Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto del libro “Ribellarsi. La sfida di un’ecologia umana” (Mondadori) di monsignor Giulio Dellavite, segretario generale della diocesi di Bergamo

Mi rendo conto che questa dimensione “implicativa” della tecnologia è ciò che segna l’inizio di una nuova epoca. Un esempio penso sia la nuova Dan, didattica a distanza, per i ragazzi, che non può essere solo la trasposizione online su piattaforme digitali di lezioni che prima venivano seguite in classe, e che non può funzionare perché svuotata di ogni interrelazione, a meno che non diventi Ddi, didattica digitale integrata. In rete circolano post del tipo: “Non vorrei mettervi ansia, ma tra dieci anni l’appendicite ve la curerà un medico che oggi è alle superiori e sta facendo didattica a distanza in mutande davanti all’Xbox mentre mangia merendine. Abbiate cura di voi”.

Gli stessi alunni frequenteranno corsi universitari per svolgere dei lavori che magari nemmeno esistono oggi. Per cui anche i progetti educativi e i piani di studio hanno a che fare con una galassia completamente nuova che non dà lezioni e risposte, ma strumenti di analisi e metodi di sintesi. Non si tratta di trovare strade nuove, ma di scoprire una vera e propria nuova galassia. Penso allora alla fantasia di alta qualità di tanti insegnanti che già nelle scuole medie e superiori invece che la lezione frontale via web si stanno adoperando a spingere gli alunni a un impegno di responsabilizzazione, per esempio recuperando il gusto della lettura, magari riscoprendo le librerie di casa o le biblioteche del paese, la composizione di testi o di presentazioni su argomenti interdisciplinari da presentare ai compagni, l’elaborazione personale di riflessione attraverso la lettura dei quotidiani con esercizi di critica costruttiva (e non solo di polemica sterile) a situazioni o idee.

Ancor più, uno specchio e un laboratorio di questo nuovo orizzonte è il tanto recentemente millantato smart working. Nella maggioranza dei casi è stato interpretato solo come home working, cioè spostamento a casa di quello che si faceva in ufficio, con la conseguenza però del rischio altissimo di tagli da parte del datore di lavoro agli spazi e alle strumentazioni perché molte risorse sembrano non servire più. C’è pure una ulteriore variabile da calcolare: se non è smart c’è il rischio che sia poco work e il pericolo è che rimanga solo home, tragicamente, cioè il ritrovarsi “casa” senza nulla, a piedi. Il Covid ha costretto a fare in tre mesi quello che è stato progettato e raramente attuato in dieci anni. Il remote working non è solo uno spostamento, ma una vera e propria trasformazione di sistema, che si fonda su una concezione diversa che chiede massima flessibilità, responsabilizzando circa il come, il dove, il quando svolgere il proprio compito.

Tenendo fisso il medesimo obiettivo, è possibile arrivare a scoprire una via migliore rispetto a quella segnata dal capo. Questo modifica anche i criteri di valutazione e di controllo. Smart significa intelligente e vale non solo per i dipendenti, tutti sono chiamati a reinventarsi. Se poi vedi qualcuno che sceglie di lavorare in smart working sempre di lunedì e venerdì, forse sorge legittimo il dubbio che si tratti invece di small working, cioè di una di quelle scorciatoie per cui non andremo mai da nessuna parte, volendo sempre fare i furbi cercando fantasiose alternative per fare il meno possibile. C’è però un aspetto a cui ho visto dare poca attenzione: lo “smart capo”. Urge rivedere non solo modi ma logiche nel guidare persone che non incontri, verificare riscontri fiduciari, ricalibrare spazi non utilizzati o personale rivelatosi inappropriato, ridefinire sulle nuove esigenze l’apporto di società di servizi (pulizia, sicurezza, forniture) e last but non least investire in gestioni e comunicazione digitale che inevitabilmente cambiano il volto e la rotta dell’azienda.

L’economista austriaco Joseph Alois Schumpeter, lasciata nel 1932 una Germania che un anno più tardi avrebbe visto [Adolf] Hitler diventare cancelliere, fugge negli Stati Uniti e dall’Università di Harvard teorizza la “distruzione creativa”.

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