Mentre la task force Takuba prende il via nel Sahel senza la Germania, dagli Usa arriva notizia dei piani di Biden per rimodellare la presenza militare nel Golfo. Per l’Italia si aprono spazi rilevanti per accrescere il proprio politico, sfruttando gli impegni all’estero. Intervista al generale Marco Bertolini, già comandante del Coi e della brigata paracadutisti Folgore

“Il fatto che il nostro Paese cominci a interessarsi a ciò che accade nel Sahel, e che tratti le missioni militari non solo come un fatto di spesa, può rappresentare un rilevante investimento da poter riscuote in termini politici”. Parola del generale Marco Bertolini, già comandante del Comando operativo di vertice interforze (Coi) e della Brigata paracadutisti Folgore, che Formiche.net ha raggiunto per commentare le novità tra Sahel e Medio Oriente, tra l’impegno europeo in Africa, e i piani di Joe Biden per il Golfo.

Generale, la task force Takuba si appresta alla piena operatività nel Sahel. Che segnale è?

Takuba rappresenta il tentativo francese di dare svolta a una situazione nel Sahel che la sola operazione Barkhane non riusciva a controllare dal punto di vista della sicurezza militare. È un’operazione di contro-terrorismo (non “anti”), dunque con finalità risolutive e ultimative nei confronti della minaccia jihadista che interessa l’area, un universo che fa capo sostanzialmente al Califfato e ad al Qaida. Vi partecipano diversi Paesi, compreso il nostro, con circa 200 militari.

Manca la Germania. Perché?

L’atteggiamento della Germania è, su questo specifico caso, abbastanza “italiano”. Il ministro degli Esteri tedesco ha commentato l’operazione dicendo che nell’area c’è bisogno prima di tutto di confrontarsi con la criminalità e di costruire infrastrutture, frasi che sentiamo dire spesso nel nostro Paese, come se fossero la panacea per risolvere le tensioni in ambito militare. Macron è più realista, affermando che la priorità non è nelle infrastrutture, ma nella sicurezza, e che dunque bisogna prima di tutto far fuori il nemico. Evidentemente, la Francia è più abituata ad avere a che fare con i problemi militari all’estero, mentre la Germania non ha ancora superato il condizionamento che permane dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Per l’Italia è importante esserci?

È fondamentale. Il nostro Paese si era affacciato già in passato nel Sahel con una presenza di osservazione. Accadeva quando la Francia iniziava le sue operazioni in Mali; l’Italia doveva aderire con impegno importante, poi ridotto all’osso, oggi pari a circa 15 addestratori per le forze maliane che, insieme ai francesi, combattono nelle zona nord del Paese, desertica. Paradossalmente, la Germania fu più prodiga in quell’occasione, e ora partecipa in forze all’operazione Minusma dell’Onu.

Perché dice che è “fondamentale” essere nel Sahel?

Per la nostra sicurezza. Nel Sahel sta maturando una minaccia che ci interessa direttamente. Essendo caduto il muro del controllo del territorio che Gheddafi esercitava in Libia, dall’area si sale tranquillamente al Mediterraneo. Col venire meno di un’autorità forte e unita in Libia (ora le cose sembra poter cambiare, ma staremo a vedere), è venuto giù anche il muro che escludeva dal Mediterraneo le aree turbolente a sud del Sahara.

Nel frattempo, il Wall Street Journal racconta che Biden vorrebbe rivedere l’impegno Usa tra Medio Oriente e Golfo, chiamando gli alleati ad assumerci maggiori responsabilità…

L’atteggiamento di Biden è al vaglio. Si deve capire cosa voglia effettivamente fare, se proseguire la volontà di Trump di ridurre la presenza all’estero, oppure no. Ora come ora, per quello che sta succedendo, c’è un rischieramento di forze, ma non un ritiro. Si spostano dal Golfo più a sud, come protezione all’Arabia Saudita. Ciò sembra descrivere il ricorso a “bastone e carota” nei confronti di Riad, politicamente attaccata sul caso Khashoggi, ma protetta dalla minaccia dello Yemen, un osso rivelatosi molto più duro di quanto i sauditi pensassero. Al momento, dunque, è più un rischieramento teso a modificare la gravitazione delle forze americane, probabilmente anche in virtù della minore enfasi sulla minaccia iraniana rispetto a quella posta dall’amministrazione Trump.

E in Medio Oriente?

Se intendiamo l’area che va dal Mediterraneo a Golfo, lì gli americani non mi sembrano onestamente interessati a cambiare impostazione, almeno rispetto a ciò che Biden ha già palesato, ovvero una presenza più assertiva nei confronti della Siria di Assad. Per quanto riguarda l’Iraq, il Paese è legato a doppio filo con l’Iran per questioni di carattere geografico, culturale e religioso. Lasciar spazio ad altri, assumendo una posizione un po’ più defilata, sembra compatibile con la volontà di Biden di non sfrugugliare troppo gli interessi iraniani.

In Iraq l’Italia si è candidata ad assumere il comando della rafforzata missione Nato…

Ciò può rappresentare un’opportunità per il nostro Paese. Non è nulla di nuovo, considerando che già abbiamo il comando a Erbil in turnazione con la Germania. Ma sicuramente sarebbe qualcosa di importante.

Tra Sahel e Iraq, l’Italia vuole accrescere secondo lei il proprio peso politico nei consessi internazionali attraverso le missioni all’estero?

Sicuramente sta riaffermando (finalmente) questa consapevolezza. L’Italia l’ha sempre avuta, partecipando a molte operazioni fuori area, anche quando la maggioranza dell’opinione pubblica lo riteneva poco funzionale agli interessi diretti. Ciò ha permesso di riscuotere grandi dividendi a livello politico. Probabilmente ne avremmo potuti riscuotere di più, quantomeno se sul fronte interno ci fosse stata maggiore stabilità politica per farlo.

E ora?

Ora, il fatto che il nostro Paese cominci a interessarsi a ciò che accade nel Sahel, e che tratti le operazioni non solo come un fatto di spesa, può rappresentare un rilevante investimento. La nostra credibilità dipende anche da questo, oltre che dall’economia e dalla politica. In tal senso, a livello politico, la nostra credibilità si è sicuramente rafforzata con il cambio del presidente del Consiglio. Vorrei aggiungere una cosa.

Prego.

I fatti di cronaca recente sullo spionaggio nel nostro Paese dimostrano che l’Italia resta interessante, a livello politico, economico, geografico e per credibilità storica. Chiaramente, sul nostro territorio ci sono i servizi di tutti i Paesi. Ciò significa anche che abbiamo la possibilità di trasformare gli interessi degli altri a nostro vantaggio.

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