L’uscita editoriale del romanzo “Resoconto di una storia insolita” (Avagliano Editore, aprile 2021) è preziosa occasione di riflessione circa l’opera del grande giurista e intellettuale Oberdan Tommaso Scozzafava. E dei suoi illustri predecessori…

Che cosa significa fare il grande salto morale che si compie passando dal diritto alla letteratura? Induce senz’altro colui che è testimone di questo passaggio a interrogarsi sul rapporto tra il metodo del giurista e quello del letterato; all’apparenza non vi è nulla di più distante. Il metodo del diritto è essenziale e si richiama ad antiche tradizioni che vanno ben oltre (e più in profondità) rispetto alla mera esistenza di codici, manuali, trattazioni dottrinarie. Vi è un impressionante rigore fatto di tradizioni, di non detto, di mutuo rispetto, di silenzioso riconoscimento tra maestri, o tra il maestro e l’allievo.

Nella letteratura, specie nella letteratura italiana, chiaramente questo rigore non esiste, se non risalendo molto indietro nel tempo (Pavese, Calvino). Forse può essere anche giusto: la narrativa gode di un libero campo d’azione. Privato di ciò, lo strumento del narrare verrebbe snaturato e riavvicinato alle discipline scientifiche, che chiaramente sacrificano parte della libertà di tono in favore della sacra ricerca del dato, se non anche della verità. Brutta faccenda la verità: chi può affermare di aver scoperto il vero? Forse nessuno, né l’artista, né lo scienziato.

Leggendo le opere scientifiche dell’insigne civilista Oberdan Tommaso Scozzafava si viene scossi da dubbi profondi circa lo stato delle cose e della prospettiva sinora adottata. Personalmente – se è consentito abbandonare per un momento il tono oggettivo – a me è successo così.

Per questa ragione poi leggere la sua narrativa non è stato così sconvolgente, perché in fondo non vi è nulla di più elettrico e vivificante del vero, che viene raccontato con taglio di cronaca dal personaggio di Don Annibale (titolo e nome vengono ripetuti ossessivamente per tutta la durata della storia). Ma ancora una volta mi vedo costretto a smentirmi: la sua narrativa è tutt’altro che una cronaca.

È prismatica, è un nastro di Möbius, affascinante per un insetto intelligente che ci si arrampica, scomodissimo per noi esseri umani, così limitati e affetti da finitudine (cfr. P. Gilbert, Passione, Cittadella editore, 2007). Ma il suo colore rimane senz’altro quello di un’assolata casa messicana: un marmo ruvido e caldo.

Non fatico a immaginare, in futuro, numerose e nuove avventure, interiori ed esteriori, del personaggio di Don Annibale. Se non a firma dell’autore, magari di qualcuno che scriva un sequel, facendo entrare nella leggenda modi ed eccentricità del personaggio. Che strano ragionamento da fare, per un romanzo prima facie solido e intriso di cultura classica, che può ricordare un Dedalus, ma assai più intrigante… Si cerchi di comprendere allora il perché di questa provocazione.

L’andamento del mercato editoriale sembra abbastanza chiaro: il nero e le sue vicende guidano l’attenzione dei lettori, attratti da storie che scendano in profondità.

Tuttavia è altrettanto evidente che questo ragionamento si rivela immediatamente superficiale: perché il noir sarebbe autorizzato a coinvolgere, e l’altra parte della narrativa – chiamata “bianca” per comodità – invece no? La risposta è questa: buona parte della narrativa contemporanea sembra essere affetta da una giusta autocommiserazione (la pagina scritta inevitabilmente riflette questo difficile e deprimente ventennio). Ma è anche vero che non possono mancare voci piene di carisma e di assoluta dirittura concettuale.

In Questa notte il sole è sorto ad Occidente (Pioda Imaging Edizioni, 2016), il titolo di questi racconti è una brillante contraddizione in termini, vengono descritti in maniera diacronica vicende assai interessanti, che si svolgono spesso e volentieri nella mente di un solo personaggio e dei suoi ricordi. C’è qualcosa di più teso di un flashback (come se fossimo in un episodio di Lost)? O di un lungo monologo, tanto interiore quanto strillato, con sapiente uso di coloriture ed eccessi verbali?

L’autore ha dimestichezza con il realismo letterario americano e le vette raggiunte dalla sua cinematografia… Ivi inclusi i film di Quentin Tarantino, mischiati magari con le parti più interessanti dei libri di Faulkner (Non si fruga nella polvere, Einaudi, 1996). O le giuste rivendicazioni dell’Übermensch Roy Batty/Rutger Hauer in Blade Runner. In fondo anche Don Annibale ha dei doni fuori dal comune… I personaggi sono forse dei dimenticati? Allora qui non c’è nero: c’è piuttosto il grande arco dello scherzo, il quale si aggiunge al gusto di un’epica dimenticata (si può essere oggi condottieri di un esercito? Ovviamente no: è solo l’esito di un sogno vivido e voluto. Non c’è Storia: c’è un presente che viene masticato diligentemente, rielaborato attraverso frasi aforismatiche.

È quindi il caso di dire che noi allievi abbiamo ancora molto da imparare.

Consiglierei la lettura forsennata di tutti quanti i testi citati, con sottofondo i suddetti film senza volume. In audio, invece, suggerirei un tango.

Condividi tramite