La modernizzazione dell’Italia non passa attraverso la demonizzazione delle lobby, come ha fatto il ministro. Al contrario, si dovrà definire un insieme di comportamenti, prassi, e forse anche norme che permettano di identificare e promuovere i gruppi di interesse per spezzare lo status quo. Scrive Fabio Bistoncini, fondatore e presidente  di FB & Associati

Il Ministro Brunetta è forse uno dei più competenti e qualificati esponenti del Governo Draghi. All’esperienza accademica coniuga una lunga militanza politica che lo ha visto ricoprire, nel corso degli ultimi anni, numerosi incarichi di alta responsabilità.

La sua recente intervista a Federico Fubini sul Corriere della Sera è molto interessante perché inquadra in modo efficace la parte del Recovery plan dedicata alle necessarie riforme per rendere finalmente più libero e competitivo il nostro Paese.

Una sfida difficilissima, come sottolinea lo stesso Brunetta, ma ineludibile dal momento che i fondi europei, destinati alla ricostruzione del Paese post pandemia, sono condizionati proprio alla capacità di mettere finalmente in atto riforme annunciate da tempo.

C’è però un passaggio dell’intervista che proprio non condividiamo:

“Possiamo aprire una finestra di almeno 5 anni di riforme strutturali, sciogliendo nel Recovery tutti i grumi di interessi che bloccano il Paese. Giustizia, pubblica amministrazione, concorrenza, fisco. Sono tutte facce della stessa medaglia. Ma possiamo sciogliere questi egoismi grazie all’unità nazionale e al catalizzatore dei soldi. E questo nonostante le corporazioni e le lobby.

Domanda: Perché, si sciolgono anche quelle?

Risposta: No, continuano a esserci. Ma sono rese impotenti”

Il Ministro Brunetta, in questo caso, sposa la vulgata rassicurante ma semplicistica che siano state le lobby (meglio gli interessi organizzati) a bloccare il Paese. Arroccate a difendere i propri privilegi a scapito del fantomatico “interesse generale”, difficilmente qualificabile e quindi una chimera inafferrabile.

Non è così.

Esistono infatti anche gruppi d’interesse a sostegno dei provvedimenti di riforma citati dal Ministro che aprono nuovi spazi in settori “chiusi”, garantiti da anni di legislazione corporativa.

Bisogna semmai prendere coscienza che esiste, in tutti i contesti politici ed istituzionali una vera e propria “tirannia dello status quo”.

Non siamo un’eccezione: esistono decine di saggi nella letteratura anglosassone dedicati a questo tema. Tra i tanti ci permettiamo di citare il “padre” del liberismo, Milton Friedman, che certamente il Ministro conosce molto meglio di noi. La “Tirannia dello status quo” è appunto il titolo di uno dei suoi saggi più famosi.

Lo “status quo” rappresenta pur sempre un punto di equilibrio, in alcuni casi consolidato negli anni, su cui una parte della società fa affidamento.

Cambiare dunque non è mai facile. E richiede molti più sforzi rispetto al mantenimento della situazione attuale: che se non soddisfa tutti rassicura molti.

Per vincere questa partita diventa necessario un atteggiamento diverso da parte del decisore e da parte degli interessi che sostengono il cambiamento.

Il nostro processo decisionale infatti è troppo focalizzato sui gruppi d’interesse più consolidati (gli “incumbent”) che, tendenzialmente sono quasi sempre più favorevoli al mantenimento dello status quo. Per gli altri (i “newcomer”) l’accesso alle arene di policy è più difficoltoso: fare ascoltare la propria voce, le proprie richieste ed istanze richiede un sforzo maggiore.

Quanto accaduto negli ultimi 25 anni ogni volta che i Governi hanno affrontato il capitolo “liberalizzazioni” ne è la conferma.

Quando i Governi Prodi e Monti hanno cercato di aprire segmenti della nostra economia dominati da pochi interessi consolidati questi si sono mobilitati per resistere e rallentare (e a volte fermare) il processo normativo.

“Le lobby hanno bloccato il Governo” titolarono all’epoca i maggiori quotidiani nazionali.

No. Alcune lobby hanno bloccato il Governo. Che non ha saputo o voluto coinvolgere i tanti gruppi di interesse potenzialmente favorevoli al processo di liberalizzazione.

Al contrario di quanto scade in altri contesti (USA e UK) dove il decisore non si limita a subire la pressione dei gruppi interessi contrari ma attiva quelli alleati a proprio sostegno.

Perché in Italia questo non accade?

Perché non si comprende che la società è molto più frammentata e complessa rispetto alla “rappresentazione” che ne viene fatta?

Certo la resistenza al cambiamento degli interessi costituiti è uno degli elementi. Ma c’è anche altro: spesso la pigrizia intellettuale del decisore, la mancanza di informazione approfondita su alcuni temi, una disattenzione verso i molti interessi con cui non si è “soliti” confrontarsi.

Ma attribuire la “colpa” solo al decisore sarebbe riduttivo.

E’ anche colpa della mentalità di noi cittadini, sempre pronti ad indignarci, ma poco ad attivarci al di fuori dei canali tradizionali per far ascoltare la nostra voce.

Quindi magari firmiamo petizioni o i soliti “appelli” ma non ci organizziamo in gruppi d’interesse per rappresentare le nostre istanze e i nostri “desiderata”.

Dal mio punto di vista di lobbista, l’Italia non è un paese bloccato dalle lobbies, ma dal fatto che esistono ancora pochi soggetti consolidati che cercano di influenzare il processo decisionale. Rimane così ancora dominante la presenza dei gruppi arroccati in una estrema difesa delle proprie rendite di posizione, che, alla fine, non lasciano spazio a nient’altro.

Al nostro Paese dunque manca un sistema competitivo di gruppi di interesse.

La sua modernizzazione non passa attraverso la demonizzazione delle lobby: al contrario, attraverso la definizione di un insieme di comportamenti, prassi, e forse anche norme che permetta di identificare e promuovere i gruppi di interesse.

Solo attraverso la loro moltiplicazione e organizzazione, e solo attraverso un sistema politico ed istituzionale che, dopo l’esplicito riconoscimento, ne permetta lo sviluppo e la competizione, si può sperare di avere un Paese moderno.

Questo cambiamento di mentalità e prassi può determinare una situazione sociale, politica ed economica migliore rispetto a quella precedente.

Condividi tramite