interessi nazionali e obiettivi globali .

L’Europa è impegnata a ridurre entro il 2030 le proprie emissioni del 55% rispetto al 1990, il Presidente Biden ha assunto l’obiettivo della “carbon neutrality” della produzione di elettricità entro il 2035, mentre la Cina è impegnata a raggiungere il “picco” delle emissioni entro il 2025-2030. Ovvero questo è il decennio critico per la svolta.

Come rilevato dal rapporto “Clean Energy Innovation” dell’Agenzia Internazionale dell’Energia,  le misure di breve termine dovrebbero valorizzare  le tecnologie e le soluzioni già disponibili. Mentre soluzioni innovative sono necessarie per la decarbonizzazione di tutti i settori dell’economia entro la metà del secolo ( per esempio idrogeno verde, nuove rinnovabili e accumulo, nuovo  nucleare e forse fusione).

La  valorizzazione delle fonti rinnovabili ed  il  trasporto  dell’elettricità verde attraverso reti elettriche a lunga distanza ed alta capacità  sembrano oggi  la risposta più rapida e disponibile.  Gli “atlanti” del potenziale di energia solare ed energia eolica pubblicati dalla Banca Mondiale nel dicembre 2020 (Global Solar Atlas e Global Wind Atlas) mettono in evidenza le aree del pianeta che possono contribuire alla generazione di elettricità in quantità tali da corrispondere alla domanda, e suggeriscono il tracciato delle linee di trasporto dal luogo di produzione – spesso remoto – ai luoghi di consumo nelle grandi aree urbane.  Le tecnologie per la produzione ed il trasporto dell’elettricità sono disponibili.

Ma queste tecnologie, per quanto messe a punto da imprese europee e americane, sono state sviluppate prevalentemente in Cina. E lo stesso progetto per la global energy interconnection ha origine dalla Cina.

Questa è la prima difficoltà da parte Usa, perché accettare dalla Cina tecnologie e soluzioni già pronte può certamente ridurre il costo delle misure di breve periodo necessarie alla decarbonizzazione dell’economia americana, ma sembra in contrasto con il “Build Back Better” di Biden che punta a rafforzare la capacità di produzione ed esportazione delle tecnologie made in USA per l’energia pulita (Buy America).

È interessante notare che il confronto interno agli Usa su questo tema sta facendo emergere una “terza via”, che suggerisce di prendere atto della prevalenza cinese nelle tecnologie attualmente disponibili e di concentrare gli investimenti sulle tecnologie innovative necessarie per sostituire i combustibili fossili nei settori dei trasporti e delle produzioni industriali. Insomma una cooperazione competitiva nella quale gli Usa dovrebbero avere la leadership dell’innovazione.

A questa difficoltà si aggiungono poi le questioni aperte sull’uso dei combustibili fossili nella transizione energetica. In Europa è molto controversa l’ipotesi di continuare e rafforzare l’uso del gas naturale sia come alternativa temporanea al carbone e back up delle fonti rinnovabili, sia come materia prima di transizione per la produzione di “idrogeno blu” ancorché associata alla cattura del carbonio (carbon capture and storage). La stessa tematica è molto presente nel confronto interno agli Usa sulle misure da adottare e i combustibili da utilizzare per decarbonizzare la produzione di elettricità entro il 2035.

Mentre in Cina sono in corso di realizzazione nuove centrali a carbone ad alta efficienza e basse emissioni, in sostituzione di quelle attuali, per garantire sia la sicurezza energetica nella fase di transizione sia la riduzione delle emissioni. Secondo il piano della Cina, tutte le centrali a carbone dovrebbero essere chiuse al più tardi entro il 2060, mentre alla stessa data il consumo di gas naturale dovrebbe essere ridotto del 75%.

Il tema del carbone e del gas come combustibili “di transizione” necessari alla sicurezza energetica è anche una questione aperta in India, che è l’economia con la maggiore crescita della domanda interna di energia.

Ovviamente, sia in Europa come negli Usa, in Cina e in India, la programmazione delle misure per la transizione energetica è molto condizionata dalla esigenza di gestire con realismo gli aspetti economici, occupazionali ed infrastrutturali che sono legati ai tempi ed alle modalità del phase out dell’industria energetica basata sui combustibili fossili.

In questo contesto è interessante rilevare che  sia in Europa che in Cina uno dei volani della decarbonizzazione sarà il costo crescente delle emissioni di carbonio associato alla cancellazione dei sussidi ai combustibili fossili. Questa potrebbe essere una delle “chiavi” per un accordo globale sul clima.

Le grandi economie del pianeta hanno assunto l’impegno politico della decarbonizzazione, e la conferenza sui cambiamenti climatici di Glasgow (COP) del prossimo novembre dovrebbe tradurre questo impegno in un accordo internazionale.

Speriamo che l’iniziativa del presidente Biden possa favorire un dialogo concreto per la convergenza sui passaggi necessari ad un accordo globale e  per  l’avvio di una nuova cooperazione tra le grandi economie del pianeta nonostante le questioni aperte su molti altri fronti. E in questa prospettiva il dialogo tra Usa e Cina ha un ruolo decisivo.

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