Forse dovremo abituarci a un new normal fatto di alte imposte e mastodontica presenza dello Stato nell’economia, come nella società. Chissà come sembrerà tutto questo fra 15-20 anni, quando la generazione dei baby boomers sarà in età pensionabile. L’analisi di Guido Cozzi e Silvia Galli economisti dell’Università St. Gallen e membri del Gruppo dei 20

 

A partire dagli anni ’80 la globalizzazione aveva portato non solo competizione fiscale e dumping sociale, ma anche una crescente convinzione nella giustezza delle disuguaglianze come risultato “equo” del successo dei talenti e del duro lavoro su un’arena sempre piu’ internazionale. Il quarantennio che e appena trascorso si è aperto con il motto di Deng Xiao Ping To Get Rich is Glorious. Arricchirsi conferisce gloria perché produce valore sociale ed è segno di merito, come nell’antica tradizione confuciana.

Questo motto non era però limitato alla Cina, che anzi si apriva a noi occidentali, ma pervadeva in forme diverse anche l’occidente. Negli anni ’80 l’arricchimento non viene più demonizzato come nella decade precedente, e il progressivo inasprimento fiscale seguito alla seconda guerra mondiale si è anzi spento e ha mutato di segno.
Tutto prevedibile se assumiamo realisticamente che gli elettori tengano – oltre al loro diretto interesse pecuniario – alla equità della distribuzione delle ricchezze, il risultato del talento e del duro lavoro non va espropriato, ma premiato.

Attraverso questa convinzione popolare, a partire dagli anni ‘80 l’imposizione fiscale nei Paesi occidentali non è aumentata, bensì in termini relativi progressivamente diminuita. Con buona pace dei fautori del welfare state, che man mano se ne sono fatti una ragione. Purtroppo, però, il 2020 ha scardinato tutto questo, con una pandemia prorompente di Covid-19 e misure restrittive da peste bubbonica, che hanno messo in ginocchio persino le più forti economie del mondo. Ma lo shock non è stato simmetrico sull’economia: diversi settori sono stati colpiti asimmetricamente.

Chi era nel settore “fortunato” si è arricchito, chi in quello “sfortunato” si è impoverito. Settori promettenti come da noi il turismo hanno avuto forti perdite, altri forti guadagni, quale effetto del tutto imprevisto della pandemia. Inoltre, le politiche di ristoro hanno beneficiato in modo ineguale e arbitrario diversi attori sociali, per non parlare dei danni e disuguaglianze inferte all’istruzione. Lavoratori irregolari del Sud sono rimasti senza stipendio, mentre altri non sono stati scalfiti, come gli statali, ecc.
Si è diffusa quindi sempre più una percezione d’iniquità della distribuzione del reddito e della ricchezza.

Conseguentemente, sta crescendo tra la gente grande tensione, non solo in Italia, che alimenta un forte bisogno di redistribuire redditi e ricchezze ed erogare spese pubbliche e trasferimenti senza tema di danneggiare le generazioni future attraverso un debito senza precedenti. Per punire i fortunati e resuscitare i disperati.
Negli Usa il risultato è stato l’approvazione delle politiche fiscali di Biden, con spese programmate immense, nell’ordine di 4 trilioni di dollari, e tassazioni in forte aumento sui redditi alti e sulle aziende, persino a livello globale. Con raddoppi proposti del salario minimo.

E un helicopter money degno della Repubblica di Venezia del 1630. Tutto ciò nonostante storici sostenitori del fiscal stimulus Obamiano come Larry Summers e Olivier Blanchard abbiano espresso forti riserve. Inutilmente, perché, contrariamente a come si potrebbe credere, il bisogno di redistribuire sorge dal basso, dalla gente, e questo la renderà inarrestabile. C’é iniquità e quindi si vuole redistribuire. Come attestato dai sondaggi più recenti.

Intanto in Europa assistiamo all’abbandono di ogni ragionevole vincolo di bilancio intertemporale, indebitandoci immensamente, prima con le misure anticrisi, poi con un Next GenerationEU che scommette su una crescita futura ancora tutta da dimostrare. Certo, confortati dal “debito comune mezzo gaudio”, ma forse, più realisticamente, dall’aspettativa sottintesa di una monetizzazione futura, probabilmente inevitabile, del debito pubblico. E, paradossalmente rispetto al passato, la Germania dell’ultima Merkel è in prima fila sia nello stimolo fiscale che nell’appoggio al NextGenerationEU.

Non si creda, queste abbuffate di politica fiscale sono destinate a rimanere per lungo tempo. Indipendentemente dalla tanto agognata ripresa, nonché dalla possibile inflazione – anch’essa in fondo desiderata per diluire il peso reale del debito. Forse dovremo abituarci a un new normal di alte imposte e mastodontica presenza dello Stato nell’economia, come nella società. Chissà come sembrerà tutto questo fra 15-20 anni, quando la generazione dei baby boomers sarà in età pensionabile, con una forza lavoro pari alla metà degli ultra-sessantacinquenni, e un dependency ratio italiano abbondantemente sopra il 200%. Confidando che il verde e il digitale ci permetteranno di alleviare questo immenso peso sulla prossima generazione.

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