Il primo atto di Giuseppe Conte da leader del Movimento è aggiungere altre due stelle, all’insegna della svolta europea. Difficile tenere dentro tutti, l’anima governativa avrà la meglio. Letta? Con Conte convergenze (troppo) parallele. L’analisi del sociologo Domenico De Masi

A quanto pare, le cinque stelle diventeranno sette. In principio erano acqua pubblica, ambiente, mobilità sostenibile, sviluppo e connettività. Poi sono diventate acqua, ambiente, trasporti, connettività e sviluppo. Nella “rigenerazione” affidata a Giuseppe Conte probabilmente saranno benessere ecosostenibile, giustizia sociale, etica pubblica, Europa, internazionalismo, democrazia digitale, interclassismo.

Ha ragione Conte: se questa trasformazione andrà in porto – e niente, allo stato attuale, lo impedisce – non si tratterà di un restyling ma di una nuova identità. E ciò significherebbe che se negli anni recenti tutte le forze politiche italiane hanno cambiato pelle e sostanza, il Movimento 5 Stelle ha realizzato una metamorfosi più rapida e più profonda di tutte le altre.

Fondato nel 2009, il Movimento-partito nel 2018 raggiunse il 32,68% alla Camera e il 32,22 al Senato, portando al Governo ben 336 parlamentari: la compagine più ricca di giovani, di donne e di laureati.

Tutti i leader del Movimento ripetevano che i concetti di “destra” e di “sinistra” non avevano più significato e valore ma l’Istituto Cattaneo calcolò che il 48% di quei votanti condivideva una inclinazione a sinistra e il 52% a destra.

Un anno di governo con Salvini è bastato perché la metà dei consensi trasmigrasse dai 5 Stelle alla Lega e a Giorgia Meloni mentre diecine di parlamentari cambiavano casacca. Oggi, a conti fatti, dopo il Reddito di Cittadinanza, il decreto dignità e i bonus, l’elettorato che resta ancorato ai 5 Stelle è prevalentemente “di sinistra”. Intanto il movimento è diventato partito: 9 ministeri nel governo Conte I; 10 ministeri nel Conte II; 4 nel governo Draghi e una fitta schiera di sottosegretari.

A questa massa di “governativi” occorre aggiungere una fitta rete di adepti, interconnessi tramite i blog, i siti, la piattaforma e tutta la ragnatela informatica che Casaleggio-padre concepì come infrastruttura della democrazia diretta e che Casaleggio figlio continua a gestire come strumento non solo elettorale ma anche formativo e informativo.

Se Conte riuscisse miracolosamente a compattare le tre forze di cui teoricamente dispone – i governativi del partito, i tecnici della piattaforma Rousseau, i “movimentisti” di Alessandro Di Battista – creerebbe la macchina politica più completa e moderna che esiste in Italia, unica in grado di unire dinamismo, organizzazione e ubiquità.

Ma non sembra questo l’intento di Conte, così come si evince dal suo intervento all’assemblea congiunta del primo aprile, dove l’anima governativa prevale nettamente sulle altre due.

Prima degli stati generali ebbi l’opportunità di realizzare una ricerca approfondita sui cambiamenti intervenuti nella cultura politica del Movimento 5 Stelle così come risultava dalle convinzioni del vertice del Movimento.

L’identikit che ne veniva fuori era quello di una élite ancora legata saldamente ad alcuni capisaldi del paradigma originario: ambiente, democrazia diretta, interclassismo, onestà, trasparenza, piena fiducia nel progresso scientifico e tecnologico, democrazia diretta e partecipata, una potente strumentazione software.

Ma l’esperienza governativa e il salasso dei voti di destra hanno provocato anche novità profonde, rapidamente metabolizzate, nelle parole d’ordine del Movimento: europeismo, meritocrazia, competenza, avversione al populismo e all’agnosticismo, crescita sana (al posto della “decrescita felice”), welfare, maggiore integrazione con gli intellettuali e con i sindacati.

Queste sono le parole-chiave che si ritrovano nel discorso di Conte ma che coincidono puntualmente con quelle che costellano il discorso tenuto da Letta per il suo insediamento a segretario del PD.

Ciò significa che se i 5 Stelle non si collocano smaccatamente a sinistra del PD, alle prossime elezioni i due partiti rischiano di presentarsi con la stessa offerta politica, mirata sullo stesso segmento elettorale, ottenendo come risultato che i rispettivi consensi non si sommino tra loro ma si sottraggano.

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