La coltivazione digitale di questi ultimi anni, che ha scatenato campagne di interferenza, influenza e ingerenza con l’obiettivo di polarizzare politicamente l’opinione pubblica, anche attraverso cybertrolling e batterie di bot, ha ormai i suoi “terminali tattici” in grado di organizzare sul campo il conflitto violento. L’analisi del fenomeno di Arije Antinori, professore di “Criminologia e Sociologia della Devianza” alla Sapienza di Roma

Nelle ultime settimane, l’Europa è stata attraversata da manifestazioni, proteste e scontri sinteticamente etichettabili come “Anti-COVID” nel senso di radunare cittadini impegnati a manifestare, talvolta in modo violento, in particolare in Belgio, Germania, Francia, Spagna e Grecia, contro le misure poste in essere dai singoli governi nella gestione della crisi pandemica in atto.

Le violenze a Roma, davanti alla Camera, rappresentano solo la punta di un iceberg che con il progressivo “surriscaldamento” delle tensioni, più o meno latenti, pian piano si scioglie permeando l’intero tessuto sociale sino ad innalzare così il livello del conflitto sociale sull’intero territorio nazionale.

In tale contesto, appare evidente la necessità di continuare a fronteggiare i modelli tradizionali di infiltrazione/attivazione/strumentalizzazione del conflitto sociale, da parte della criminalità organizzata e dell’estremismo violento. Oggi alla vulnerabilità capillare del nostro sistema produttivo frammentato, già minato dalle dinamiche di globalizzazione, si sommano la fragilità dei mercati e delle supply chain, l’espansione del fronte dei rischi dovuti alla crisi, non solo nazionale, che forniscono il terreno fertile per la penetrazione affaristica e ulteriore espansione delle mafie nel  settore sanitario, nella ristorazione e nel turismo, nell’edilizia, per non parlare delle ecomafie e agromafie, anche a fronte degli importanti finanziamenti previsti sul piano della transizione ecologica.

Mentre, per quanto concerne l’eversione, la crisi ha impresso vigore all'”attivismo” misinformativo nell’ecosistema (cyber-)sociale favorendo la proliferazione di narrazioni su temi tra cui il controllo sociale, la militarizzazione territoriale e la dittatura digitale, che si diffondono attraverso le infosfere estremistico-violente ove l’anarco-insurrezionalismo, il marxismo-leninismo violento, la galassia nera – popolata non solo da neo-fascismo e neo-nazismo – e l’antagonismo violento (ri-)strutturano i propri “obiettivi strategici”.

Tuttavia, risulta necessario comprendere il profondo mutamento socio-culturale nell’attuale scenario di crisi che sta erodendo significativamente il concetto di comunità, determinando così nuove vulnerabilità.

La crisi sanitaria dovuta all’epidemia COVID-19, il collasso economico e occupazionale, la disperazione dei lavoratori, l’alterazione della socializzazione ordinaria, la prolungata compressione delle libertà individuali, hanno determinato uno scenario di incertezza in cui, occorre sottolineare, il persistere sul piano politico-istituzionale tanto della comunicazione incongruente quanto della non-comunicazione, contribuiscono, per i cittadini, a generare percezioni e costruire il senso delle cose, nonché a lasciare ampi spazi argomentativi, soprattutto nell’ecosistema (cyber-)sociale, che divengono terreno di coltivazione disinformazionale, complottisitca e/o estremistico-violenta.

Appare importante, ad esempio, sottolineare come l'”altalenante” vicenda AstraZeneca e la totale inadeguatezza della comunicazione pubblica ad essa associata stia contribuendo all’emersione ed espansione digitale di un nuovo movimento connettivo che potremmo definire “no-trust” – di coloro i quali non hanno fiducia nelle istituzioni, non credono più nelle stesse – come più ampio spin-off del no-vax, in grado di compromettere l’equilibrio democratico del nostro Paese. In tal senso, auspico vivamente che una seria e puntuale gestione della complessità, attraverso la decisione-programmazione-azione-narrazione, determini al più presto all’eliminazione dell’avverbio “forse” nella comunicazione alla popolazione.

La coltivazione digitale di questi ultimi anni, che ha visto nell’odio e nel rifiuto dell’alterità il propellente di sciami di Like con l’obiettivo di polarizzare politicamente l’opinione pubblica, anche attraverso campagne di cybertrolling e batterie di bot, ha ormai i suoi “terminali tattici” in grado di organizzare/attivare sul campo il conflitto violento. Occorre semplicemente che vi sia un “movimento connettivo” – negli USA BLM e Pro-Trump ne sono un utile esempio – in cui si riscontrino quindi gruppi diffusi di protesta, micro-reti di comunità e/o categoria, collettivi organizzati, movimenti decentralizzati, attivismo reticolare, cui si inseriscono in modo parassitario gruppi e/o cellule estremistico-violente di diversa matrice – sempre più caratterizzati sia dall’espansione delle rispettive infosfere che dalla compressione dello spettro ideologico -, pronte ad innescare l’azione violenza eterodiretta per poi (ri-)costruire ex-post narrazioni dell’evento conflittuale funzionali al proprio assetto ideologico con l’obiettivo di allargare il proprio cono d’influenza, contando su un’infrastruttura socio-relazionale e un capitale sociale non propri, così riducendo significativamente i fattori di rischio e “colonizzando” ampie zone grigie cui poter attingere in termini di reclutamento e radicalizzazione violenta. Si assiste, pertanto, in Germania a manifestanti che si riconoscono nell’ideologia nazionalsocialista dichiarandosi “non-nazisti”.

La crisi è un driver che funziona come acceleratore delle disuguaglianze e del conflitto sociale. La “dittatura dell’incerto”, l’impoverimento che colpisce oggi il nostro Paese – destinato nei prossimi anni a dilagare in ampie fasce della popolazione -, unitamente al collasso della fiducia, consente/consentirà una grande permeabilità alle cospirazioni con il moltiplicarsi dei pretesti d’innesco violento. Ne sono un esempio nel nostro Paese i recenti atti intimidatori, più o meno simbolici, ai danni di istituzioni e amministratori. La pandemia COVID-19, rappresentando la prima crisi sistemica della post-verità, è in grado di (ri-)generare le visioni cospirazionistiche di carattere transanzionale, come nel caso del QAnon, che in Europa possono assumere la forma di “pseudo-ideologia ombrello” in grado non di radunare identitariamente a sé, come negli USA, ma di connettere tra di loro i diversi interpreti, collettivi e individuali, del conflitto, garantendone il rafforzamento dell’infrastruttura connettiva nell’ecosistema (cyber-)sociale.    

La prevenzione, e ancor prima l’anticipazione delle minacce, si fonda sulla conoscenza. Ciò significa comprendere che in questa crisi sistemica, non si deve osservare la massa, ma esplorare la connettività individualizzata, attraverso l’ecosistema (cyber-)sociale, in cui oggi il singolo individuo talvolta costruisce la pseudo-ideologia che lo motiva all’azione, mescolando elementi propri di assetti ideologici tra loro distanti, se non del tutto opposti, connettendoli ad un vissuto doloroso che nella crisi diviene sempre più condiviso e storificato, anche in termini di autogiustificazione della violenza come sopravvivenza per sé e per i propri cari.

Tutto ciò ridefinisce i termini del conflitto sociale di cui stiamo osservando i primi segnali. Si tratta di un tessuto socio-culturale che ha la sostanza di un patchwork identitario caratterizzato da un’elevata mobilità e fluidità interna. Le piazze “calde” rappresentano, quindi, soltanto il momento di condensazione tattica della minaccia.

Sul piano della sicurezza pubblica, ma soprattutto su quello della sicurezza nazionale, occorre provvedere alla protezione non solo del sistema finanziario e degli asset ritenuti strategici, ma porre la massima attenzione alle trame di questo patchwork anche al fine di prevenire ed evitare che soggetti e/o gruppi proxy trovino funzionali punti di ancoraggio con l’obiettivo di generare e/o alimentare sistemi e/o campagne di interferenza, influenza e ingerenza, dal basso, con l’obiettivo, tra l’altro, di contribuire alla compromissione reputazionale istituzionale, interna ed esterna, così come al depotenziamento socio-economico del nostro Paese al fine di facilitare sofisticate operazioni predatorie e/o speculative, tanto nel territorio della guerra cognitiva, quanto in quello ibrido. Il nuovo (dis-)ordine sociale si (ri-)stabilisce e (ri-)genera attraverso la violenza convergente.

Non dobbiamo lasciare, quindi, che il conflitto sociale, relegato alla sola dimensione dell’ordine pubblico nelle piazze, produca il senso delle cose.

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