Ecco cosa racconta la visita di Di Maio in Mali del “terzo cerchio e mezzo”, cioè la proiezione africana dell’Italia e il Mediterraneo allargato come evoluzione strutturale in politica estera. L’analisi di Dario Cristiani, Iai/Gmf Senior Fellow

La recente visita di due giorni del ministro degli Esteri Luigi Di Maio in Mali rappresenta un ulteriore esempio della crescente importanza che l’Africa ha per l’Italia. Tale evoluzione è estremamente significativa e merita una riflessione complessiva.

Nello specifico, tale attenzione rispetto all’Africa suggerisce che siamo dinanzi a un mutamento strutturale nella classifica definizione delle linee guida dell’Italia. Nell’analisi della politica estera italiana, spesso e volentieri si è fatto ricorso all’immagine dei tre cerchi per dare senso euristico alle scelte dei vari governi che si sono succeduti nell’era repubblicana, definiti dall’esperienza storica e dal dato geografico: atlantismo, europeismo, mediterraneo.

La delimitazione di tali cerchi non è mai stata troppo rigida e nel corso degli anni essi si sono adattati all’evoluzione del sistema internazionale e ai cambiamenti che sono avvenuti e che hanno interessato l’Italia, sia a una scala più immediata sia a una scala più globale. Si pensi, per esempio, alla crescente importanza dei Balcani dopo la fine della Guerra fredda, area che, sebbene geograficamente appartenesse ai cerchi mediterranei ed europei, divenne anche un’appendice delle necessità atlantiche dell’Italia, si pensi per esempio al supporto agli Stati Uniti nella guerra del Kosovo ma anche alle tensioni con Washington sul processo di pace in Bosnia e sulle relazioni con la Serbia di Slobodan Milošević.

Negli ultimi anni vi è stata un’ulteriore evoluzione, che si sta portando a compimento in questi mesi e la cui portata è destinata ad apportare un cambiamento strutturale rispetto a questa costruzione della politica estera italiana basata sui tre cerchi. Essa riguarda il nuovo attivismo italiano in Africa, realtà per troppo tempo dimentica ma che è ora, invece, divenuta sempre più importante nel quadro di priorità di Roma. In questo quadro, l’Africa è vista come un’estensione del Mediterraneo, sebbene abbia dinamiche e necessità proprie. In tal senso, forse è ora il caso di parlare di un terzo cerchio e mezzo: il Mediterraneo allargato, dove il cerchio principale, il terzo, resta quello mediterraneo ma a cui si aggiunge un mezzo cerchio, quello africano, che assume significato geopolitico per l’Italia in quanto appendice del Mediterraneo. In questo senso,  le dinamiche strategiche del bacino si fondono non solo delle realtà maghrebine e del Sahara, ma anche con realtà come quelle dell’Africa occidentale, del Golfo della Guinea, del Sahel, del Corno D’Africa e del Mar Rosso, con queste ultime due realtà sempre più legato anche alle dinamiche caratterizzanti il Golfo Persico. 

Tale percorso non nasce dall’oggi al domani in questi mesi, ma è il frutto di un percorso lungo, iniziato nel 2013, anche se non necessariamente coerente. Per decenni, l’Italia non ha mai guardato all’Africa in maniera strutturale e struttura, con la notevole eccezione dell’Africa mediterranea. Ma, oltre il Sahara, l’Italia era quasi inesistente. Con l’azione di singole personalità che avevano un focus sull’Africa – si pensi ad Alfredo Mantica o Mario Giro – tale assenza veniva solo parzialmente attenuata, ma c’era bisogno di un cambio di passo sistemico. Questo cambio di passo è avvenuto nel corso degli ultimi anni, portando l’Italia a definire una nuova strategia africana, nuova partnership con l’Africa, lanciata nel dicembre 2020, strategia forgiata dalla Farnesina in collaborazione con tutto il sistema Italia, e trainata dall’azione di Emanuela Claudia Del Re e Marina Sereni nel precedente esecutivo.

Sebbene tale rinnovata attenzione non sia nata con il precedente governo giallorosso, è probabile che la presenza di un ministro degli Esteri espressione del Movimento 5 stelle come Luigi Di Maio abbia portato in maniera più marcata i temi della cooperazione, del commercio e dello sviluppo al centro dell’agenda. Sebbene sia, ancora oggi, difficile definire la cifra strategica della politica estera pentastellata nel complesso, un’attenzione rispetto alle tematiche della cooperazione e dello sviluppo è una delle caratteristiche relativamente evidenti.

Al tempo stesso, però, vi è stato un altro elemento politico che ha permesso a questa attenzione di trasformarsi da potenziale in fattuale: l’arrivo al governo del Partito democratico e con esso di una seria di attori politici che hanno ripreso le fila di discorsi strategici che erano stati accantonati o interrotti dal precedente governo gialloverde. In questo senso, vi sono due elementi da tenere in considerazione: da una parte l’idea di una complementarità europea nell’affrontare le questioni africane; dall’altra quella di dare ulteriore impulso alla definizione della realtà del Mediterraneo allargato.

Rispetto al primo punto, il riavvicinamento con la Francia e una minore conflittualità con l’Europa è stato essenziale. Tale riavvicinamento è stato uno dei primi atti di peso del governo giallorosso, culminato con il bilaterale di febbraio 2020 a Napoli. Motori politici di questo passaggio sono stati l’allora ministro per gli Affari europei (oggi sottosegretario a Palazzo Chigi), Vincenzo Amendola, e il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini.

Amendola ha spesso e volentieri rimarcato l’idea di un futuro ineludibile di partenariato con l’Africa, con il Mediterraneo come connettore fondamentale e il Green Deal come bussola strategica. Guerini, invece, ha dato sostanza a una ripresa del dialogo con Parigi rispetto alle questioni di sicurezza dell’Africa maghrebina e saheliana, intercettando la necessità francese di essere supportata nel quadrante sahariano-saheliano con la missione Takuba e iniziando anche un momento di distensione rispetto alle tensioni libiche che per anni hanno contrapposto Parigi e Roma.

E qui si innesta un ulteriore elemento: Guerini ha ripreso una riflessione che era stata iniziata da Roberta Pinotti nei suoi anni al ministero della Difesa sul Mediterraneo allargato come orizzonte strategico ineludibile per l’Italia. Nel corso di questi ultimi due anni, ha messo questa necessità al centro della propria agenda, spingendo per azioni specifiche. Guerini ha insistito a più riprese su questo concetto, individuando nel triangolo Corno d’Africa, Golfo di Guinea e Libia, con il Sahel al centro, come area fondamentale dell’impegno italiano in Africa come area di interesse per le dinamiche del Mediterraneo allargato. La centralità del Sahel è chiaramente dimostrata dal fatto che sono state aperte quattro nuove ambasciate in Niger, Burkina Faso, Guinea e presto anche in Mali.

Questo “mezzo cerchio” che si innesta nel cerchio mediterraneo della proiezione esterna dell’Italia ha però anche delle implicazioni per gli altri due cerchi. Il ruolo dell’Italia in Africa ha un valore sia europeo che transatlantico. Rispetto all’Europa, ha un ruolo di supporto alla proiezione del paese che per storia e profondità strategica ha da sempre un ruolo di prima fila in Europa rispetto alle questioni africane, la Francia. Inoltre, nel corso degli ultimi anni, anche la Germania è diventata un attore sempre più attenta alle questioni africane, con il lancio nel marzo 2019 delle sue “Africa’s Policy Guidelines”. L’approccio tedesco è fortemente centrato sulla cooperazione economica, mentre quello francese resta incentrato su presenza militare. In tal senso, l’approccio italiano si definisce quasi come una terza via, una sorta di via di mezzo tra questi due approcci, ma in entrambi i casi potenzialmente complementare. In questa cornice, si inserisce il richiamo italiano sulla necessità di rafforzare il profilo dell’Unione nel complesso come attore africano, sia in ambito bilaterale sia in ambito multilaterale.

La presenza italiana ha anche un risvolto atlantico. Sebbene gli Stati Uniti siano ritornati – “America is back”, come ripetuto da Joe Biden nelle sue prime uscite ufficiali – Washington difficilmente avrà voglia di avere un ruolo trainante e proattivo nel Mediterraneo e in Africa. Ci sarà certamente più coerenza tra i vari attori impegnati nella definizione della politica estera americana ma, come dimostrato già in questi primi mesi, l’amministrazione Biden non si dimostrata molto attiva nel Maghreb, nel Sahara o in Africa più in generale. Questa ritrosia è sistemica e non contingente, il che significa che gli americani vorrebbero un’azione più incisiva dei propri alleati che, per geografia e storia, hanno un interesse più immediato nel continente. Inoltre, in Africa vi è un certo dinamismo diplomatico e geopolitico, con Cina, Russia, Paesi del Golfo, Turchia e altre potenze impegnate. Da questo punto di vista, un impegno più significativo, autonomo e funzionale, anche in termini militari, dell’Europa, è visto in maniera positiva da Washington.

In tal senso, l’Italia può spingere per, da un lato, rafforzare la cooperazione intraeuropea sulla questioni africane e dall’altro rendere questa cooperazione complementare, e non concorrenziale, rispetto alla Nato e alle necessità delle relazioni transatlantiche, spingendo affinché la tanto dibattuta autonomia strategica dell’Unione europea si sviluppi lungo una traiettoria di sostenibilità transatlantica e che eviti tentazioni esclusiviste o di tensione con le strutture transatlantiche che restano il pilastro fondamentale della sicurezza italiana ed europea, la “bussola strategica” imprescindibile per l’Italia, riprendendo le parole utilizzate da Guerini nell’audizione alle commissioni Difesa di Camera e Senato riunite.

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