Un focus sullo Yemen, Stato attualmente teatro della più grave crisi umanitaria a livello globale, dove il cambiamento climatico e il conflitto civile impediscono il pieno esercizio dei diritti umani fondamentali

(Analisi realizzata per l’esame di Giustizia ambientale e Lotta al cambiamento climatico di Stefano Laporta e Gianfranco Nucera del corso in Relazioni Internazionali e Sicurezza Globale presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Roma “Sapienza”)

Nel 2010, gli Accordi di Cancún affermano, per la prima volta nella storia del regime sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, l’esplicita relazione tra azioni relative al cambiamento climatico e diritti umani. Difatti, la rilevanza dei diritti umani nel sistema del diritto internazionale sembra aumentare, anche riguardo alla connessione con il fenomeno del cambiamento climatico e le sue conseguenze. Col passare del tempo è diventato chiaro che il fenomeno nelle sue varie forme e con le sue conseguenze rappresenta un possibile pericolo per i diritti umani. Infatti, questo appare chiaramente nel preambolo dell’Accordo di Parigi del 2015: “I cambiamenti climatici sono preoccupazione comune dell’umanità, le Parti, al momento di intraprendere azioni volte a contrastarli, dovrebbero rispettare, promuovere e prendere in considerazione i loro obblighi rispettivi nei confronti dei diritti umani, del diritto alla salute, dei diritti delle popolazioni indigene, delle comunità locali, dei migranti, dei minori, delle persone con disabilità e delle persone in situazioni di vulnerabilità, nonché del diritto allo sviluppo, all’eguaglianza di genere, all’emancipazione delle donne e all’equità intergenerazionale”.

Citando esplicitamente i diritti umani come criterio da tenere in considerazione, nell’Accordo viene data al tema rilevanza e diviene chiaro il fatto che gli effetti dei cambiamenti climatici sulla vita della popolazione sono significativi. Per comprendere meglio in che modi il cambiamento climatico e gli eventi naturali conseguenti colpiscono e danneggiano la popolazione, è necessario fare riferimento al documento finale della Cop19 di Varsavia: il “Warsaw Mechanism of Loss and Damage”.

Il meccanismo internazionale per le perdite e i danni derivanti dagli impatti dei cambiamenti climatici differenzia le perdite che influiscono sui sistemi sociali, economici e ambientali tra “economiche” e “non economiche” , ma dato lo scopo di questo lavoro il focus rimarrà sulle seconde. Per perdite non economiche si intende la perdita di elementi non economici, ovvero quelli che comunemente non vengono scambiati nel mercato. Il punto focale è questo: l’aspetto da considerare è il danno alla vita umana, che costituisce un problema significativo, specialmente in molti Paesi in via di sviluppo e questa è la ragione per la quale riconoscere e gestire i rischi delle perdite non economiche dovrebbe essere una parte centrale delle politiche sui cambiamenti climatici.

Le perdite non economiche appartengono a tre aree: privati, società e ambiente e possono essere direttamente o indirettamente conseguenze degli impatti del cambiamento climatico. Com’è specificato nel Documento tecnico sulle perdite non economiche, tra i tipi di perdita ritroviamo vita, salute, sfollamento e la mobilità degli esseri umani. L’affermazione del legame tra diritti umani e l’area dei cambiamenti climatici è rilevante in quanto ci permette di connetterci al tema della migrazione e dello sfollamento. Infatti, nel sistema della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici appare chiara la necessità di tenere in considerazione le perdite non economiche al fine di costruire un sistema globale che dovrebbe essere in grado di impedire il verificarsi di questi episodi e, in caso contrario, di intervenire per proteggere e salvare le vittime. Nella specifica area dello sfollamento, il contributo degli studi, report e missioni dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) deve necessariamente essere preso in considerazione.

L’Unhcr riconosce il legame diretto tra cambiamenti climatici e il conseguente sfollamento, affermando che le conseguenze del cambiamento climatico sono realmente gravi, specialmente per i rifugiati e altre persone colpite , solitamente le più fragili. In alcune aree della Terra le popolazioni stanno cercando di convivere con gli effetti dei cambiamenti climatici e, secondo l’Unhcr, sebbene non siano essi stessi la causa dei movimenti, “il clima, il degrado ambientale e i disastri naturali interagiscono sempre più con i motori dei movimenti dei rifugiati”. Ribadendo questo concetto, nel Global Compact on Refugees (Gcr), l’Unhcr rivolge a questi fenomeni una preoccupazione crescente e lancia un appello all’azione della comunità internazionale tenendo conto dell’obiettivo di uno sviluppo sostenibile, in linea con l’Agenda 2030.

Nonostante il riconoscimento dell’importanza della questione del degrado ambientale, l’Unhcr fa una precisazione riguardo un’espressione sempre più utilizzata dai media e nel dibattito pubblico: “rifugiato climatico”. La definizione di “rifugiato” viene fornita dalla Convenzione sullo statuto dei Rifugiati del 1951, la quale si riferisce all’individuo come una persona che “a causa di un fondato timore di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un particolare gruppo sociale o opinione politica, si trova al di fuori del suo Paese di nazionalità e non è in grado o, a causa di tale paura, non è disposto a… farvi ritorno”. Come si può notare, fra le cause che contribuiscono a formare la definizione di “rifugiato” non vi è un diretto riferimento al cambiamento climatico, danni ambientali o disastri naturali, ma, come l’Unhcr specifica, in alcuni contesti la definizione può estendere il suo significato includendo persone che fuggono da “eventi che perturbano gravemente l’ordine pubblico”.

Sebbene guardando al fenomeno dal punto di vista del diritto internazionale dei rifugiati, il cambiamento climatico non possa essere qualificato come “persecuzione”, si può affermare che influisca sulla vita delle persone attraverso i suoi diversi effetti e crei situazioni difficili da sopportare, per le quali l’individuo è di solito obbligato ad uno spostamento interno, prima di raggiungere il livello dell’attraversamento dei confini nazionali.

La sfida in questo argomento è che, nel regime del diritto internazionale sui rifugiati, l’individuo deve essere obbligato a fuggire per via di una persecuzione da parte di qualcun altro per poter ottenere lo status di rifugiato e, poiché il cambiamento climatico è un fenomeno non discriminatorio, sarebbe difficile identificare il “persecutore”. Nonostante ciò, in un gruppo ristretto di situazioni, coloro colpiti dallo sfollamento indotto dal cambiamento climatico potrebbero essere definiti “rifugiati”, com’è deducibile nei casi in cui le persone siano costrette a scappare per via di conflitti originati dalla mancanza di risorse in conseguenza al cambiamento climatico e siano anche discriminati nell’accesso ad esse per via della loro razza, religione, nazionalità o altre cause connesse alla lista data dalla Convenzione. Tuttavia, è ancora non raccomandabile l’uso del termine “rifugiato climatico”, come afferma l’Unhcr, è preferibile riferirsi a “persone sfollate nel contesto di disastri e cambiamento climatico”. Di conseguenza, nei prossimi paragrafi saranno analizzati i fenomeni dello sfollamento e della migrazione come risultato degli effetti del cambiamento climatico.

L’IMPORTANZA DELLE DEFINIZIONI: MIGRAZIONE COME SCELTA, SFOLLAMENTO COME UNICA VIA D’USCITA

La chiave per comprendere la relazione causa-effetto tra cambiamento climatico, migrazione e sfollamento, per completare la definizione di quest’ultimo, è, in primo luogo, analizzare i possibili danni legati al cambiamento climatico e definire i fenomeni per quello che sono.

Riconnettendoci al Meccanismo di Varsavia per le perdite e i danni e facendo riferimento alle perdite non economiche, è necessario evidenziare quali tipi di danni ambientali possono provocare una migrazione forzata. Il cambiamento climatico e le sue relative perdite non economiche possono colpire la salute della popolazione in differenti modi: innalzamento delle temperature, eventi metereologici estremi, inondazioni e siccità, effetti climatici sull’agricoltura, potenziale diffusione di vettori di malattie infettive e riduzione del freddo.

Gli eventi meteorologici estremi sono un’importante causa di perdite non economiche e sono fondamentali da prendere in considerazione dal momento che, come ha specificato l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), aumentano nel tempo e sono riconosciuti come possibile causa di sfollamento e migrazione forzata. Affermare il diretto collegamento tra disastri ambientali e la salute umana permette di comprendere le ragioni che giustificano la mobilità umana e di distinguere tra migrazione e sfollamento. Per quanto riguarda il primo termine si fa riferimento ad un movimento volontario, infatti, secondo il Glossario sulla Migrazione prodotto dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), essa è “il movimento di persone lontano dal luogo di residenza abituale, attraverso un confine internazionale o all’interno di uno Stato”. Al contrario, l’aspetto della “scelta” è assente nella definizione di sfollamento, dal momento che il Glossario si riferisce ad esso come ad un movimento forzato, quale risultato di fenomeni come disastri o di “rischi naturali”.

Dopo aver compreso l’impatto dei fenomeni legati ai cambiamenti climatici è importante distinguere tra sfollamento interno e transfrontaliero. Questo passaggio è fondamentale perché, parlando di cambiamento climatico, la conseguenza più diffusa è rappresentata dallo sfollamento interno. Sebbene, come vedremo, lo sfollamento conseguente a disastri ambientali ha numeri significanti, è importante tenere presente che lo sfollamento interno è molto più diffuso di quello transfrontaliero. Infatti, i numeri parlano chiaro: secondo il Report sugli sfollamenti dell’Internal Displacement Monitoring Centre (Idmc) il numero totale dei nuovi sfollamenti nel 2019 è di 33.4 milioni dei quali 23.9 sono stati il risultato di disastri metereologici. L’espressione “disastri metereologici” include vari fenomeni: tempeste, inondazioni, temperature estreme, smottamenti, siccità e incendi, che rendono estremamente difficile la sopravvivenza in alcune aree e regioni del globo.

Tra le regioni più colpite troviamo l’Asia Orientale e Pacifica – il 38.6% del totale globale – e l’Asia Meridionale – il 38.3% del totale globale – anche se è importante notare che la maggior parte dei nuovi sfollamenti si è verificata sotto forma di evacuazioni preventive da parte dei governi e che il numero ridotto di morti evidenzia il fatto che non tutti gli sfollamenti sono negativi.

Una delle sfide per i report, e conseguentemente per le stime del fenomeno, è la scarsità di dati di serie temporali, che rende difficile comprendere realmente la portata e la natura dello sfollamento conseguente a disastri naturali legati al cambiamento climatico. Difatti, la principale preoccupazione riguarda lo spostamento interno delle Internally Dispalced People (Idps), che per definizione sono “persone o gruppi di persone che sono state forzate od obbligate a fuggire o a lasciare le proprie abitazioni o luoghi di residenza abituale… e che non hanno superato un confine di Stato internazionalmente riconosciuto”. La raccolta dei dati reali sui loro movimenti è fondamentale perché presumere che facciano ritorno alle loro case dopo il disastro può portare all’errata supposizione che non si tratti più di individui vulnerabili.

La risposta alla mobilità umana nel contesto dei cambiamenti climatici e dei disastri è una delle sfide critiche in questo momento e il primo passo è riconoscere che il sostegno e l’attenzione al clima dovrebbero concentrarsi sui Paesi e le comunità più vulnerabili del globo. Inoltre, questo lavoro non può essere svolto senza tenere conto degli obblighi internazionali in materia di diritti umani e dei principi di non discriminazione, partecipazione e inclusione, genere, e senza considerare l’impatto delle perdite non economiche, incluse la perdita del patrimonio culturale e del capitale sociale.

Risolvere il problema dello sfollamento interno richiede una “soluzione durevole” che per definizione è raggiunta quando “gli sfollati interni non hanno più esigenze specifiche di assistenza e protezione legate al loro spostamento e possono godere dei diritti umani senza discriminazioni” legate ad esso. Questo obiettivo richiede la cooperazione tra i sistemi legislativi in materia di cambiamento climatico, diritti umani, migrazione e sfollamento, al fine di garantire questa soluzione durevole alle popolazioni colpite e per cercare di contenere l’impatto di fenomeni imprevedibili come quelli legati al cambiamento climatico. L’interdipendenza tra questi aspetti del diritto e del sistema internazionale si fa evidente volgendo lo sguardo all’intricata situazione del Medio Oriente e in particolare dello Yemen.

YEMEN: L’INTERDIPENDENZA TRA CONFLITTO, DISASTRI NATURALI E SFOLLAMENTO

Una situazione particolare e complessa è quella dello Yemen, uno Stato del Medio Oriente che, nonostante gli sviluppi promettenti degli ultimi anni, è attualmente protagonista della crisi più acuta al mondo. Per comprendere meglio la realtà di questo Stato è importante prendere in considerazione la situazione della regione nella quale si inserisce. Secondo il Global Report on Displacement (Grid) del 2020, il numero dei nuovi sfollamenti conseguenti a conflitti e disastri naturali nel Medio Oriente e Nord Africa è equivalente al 9.6% del totale globale. La situazione geopolitica dello Yemen è molto complessa, considerando il conflitto civile in corso, la crisi umanitaria e le conseguenze del cambiamento climatico, le quali sono in alcuni casi indirette.

La relazione tra lo Yemen e lo sfollamento sembra colpire la stabilità del Paese in vari modi. Andando indietro nel tempo, è possibile analizzare una sfumatura dello sfollamento che costituisce un caso particolare: l’emigrazione dall’Etiopia e dalla Somalia verso lo Yemen. Nel corso del 2011, la popolazione somala e quella etiope furono forzate a spostarsi oltre confine in conseguenza agli effetti del cambiamento climatico, che in quell’area avevano causato siccità, accompagnata da altri disastri, che hanno colpito la popolazione e aggravato la carestia, devastando i due Paesi. Questo caso aiuta ad analizzare il fenomeno dello sfollamento transfrontaliero e a notare, ancora una volta, come gli effetti del cambiamento climatico possano esserne la causa. Le ragioni che portarono queste popolazioni fuori dai confini nazionali per raggiungere lo Yemen erano varie e i cambiamenti climatici hanno un ruolo principale.

Prima di tutto, è importante specificare che il fenomeno è stato più forte tra il 2006 e il 2012 – le stime indicano 447,000 persone – fino al 2013, quando il volume delle persone ha mostrato un “lieve calo” e che questi spostamenti verso lo Yemen erano strettamente legati alle pericolose situazioni risultanti dal cambiamento climatico. Il tipo di minacce alle quali sono state soggette le popolazioni erano varie: gli etiopi, per la maggior parte contadini e pastori, sono stati particolarmente colpiti dalla siccità del 2011 nel Corno d’Africa e, nello stesso anno, i somali subivano gli effetti del conflitto, della violenza generalizzata e la mancanza di assistenza umanitaria, che hanno aggravato le conseguenze della siccità. La situazione ambientale della Somalia rimane tra le peggiori del Corno d’Africa: secondo i dati il Paese è stato interessato da inondazioni diffuse nella seconda metà del 2019, frutto di una stagione delle piogge insolitamente umida, espressione del cambiamento climatico. Allo stesso modo, la situazione dell’Etiopia è ancora una delle più allarmanti dell’Africa subsahariana, dove nel 2019 il numero degli sfollati dovuti a catastrofi è stato di 504.000.

In Yemen lo sfollamento transfrontaliero non è stato l’unico fenomeno caratterizzato da migrazione forzata, lo Stato sta ancora oggi affrontando i problemi dello sfollamento interno dovuto al conflitto in corso, carestia e disastri naturali. Il Paese è infatti teatro della crisi umanitaria più grave a livello globale e l’insicurezza legata alle risorse impedisce alla popolazione di godere dell’adeguata sicurezza alimentare.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) evidenzia il fatto che per diversi anni a causa di una combinazione di fatti, tra cui il cambiamento climatico, c’è stato uno squilibrio tra domanda e offerta nel settore dell’acqua nel Paese, che sta portando all’incremento di tensioni e conflitti.

Negli ultimi anni lo Yemen rimane tra i primi 10 Stati al mondo per numero di sfollamenti dovuti a conflitti, e con Afghanistan, Colombia, Repubblica Democratica del Congo e Siria rappresenta più della metà del totale globale. In aggiunta agli sfollamenti conseguenti a conflitti, quelli generati da disastri naturali giocano un ruolo importante nell’instabilità del Paese. Infatti, come scritto nel Grid del 2020, i disastri hanno innescato 31,000 nuovi sfollamenti nel 2019 e 12 dei 22 governatorati yemeniti hanno sofferto pesanti piogge che hanno portato a inondazioni improvvise a maggio, aggravate durante il mese di luglio dopo che le alluvioni hanno distrutto tende di insediamenti umanitari, causando 3,000 sfollamenti secondari. Il Paese è stato inoltre colpito da forti cicloni durante il 2019, uno che ha preso il nome di Kyarr, avvenuto ad ottobre, un altro è stato chiamato Maha e infine Pawan a dicembre.

Si fa chiara, a questo punto, la gravità dello stato di emergenza nel quale la Terra e alcune specifiche aree, solitamente i Paesi in via di sviluppo, si trovano e la stretta connessione tra il grande numero di sfollamenti e gli effetti del cambiamento climatico. Guardando alla situazione specifica dello Yemen è possibile vedere come l’impatto dei disastri naturali dovuti ai cambiamenti climatici e le conseguenze di conflitti e violenza possono fondersi per dare forma alla più grave crisi umanitaria dei nostri tempi. Nelle parole di un contadino yemenita che ha perso la casa dopo le violente inondazioni verificatesi nel 2020, si trova il significato di tutto ciò, la potenza di un fenomeno non discriminatorio e pericoloso come il cambiamento climatico: “La pioggia era una buona cosa per me quando ero un contadino, ma oggi è un pericolo per le famiglie sfollate, che non hanno case per proteggersi”.

 

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