In Senato è in discussione la proposta di istituire una commissione d’inchiesta sul coronavirus. Mi auguro che quest’organo approfondisca anche i rapporti tra Cina e Italia durante la pandemia e che il Copasir, nei limiti delle sue competenze, faccia lo stesso. L’intervento della senatrice Gabriella Giammanco (Forza Italia)

Come nel più classico gioco dell’oca, il mondo intero rischia di tornare ai nastri di partenza a causa dell’arroganza di Pechino. Forte del suo strapotere economico, la Repubblica popolare cinese ha candidamente ammesso che i suoi vaccini, dopo essere stati esportati in oltre 50 Paesi tra Africa, America Latina ed Europa, non funzionano. L’ammissione avviene dopo mesi di dubbi sull’efficacia dei sieri “made in China”. Un comportamento reticente e nebuloso, tipico del regime. Come non ricordare, infatti, i silenzi e ritardi che hanno caratterizzato le notizie sul Covid-19. Il virus è stato, per mesi, nascosto al mondo intero e i medici che hanno provato a parlarne sono stati perseguitati e prontamente zittiti.

Ora la storia si ripete. Le prime ombre sul vaccino cinese, avvolto dal mistero, iniziano a manifestarsi a gennaio, quando i brasiliani, pur in assenza di dati attendibili, ne attestano l’efficacia al 78%. Una stima che lascia perplessi gli esperti, in quanto non surrogata da un’adeguata trasparenza sulla casistica.

Qualche giorno fa, poi, emerge che in Cile, Paese virtuoso per le vaccinazioni, dopo le riaperture, e nonostante l’alto numero di sieri inoculati, il numero dei contagi schizza vertiginosamente tanto che si è costretti a tornare al lockdown. Tra i vaccini utilizzati dal governo di Santiago c’è anche quello cinese. Si potrebbe, quindi, pensare che il governo di Pechino, di fronte a un caso così evidente, sia stato costretto ad ammettere una parte di verità.

C’è poi un altro elemento da non tralasciare. Su 1,4 miliardi solo circa 150 milioni di cinesi sono stati vaccinati. Le perplessità aumentano. Buon senso vorrebbe infatti che, prima di esportare, un Paese immunizzasse i propri cittadini. Appare perciò evidente che con la scelta di distribuire altrove il siero la Cina stia espandendo e rafforzando la sua azione nel quadro geopolitico. La mossa è tipica del modus operandi cinese: dipingersi come Paese generoso, attento alle problematiche dei Paesi più poveri, per esercitare la propria influenza. Abbiamo visto questa spregiudicata attività già in Africa, dove Pechino costruisce infrastrutture, ospedali, città fantasma, diventando il maggior azionista del debito pubblico di molti Paesi africani.

Anche la Russia con lo Sputnik V segue lo stesso criterio, con una differenza: il vaccino russo non si sa se sia sicuro o meno ma certamente, come evidenziato da studi scientifici di valore, funziona.

La non efficacia del siero cinese, invece, oltre a mettere a rischio milioni di vite conferendo un senso di falsa sicurezza, rischia di riaccendere di nuovo la pandemia. Ciò a dispetto di tutti i sacrifici che da oltre un anno l’Occidente sta facendo e di una campagna vaccinale seria che, si spera, potrà farci uscire dall’emergenza entro pochi mesi. Il problema è grande e stupisce abbia avuto poco risalto nelle cronache di questi giorni. Se in Cina il virus continuasse a circolare, e dovesse mutare ancora, potrebbe verosimilmente scatenare una seconda pandemia.

Di fronte a tutto questo, però, la comunità internazionale nicchia o si ribella debolmente.

Gli americani hanno più volte accusato la Cina in merito alla gestione dell’emergenza e all’origine del Covid-19, la cui natura non è ancora stata dimostrata in alcun modo. Gli ispettori dell’Oms, organizzazione che si è dimostrata troppo tenera con Pechino, hanno svolto una missione per conoscere la storia del Covid-19 ma il governo cinese ha negato loro l’accesso ai dati sui primi casi. Nonostante ciò tutto tace o, peggio, prosegue come se nulla fosse.

L’Unione europea ha siglato un accordo sugli investimenti storico con la Cina, e l’Italia, con il governo Conte e i grillini nel ruolo di apripista abbagliati dalla dittatura orientale, non si è fatta scrupolo nell’intrattenere intensi rapporti con Pechino provocando le ire americane e mettendo a rischio la collocazione euroatlantica del nostro Paese.

Rapporti le cui conseguenze stanno emergendo nelle inchieste, giornalistiche e giudiziarie, di questi giorni: a partire dalla partita di 60 milioni di mascherine farlocche, con una capacità filtrante quasi nulla, che sono state ordinate e pagate a caro prezzo dall’Italia alla Cina, alla faccia dei produttori italiani costretti a esportare i loro manufatti.

C’è, poi, il caso dei termoscanner e delle telecamere prodotti da due aziende cinesi bandite dagli Stati Uniti ma da noi installati a Palazzo Chigi e nelle procure.

O, ancora, quello dei ventilatori provenienti dalla Cina ma ritirati poiché non rispondenti agli standard di sicurezza e anch’essi ordinati dal super commissario Domenico Arcuri, uomo di Massimo D’Alema e poi di Giuseppe Conte, che ha spalancato le porte alla Via della Seta sanitaria.

In Senato è in discussione la proposta di istituire una commissione d’inchiesta sul coronavirus. Mi auguro che quest’organo approfondisca anche i rapporti tra Cina e Italia durante la pandemia e che il Copasir, nei limiti delle sue competenze, faccia lo stesso.

Un Paese che calpesta costantemente i diritti umani più basilari, che occulta, mente e nasconde al mondo ciò che abbiamo il diritto di sapere non può essere un partner privilegiato dell’Occidente.

L’Unione europea non può infliggere sanzioni alla Russia o imporre, giustamente, il rispetto dei principi dello Stato di diritto a Polonia e Ungheria ma poi ignorare la questione cinese.

Pechino rappresenta una minaccia globale, il Covid-19 ne ha fatto emergere tutte le contraddizioni, l’Occidente si dia una sveglia.

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