Continua lo scontro tra Unione europea e Polonia sulla riforma della giustizia. Dall’Ue la richiesta è di rimuovere le violazioni, ma il Pis non si è conformato, perché come sostiene il portavoce del governo Piotr Müller “i regolamenti polacchi non si discostano dalle norme vincolanti nell’Unione europea”

In Polonia il clima è quello che è. Per comprendere la portata e l’impatto del conflitto tra Commissione europea e governo polacco, serve un breve riepilogo. Notizie da Varsavia? Certo, nella giornata di oggi si contano 30.546 contagiati e 497 decessi, il ministro della salute Adam Niedzielski fa suonare il campanello d’allarme in Slesia, Dworczyk e Morawiecki presentano il calendario del programma di vaccinazione mentre a Rzeszow la Destra Unita va in frantumi in piena campagna elettorale, dove i partiti della coalizione di governo presentano i loro candidati a sindaco, diversamente dall’unità d’intenti che compatta l’opposizione. Cos’altro? Budka, il leader dei liberali polacchi, rivendica un governo tecnico all’altezza della situazione, TVP (canale televisivo polacco) si scaglia contro Pawel Borys, il presidente del Fondo polacco di sviluppo, nonché longa manus del premier Morawiecki, e il Pis diviene oggetto di contesa tra i sovranisti dell’asse Orban-Salvini e i conservatori europei.

Nel bel mezzo di questo pandemonio, in cui il sistema sanitario è messo a dura prova dalla sfilza di morti e contagiati e la crisi di governo si cela dietro l’angolo, la Corte di Giustizia Europea afferma che il nuovo meccanismo di nomina dei giudici presso la Corte suprema polacca “è passibile di violazione del diritto comunitario”.

Nel 2017 il governo polacco ha introdotto le nuove regole disciplinari per i giudici della Corte suprema del Paese (Sąd Najwyższy) e dei tribunali ordinari. Tale riforma ha istituito all’interno della Corte suprema polacca una nuova Camera, la Izba Dyscyplinarna (Camera disciplinare) che, secondo la Commissione, non garantisce il principio di imparzialità e di indipendenza, poiché il nuovo organismo è composto dai “prescelti” dal Consiglio nazionale della magistratura; in buona sostanza l’elezione di quindici giudici da parte del Sejm implica una politicizzazione dell’ordine. Inoltre, la legge-bavaglio continua a privare le toghe della loro immunità, che si sostanzia nella rimozione dalla magistratura e in una riduzione dei loro stipendi.

Senza contare il disastro finanziario causato dalle modifiche della legge, confezionata dalla squadra di Zbigniew Ziobro (il costo del funzionamento della Camera disciplinare è di circa 15 milioni di PLN).

Riscontrata la violazione dello Stato di diritto, la Commissione europea pretese due provvedimenti provvisori: la sospensione delle nuove regole disciplinari fino al pronunciamento della Corte sulla causa pendente, e una relazione da Varsavia in merito alle misure adottate per risolvere la situazione. Ad aprile 2020 la Corte di Lussemburgo accoglie la richiesta della Commissione, sottolineando che “nonostante, l’organizzazione della giustizia negli Stati membri rientri nelle competenze di tali Stati membri, nell’esercizio di tale competenza, essi sono tenuti a rispettare i loro obblighi derivanti dal diritto dell’Ue”. In questo caso, si ritiene che la Polonia abbia omesso di adempiere all’obbligo di “garanzie inerenti a un’efficace protezione giudiziaria, compresa quella di indipendenza”.

Oggi parte il secondo round: sulla base del caso sollevato da alcuni giudici polacchi, la sentenza della Corte impone al governo di Morawiecki di sospendere la riforma e di osservare i principi di indipendenza giudiziaria, ergo i giudici Beata Morawiec e Igor Tuleya dovrebbero far ritorno in tribunale. I media polacchi fecero di Tuleya la vittima sacrificale, il mito del magistrato privato della facoltà di operare in piena libertà. Si tenga conto che questo mese, la Camera disciplinare può acconsentire alla sua detenzione e al suo trasferimento forzato all’ ufficio del procuratore. La colpa? Aver fornito agli organi di stampa  i dettagli relativi alle varie irregolarità nel Sejm.

Oltretutto, la Commissione ha chiesto senza successo a Varsavia di rimuovere le violazioni, ma il Pis non si è conformato, perché come sostiene il portavoce del governo Piotr Müller “i regolamenti polacchi non si discostano dalle norme vincolanti nell’Unione europea”.

A questa presa di posizione si aggrega quella di Waldemar Gontarski, ex procuratore, che dinanzi al giudizio della CGUE replica: “Nella sua denuncia, la Commissione decide sovranamente, senza poteri di trattato, che la legge polacca sulla magistratura, in particolare la Camera disciplinare, mina l’indipendenza dei giudici polacchi ed è incompatibile con il primato del diritto comunitario. La conclusione è che la denuncia della Commissione non combacia con le prerogative costituzionali del nostro Paese e infanga il buon nome della Polonia”.

Lunedì scorso, il primo ministro ha presentato una richiesta alla Corte costituzionale per risolvere, una volta per tutte, le collisioni emerse tra il diritto europeo e la Costituzione polacca. Staremo a vedere chi, tra i  discepoli della Grundnorm e gli apostoli della sovranità statuale, avrà la meglio.

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