Il 2020 è stato un annus horribilis anche per quanto riguarda i femminicidi, il peggiore in termini di percentuali dal 2000. Dei 91 totali registrati nel 2020, 81 sono stati commessi nel contesto familiare, cioè l’89% del totale, secondo i dati dell’Eures. I lunghi mesi di lockdown e la forzata coabitazione nelle case hanno allungato ancora di più questa pagina nera dell’Italia

“La sottile linea rossa”. Quella che segna il prima e il dopo. Come nell’iconico film sulla guerra di Terrence Malick, nel quale un gruppo di uomini costretti a confrontarsi con la follia del conflitto in quanto tale, si chiedono se la loro rovina “è di beneficio alla terra, aiuta l’erba a crescere, il sole a splendere?”.

Così anche per molte donne le rovine che comportano le relazioni sbagliate e distopiche, non servono a nessuno: non a loro, non ai loro figli.

Sono “innamoramenti” che sbocciano già caratterizzati da una sottile linea rossa, appunto. A volte è una linea reale che inizia a tratteggiarsi con uno schiaffo, uno spintone… Altre volte è una linea più sottile, invisibile, che inizia con l’accerchiare e isolare la propria preda in un angolo di solitudine e di sensi di colpa.

Inizia così il gioco tra preda e predatore.

Il 2020 è stato un annus horribilis anche per quanto riguarda i femminicidi, il peggiore in termini di percentuali dal 2000. Dei 91 femminicidi totali registrati nel 2020, 81 sono stati commessi nel contesto familiare, cioè l’89% del totale, secondo i dati dell’Eures.

I lunghi mesi di lockdown e la forzata coabitazione nelle case hanno allungato ancora di più questa pagina nera dei femminicidi. Alessandra, nome di fantasia, 37 anni e 3 figli, ha rischiato più volte di diventare un altro nome di questo lugubre evento.

Alessandra ha voluto illudersi già da fidanzata. Ha iniziato a far finta di non soffrire quando il suo bellissimo ragazzo ha iniziato con i primi schiaffi. Ha scambiato quegli schiaffi di gelosia come la dimostrazione di un amore grandissimo. E poi quando è rimasta incinta ha continuato a mentire a se stessa e agli altri tratteggiando un dipinto bellissimo: quello di poter costruire con questo ragazzo, sempre più manesco, una famiglia. Proprio come quelle della pubblicità.

Il giorno del loro matrimonio, davanti all’altare, due spiriti combattono dentro Alessandra: la ragione le urla di fuggire, il cuore di restare. Vince il cuore.

E così per Alessandra inizia un calvario di spostamenti per il lavoro del marito abbinati ad una crescente solitudine, senza amici, con una famiglia troppo lontana.

Ogni occasione è utile per saccheggiare l’anima di Alessandra. Parolacce, botte, e tre bambini che si abituano a ciò che non dovrebbe mai essere la normalità.

Dopo anni vissuti così, e altri trasferimenti ed altri lavori trovati, persi e ritrovati da Alessandra, tradimenti da parte del marito e aggressioni in casa e fuori, oggi lei e i suoi figli vivono in una casa protetta. “Vivo in un costante stato di paura, perché lui continua a cercarmi” – racconta Alessandra. Lui, invece, senza alcuna necessità di proteggersi, continua tranquillamente la sua vita in attesa degli esiti di un processo penale fatto non in codice rosso.

Già, il codice rosso. Un nome e un aggettivo che vogliono esprimere tutto il dolore e l’urgenza di aiutare una vittima in mano al suo carnefice.

Eppure questa legge del 2019 che inasprisce le pene e introduce nuovi reati e prevede tempi strettissimi per l’ascolto della vittima e per le indagini, di fatto si scontra con degli ostacoli insormontabili.

“La legge chiamata codice rosso è un segnale di voler dare più attenzione alla donna che sino al 1986 poteva essere violentata e il reato di stupro era solo un reato contro la morale e non contro la persona. Sicuramente in Italia si sono realizzati percorsi per porre la donna in una condizione di minor vulnerabilità. Ma solo nella forma, perché poi la realtà è diversa – spiega Adonella Fiorito, presidente del centro “Mai più sole” di Savigliano (Cuneo). Infatti gli esiti di un processo dipendono da tante variabili. Innanzitutto da come è scritta la denuncia raccolta dalle forze dell’ordine che non hanno alcuna formazione specifica per affrontare questi casi perché la legge del 2019 non prevede fondi quindi non ci sono corsi specifici. Poi tra la denuncia e l’inizio del processo c’è un lasso temporale che diventa un buco nero. L’uomo che riceve notizia della denuncia spesso non è messo in carcere ma, nella stragrande maggioranza dei casi, agli arresti domiciliari da parenti. E il suo odio verso la donna ha tutto il tempo di diventare incontrollabile. Ed è proprio in questo lasso di tempo che, nella maggior parte dei casi, avvengono i femminicidi.  Quindi, per assurdo, le donne per essere protette, devono essere sradicate dalle loro stesse esistenze: messe in case famiglie, dove perdono le loro certezze di lavoro, abitudini… e i figli sono costretti a nuove scuole e nuovi amici… Ci vorrebbe un processo immediato, formazione nelle scuole,  per le forze dell’ordine… Rincarare le pene non basta, bisogna fare prevenzione. Lo Stato di fatto non tutela. Alle donne dico sempre: state attente, osservate i segnali del vostro partner e cercate sempre di avere un lavoro, l’indipendenza economica è fondamentale.”

Dopo il femminicidio spesso ci sono anche le altre vittime vive, i figli. I figli che sono l’eredità e il lascito di una donna al mondo.

“Alla mia morte, qualunque ne sia la causa, mio figlio deve essere affidato a mia madre e mio padre e in caso di loro morte a mia sorella Fabiana.” Lo scrive Stefania Formicola già nel 2013. Tre anni prima di essere uccisa già ipotizza quello che le succederà. Ma ha troppa paura per modificare il suo destino. All’epoca Stefania e Carmine D’Aponte hanno un solo figlio, poi, poco dopo, Stefania resta nuovamente incinta ma gli atteggiamenti del marito non cambiano, anzi diventano sempre più violenti. Il dramma vissuto da Stefania tra le mura domestiche è raccontato da sua madre, Adriana Formicola: “Carmine la picchiava, la maltrattava, poi si metteva in ginocchio e chiedeva perdono. Mia figlia aveva paura, ma non si rivolgeva alle forze dell’ordine perché aveva paura che lui avrebbe fatto del male a lei o ai bambini”.

Ma poi, dopo anni di maltrattamenti, Stefania Formicola ha deciso: ritorna dai genitori e vuole separarsi dal marito. Carmine D’Aponte, tuttavia, non ha nessuna intenzione di lasciarla andare. Stefania ha solo 28 anni, Carmine ne ha 32 quando la mattina del 19 ottobre del 2016, Stefania esce di casa. Ad aspettarla trova D’Aponte che le chiede per l’ennesima volta di avere un chiarimento. La giovane accetta di salire sull’auto del marito. Carmine estrae una pistola e spara un colpo al petto di Stefania. Lei muore immediatamente. Carmine è condannato all’ergastolo.

“Oggi i miei due nipoti hanno potuto cambiare cognome grazie alla legge sugli orfani di femminicidio. Usare il nome del padre D’Aponte, di colui che ha ucciso la mamma creava a tutti noi un enorme malessere”, spiega Adriana Formicola.

In Italia, infatti, esiste uno specifico testo di legge che riguarda coloro che restano orfani a causa di un crimine domestico, la legge n. 4 del 2018. È una legge unica in tutta l’Europa. Il legislatore ha dato, quindi, grandissima rilevanza a queste vittime indirette. E tra le varie forme di tutela la legge prevede che questi orfani possano, appunto, cambiare il proprio cognome.

“Sicuramente è un passo importantissimo, ma ci sono ancora molte lacune sulle quali lavorare – spiega Roberta Beolchi, presidente dell’associazione Edela, per il sostegno degli orfani di femminicidio. Intanto è una legge poco applicata e con procedure troppo complicate, poi i fondi destinati al supporto psicologico fornito dal servizio sanitario nazionale e all’assistenza legale gratuita della vittima sono troppo esigui per la gravità dei reati. Noi chiediamo soprattutto tre cose: l’istituzione di un albo nazionale di questi orfani, circa 2000, (che se sono minorenni finiscono o in affido ai parenti o in case famiglie), per monitorare le loro condizioni, una maggiore quota economica per aiutare le famiglie affidatarie e l’obbligo per comuni, province e regioni di offrire a questi orfani un lavoro, per garantire loro almeno una serenità economica”.

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