I giovani dissidenti cubani raccontano perché la nomina del presidente Miguel Díaz-Canel è solo un tentativo disperato di rigenerare il tessuto morto del castrismo. La battaglia tra il regime e l’opposizione ora è a colpi di rap e melodie

“Non più bugie/Il mio popolo chiede libertà, non più dottrine. Già non gridiamo patria o morte ma patria e vita/ E cominciamo a costruire quanto sogniamo/ Quanto hanno distrutto con le loro mani/Che non continui lo spargimento di sangue/ Per volere pensare differente/ Chi ha detto che Cuba è vostra/ Cuba è tutta la mia gente”.

Patria e vita è il simbolo dell’attuale resistenza cubana. Scritta e interpretata dai rapper cubani Maykel Osorbo ed El Funky, che vivono sull’isola, la canzone è stata vietata dal regime. Non solo perché secondo le autorità rappresenta un insulto allo slogan ufficiale del governo dai tempi della rivoluzione di Fidel Castro, Patria o morte, ma perché ha trasformato lo scenario musicale in un megafono dello scontento popolare attraverso i social network, ultimo bastione della libertà di espressione e comunicazione a Cuba.

In un’intervista al sito CubaNet, ripreso dal quotidiano El País, El Funky ha definito la canzone un inno alla libertà, uscito nonostante le intimidazioni e le difficoltà. Il video e il testo della canzone sono critici. Raffigurano immagini della repressione della polizia contro il movimento di giovani San Isidro, un gruppo di dissidenti del quale fanno parte artisti, scrittori e blogger cubani.

Come risposta, il regime cubano ha prodotto un’altra canzone, Patria o morte per la vita, che però ha avuto meno impatto sui social.

Sul caso si è pronunciato il giornale del governo, Granma: “Odora di zolfo ‘l’arte’ che nasce dalla volontà di chi paga – a qualsiasi costo – il tentativo di interrompere, con ingerenza politica, la sovranità di un Paese […] Il testo (della canzone, ndr) scommette sul restauro del capitalismo e la caduta del potere rivoluzionario”.

Una rivoluzione che cerca di rinnovarsi nell’immagine, dopo decade di eccessi e totalitarismi,  con l’uscita dalla scena politica di Raúl Castro e la nomina del presidente Miguel Díaz-Canel come segretario generale del Partito Comunista Cubano.

In realtà esce Castro ma resta il castrismo. Oltre i formalismo e i nomi, e anche se è la prima volta in più di 60 anni che al vertice del partito non c’è un membro della famiglia Castro, poco cambia nella transizione del potere. L’ingegner Díaz-Canel non è altro che il garante della continuità a Cuba.

La blogger e giornalista Yoani Sánchez, uno dei volti della dissidenza cubana, direttore del sito 14ymedio, ha spiegato che “il castrismo è più di un uomo e la sua tribù. Si tratta di un modo di gestire  la politica, controllare i media, gestire dal settore militare l’economia, definire i piani di studio, i rapporti esteri e la propaganda ideologica”. Per lei il castrismo a Cuba è un modello di comportamento e per questo “poco importa se il cognome non sarà negli atti o nei documenti. Finché gli eredi del potere non smontano l’eredità, sarà come se entrambi i fratelli fossero ancora alla guida della nave”.

Anche per Anamely Ramos, del movimento San Isidro, la staffetta del Partito Comunista Cubano “è una specie di operazione che cerca di rigenerare un tessuto morto”. Alla Bbc, la giovane attivista ha detto che “contrariamente a quanto pensa la gente, il partito non esercita un potere onnipresente: lo esercitano tre o quattro persone, che non sappiamo con certezza chi sono […] Stanno simulando un cambiamento per fortificare una struttura, ma il potere di questo macchinario repressivo è nella sicurezza dello Stato e nella polizia”.

Infatti, Maykel Osorbo, come altri artisti, è sotto sorveglianza dopo essere stato arrestato per la canzone Patria e vita. Ramos dice che c’è uno scontro all’interno del castrismo, che poco cambierà. Ma questo non ferma lo scontento dei cubani, che non sarà silenziato.

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