Biden al giro di boa dei 100 giorni. Al contrario di chi l’aveva giudicato come il presidente del ritorno al passato, anche per la sua età, la sua non è la nuova presidenza Obama né la presidenza anti Trump, ma è qualcosa di totalmente nuovo. L’analisi di Matteo Laruffa, autore di “L’America di Biden. Le sfide della democrazia americana dopo Trump” (Rubbettino)

Sin dai tempi della presidenza di Franklin D. Roosevelt gli analisti politici guardano con attenzione ai cosiddetti “primi cento giorni” di ogni amministrazione. È come se la cultura americana della “first impression” si riflettesse anche al massimo livello dell’azione politica, quella di governo. Chiunque ha vissuto nei Paesi del mondo anglosassone è consapevole del fatto che la “prima impressione”, quella che si ha quando si conosce qualcuno, è quella che lascia il segno nella percezione che abbiamo degli altri anche nel lungo periodo. Così, da circa un secolo, una consuetudine sociale e culturale si è tradotta anche nel test dell’inizio di ogni presidenza che mira a mostrare la performance del governo federale di Washington, comparandolo con gli esempi di quanto fatto dai precedenti inquilini della Casa Bianca, con le promesse elettorali e con le priorità politiche che riempiono l’agenda dei presidenti degli Stati Uniti.

Il termine dei cento giorni permette di fare un bilancio di breve periodo per comprendere quale sia la capacità di leadership di chi guida l’America, se l’azione di governo si pone in una linea di continuità o discontinuità rispetto al passato, come cambiano le relazioni tra le istituzioni di Washington e quelle tra l’America ed il mondo. Si tratta, in poche parole, di una prova con cui si misurano i presidenti americani per testare la loro leadership.

Nei suoi primi cento giorni Obama riuscì a spingere il Congresso ad approvare il piano anticrisi del 2009 conosciuto come American Recovery and Reinvestment Act. L’obiettivo principale era quello di investire nella ripresa economica dopo la crisi finanziaria del 2008 e Obama ottenne il risultato sperato in un contesto politico ben più roseo di quello odierno. Il dibattito tra i partiti era meno polarizzato di quello attuale e il presidente godeva dell’appoggio di una maggioranza nel Senato più ampia di quella schierata con Biden.

I cento giorni dell’amministrazione Trump invece sono stati caratterizzati per una serie di decisioni ideologiche che hanno marcato il netto cambio di rotta rispetto alle politiche obamiane e un nuovo protagonismo dell’allora neo presidente. La visione dei primi cento giorni del tycoon nello Studio Ovale può essere facilmente sintetizzata ricordando alcune delle sue scelte. In quei mesi del 2017 Trump adottò dei decreti per limitare l’ingresso negli Usa da parte dei cittadini di alcuni paesi a maggioranza musulmana (il cosiddetto Muslim Ban), quelli per implementare la costruzione del muro al confine con il Messico e per il ritiro degli Usa dall’accordo del Partenariato Trans-Pacifico, tentando la strada di un nuovo isolazionismo americano.

Il caso dei primi cento giorni dell’amministrazione Biden-Harris è diverso da quanto successe nel 2009 e nel 2017. Biden si trova a governare gli Usa nella peggiore crisi globale (socio-economica e sanitaria) dell’ultimo secolo, con una risicata maggioranza al Senato e in un momento critico per le divisioni interne all’America. Inoltre, il clima politico è dominato tuttora da rischi di violenza eversiva di stampo politico o razziale. Non possiamo ignorare il fatto che la sua presidenza sia iniziata pochi giorni dopo l’assalto a Capitol Hill, tra le polemiche sul secondo processo di impeachment nei confronti del presidente uscente.

Queste peculiarità spiegano perché le azioni del presidente Biden siano abbastanza uniche dato che non deve soltanto “governare”, ma deve riportare l’America a quella normalità che è stata smarrita nell’era Trump, in quell’orizzonte ideale che ha segnato uno stile comune ai presidenti ed ha unito gli americani nella lunga storia del nuovo mondo. In un sistema politico sotto shock, dove il presidente negli ultimi quattro anni è stato l’attore destabilizzante per eccellenza, Biden si fa carico di ripristinare la leadership costituzionale dei successori di Washington.

Sul piano delle policies, il presidente Biden ha legiferato e governato servendosi degli executive orders più dei suoi predecessori. Lo ha fatto per due motivi: perché costretto dalla necessità di fare presto e per poter agire nonostante l’esistenza di un’opposizione nel Senato, quella repubblicana, che può bloccare molti dei procedimenti parlamentari.
Gli ordini esecutivi di Biden hanno riguardato non solo la pandemia e l’economia, ma anche le cosiddette “scelte di campo” che riguardano il posizionamento degli Usa nello scenario internazionale (ad esempio, quelli sul clima e sulla partecipazione al multilateralismo) e nelle lotte identitarie interne all’America (basti pensare alle decisioni relative alle varie forme di discriminazione e problematiche sociali).

A questi atti del presidente si aggiunge un coraggioso piano di sostegno ai redditi, con risorse ben più ingenti di quelle dell’amministrazione Obama nel 2009 e pari a circa l’8% del Pil americano, che è stato approvato dal Congresso con una procedura singolare – quella conosciuta come reconciliation – che in questo caso ha reso la maggioranza democratica autosufficiente nella votazione.

I risultati dei primi cento giorni sono stati esposti dallo stesso presidente Biden nel discorso tenuto al Congresso lo scorso 28 aprile e possono essere riepilogati in quattro macro obiettivi raggiunti. Il primo riguarda la scommessa delle vaccinazioni, che è già stata vinta dal governo federale con più di 220 milioni di dosi somministrate nei primi 100 giorni. Il secondo obiettivo mira a risollevare e cambiare l’economia. Il piano di aiuti pandemico ha riscritto la politica economica della Casa Bianca ponendo le basi di un ritorno dello Stato nell’economia attraverso una serie di misure per le diseguaglianze e il mercato del lavoro, che continuerà con gli investimenti, la conversione verde/digitale e la caregiving economy dell’American Jobs Plan.

Inoltre, Biden ha rinnovato la politica estera di Washington secondo un metodo più convenzionale, riportando l’America al centro delle dinamiche della globalizzazione, in difesa dei valori democratici e delle strutture del multilateralismo, costruendo su quanto resta della politica di Trump e ciò che neanche il Pentagono può sconfessare (ad esempio, il fine di contenere Pechino). Infine, la Casa Bianca con Biden è tornata ad esercitare una leadership attiva anche nei dibattiti sui temi sociali ed etici, dismettendo l’ambiguità che ha permesso l’esplosione delle tragedie dell’America di oggi, come la violenza razziale.

A questi quattro obiettivi si aggiungono altri grandi risultati. Biden ha ripristinato uno stile comunicativo misurato che scommette sulla puntualità dell’informazione, l’empatia nel rapporto tra presidente e opinione pubblica, un atteggiamento distensivo e di fiducia sul futuro piuttosto che le recriminazioni verso gli avversari e la retorica della nostalgia del passato.

Oltre a cambiare la comunicazione presidenziale, Biden si sta mostrando più progressista che moderato, più innovatore che restauratore. Sul piano politico infatti ha cercato di includere nella sua strategia le idee proposte dall’ala più a sinistra del partito democratico per scommettere sulla sostenibilità ambientale, il riconoscimento dei diritti civili, la correzione delle disuguaglianze.

Per tutte queste ragioni si può dire che Biden sia più sorprendente di quello che ci si poteva aspettare. Al contrario di chi l’aveva giudicato come il presidente del ritorno al passato, anche per la sua età, vediamo che la sua presidenza non è la nuova presidenza Obama né la presidenza anti Trump, ma è qualcosa di nuovo per la storia americana e che prova ad essere un fattore di trasformazione del sogno americano.

Nonostante la moltitudine di opinioni che occupano le pagine dei quotidiani proprio in queste settimane in cui terminano i cento giorni dell’amministrazione Biden, ci sono dei dati che valgono piú degli altri e sono quelli concernenti il consenso (o più propriamente l’approval rating, cioè il tasso di approvazione) dei cittadini americani per le politiche del presidente. Il 57% degli americani si schiera a favore di Biden. Il dato è inferiore rispetto a quello di Obama (68%) e superiore rispetto al consenso per Trump (45%), ma Biden è il solo dei tre a non aver perso punti dopo cento giorni. L’apprezzamento degli americani per la performance del nuovo presidente è inalterato e non è diminuito rispetto ai primi giorni successivi all’Inauguration day di gennaio (Gerhard Peters. “Presidential Job Approval Ratings Following the First 100 Days.” The American Presidency Project. Ed. John T. Woolley and Gerhard Peters. Santa Barbara, CA: University of California. 1999-2021).

Biden proverà a tenere alto il consenso degli americani per le politiche della Casa Bianca in attesa della prossima scadenza elettorale, quella delle elezioni di metà mandato. Intanto, se dovesse riuscire a mantenere il ritmo del cento giorni, il team di Biden potrà davvero cambiare l’America, curando gli States dalla pandemia e dalle divisioni interne, rinvigorendo il ruolo di Washington come modello di leadership globale.

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