Un confronto generazionale nel teatro di oggi, duramente colpito dalle chiusure dovute al Covid, ma che mantiene nel bisogno di collettività la sua linfa vitale. L’intervista di Evelina Rosselli al regista emergente Alessandro Businaro, ventisettenne della provincia di Padova, che è già arrivato a presentare un suo lavoro, “George II”, in cartellone alla Biennale di Venezia 2020

In un momento tanto critico come quello che stiamo affrontando, l’intero settore culturale è stato messo a dura prova dalle restrizioni del virus. Teatri chiusi da più di un anno, musei aperti a intermittenza, impossibilità di prendere parte a qualsiasi forma di incontro collettivo, in senso culturale.

Con l’obiettivo di portare alla luce le vecchie e le nuove voci del panorama teatrale contemporaneo volgiamo lo sguardo alle voci che stanno resistendo alla morte di questo settore continuando a tenerlo in vita, attraverso modalità alternative di fare teatro, di prepararsi al teatro, di ripensare il teatro. La prima voce è quella del regista emergente Alessandro Businaro, ventisettenne della provincia di Padova, che è già arrivato a presentare un suo lavoro “George II” (regia A.Businaro drammaturgia S.Fortin) in cartellone alla Biennale di Venezia 2020.

Alessandro, com’è avvenuto il tuo incontro con il teatro?

Vengo da un piccolo paese della provincia di Padova e il mio percorso è iniziato frequentando la scuola A. Galante Garrone a Bologna, dove ho portato a termine il biennio di formazione da attore. A Bologna non esiste una grande separazione tra le discipline teatrali, ma si concepisce l’idea per cui l’attore indossi anche la veste di autore e metta le mani in pasta nel proprio lavoro.

Devo dire che gli incontri fatti a Bologna sono stati importanti poi per il percorso che ho successivamente intrapreso. Dopo Bologna sono arrivato alla Silvio d’Amico dove ho frequentato il corso di recitazione. Durante i tre anni di Accademia, in verità già al primo, mentre studiavo, di sera tentavo assieme a dei miei colleghi di portare avanti dei progetti personali, sia dal punto di vista drammaturgico che registico.

Tutti i progetti sono stati sostenuti dall’Accademia, che ci ha dato la possibilità di presentarli al Festival di Spoleto e in particolare attraverso la rassegna European Young Theater, un format che permette l’incontro tra varie realtà teatrali internazionali. Grazie a queste occasioni ho potuto realizzare che la regia era una strada che mi interessava. Mi interessava percorrere un viaggio autoriale, drammaturgico e registico, intesi come sinonimi e non come alternative, per utilizzare la scena come fosse un foglio di carta o una tela bianca.

Sia nel 2018 che nel 2019 sono arrivato in finale al concorso Biennale College di Venezia e lì ho avuto l’occasione di incontrare Antonio Latella, direttore della Biennale, a cui ho fatto da assistente per un periodo.

Tra tutti i progetti a cui ha preso parte ce n’è qualcuno che ha particolarmente segnato il tuo percorso?

Sicuramente il percorso di assistenza ad Antonio Latella è stato fortemente significativo. Non solo ho avuto modo di osservare le modalità con cui un regista si approccia alla materia umana, ma anche di capire come funziona una macchina produttiva complessa.

Osservando ad esempio il suo lavoro in uno spettacolo in Germania, a Monaco di Baviera, ho intuito come in un sistema più stabile da un punto di vista professionale ci fosse la possibilità di lavorare con più cura e più calma e quindi, di conseguenza, con più attenzione nei confronti della fragilità del materiale umano.

Ho iniziato il mio percorso giovanissimo e quindi non è stato semplice all’inizio riuscire a costruirmi un ambiente lavorativo che mi aiutasse e mi supportasse. Un anno fa io e il mio gruppo di collaboratori abbiamo compiuto un piccolo passo per noi fondamentale. Mi riferisco ad uno spettacolo partorito e portato avanti durante tutto il primo lockdown, in un momento di assoluta incertezza dal punto di vista economico e produttivo, per cui investire su un progetto futuro appariva a tutti gli effetti una follia.

Si tratta di “George II”, un lavoro su G.W. Bush con la drammaturgia di Stefano Fortin e prodotto dall’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, dal Teatro Stabile del Veneto e Khora Teatro. Stefano Fortin è il dramaturga con cui collaboro ormai da qualche anno ed è diventato parte integrante del processo di creazione del lavoro.

“George II” ha debuttato in cartellone nella rassegna della Biennale di Venezia 2020, presso il Teatro alle Tese.

Nella mia esperienza ho osservato che a livello regionale sembra esserci una forte chiusura dei circuiti teatrali. Cosa pensi a riguardo?

Rispetto a quella europea (mi riferisco in particolare alle realtà francesi e tedesche), la situazione teatrale italiana ha una struttura meno ricca a livello territoriale e più polarizzata. Si pensi alla fitta rete di teatri nazionali presenti su territorio tedesco e francese. In Italia abbiamo sette teatri nazionali, un numero esiguo di altri enti sostenuti da fondi pubblici e una moltitudine di realtà teatrali minori che devono sostenersi autonomamente e, oggi più che mai, con grande difficoltà.

Inevitabilmente in questa situazione ognuno tenta di proteggersi e sono rare le occasioni di contaminazione. Con la Biennale tutta italiana del 2020 ho intravisto diversi segnali positivi da parte di grandi e piccoli centri di produzione. Segnali positivi verso una ricerca intergenerazionale e interdisciplinare. Mi auguro che possano essere semi per una politica futura, sostenuta da uno stato meno preoccupato della quantità.

Il confronto generazionale e lo scarto tra vecchia e nuova generazione teatrale: qual è la voce dei giovani under 35 nel panorama contemporaneo?

Rispetto alla questione generazionale, nell’ultimo periodo ho letto diverse interviste a giovani registi che sostenevano tesi differenti: alcuni non sostengono la presenza di una rete generazionale unica, mentre altri sostengono si stia delineando una spinta di sguardo e di intenti comune.

Anch’io, confrontandomi con Stefano Fortin, mi sono interrogato a lungo su questo tema e sono arrivato alla conclusione che da un punto di vista prettamente artistico è veramente difficile sintetizzare una generazione, e direi per fortuna. Personalmente mi auguro ci sia un sentire comune per quanto riguarda l’idea di cura rispetto all’intero processo di produzione artistico. Che i registi e drammaturghi non si limitino solo all’attenzione verso il proprio spettacolo, ma che il loro lavoro si estenda sotto un piano culturale e inevitabilmente anche economico.

Riguardo all’incontro tra generazioni, ci sono state occasioni come quelle offerte dall’università La Sapienza, che durante il lockdown, con il dipartimento GuT, che ha creato una piattaforma online di incontri e condivisione tra i giovanissimi artisti emergenti e artisti già affermati. Ho potuto prendere parte a questo progetto assieme all’attrice Marina Occhionero, avendo la possibilità di confrontarmi con molti nomi dell’attuale panorama teatrale contemporaneo.

In questi incontri ho sentito l’esigenza da parte di una generazione di formalizzare una nuova idea di costruzione. Sento che siamo e saremo responsabili di tutto questo.

Teatro in pandemia: in un momento di isolamento e angoscia come quello presente, che responsabilità deve avere secondo te il teatro?

Il ruolo che il teatro deve avere rispetto alla questione pandemica è complesso e implica anche delle prese di posizione dal punto di vista delle politiche teatrali future. Ci siamo chiesti, soprattutto in vista del progetto a cui stiamo lavorando, che indaga l’orizzonte che potrebbe delinearsi a seguito della pandemia, in che modo il teatro fosse sopravvissuto durante l’ultimo anno e sotto quali forme.

A questo proposito vorrei ricordare un articolo letto l’anno scorso in cui si diceva che il teatro ha potuto resistere perché ha resistito il desiderio di partecipare collettivamente e di incontrarsi in un rito. Ricordo le persone fuori dai balconi come qualcosa che, almeno nei primissimi giorni, faceva effetto, perché era l’espressione diretta del desiderio di stare assieme, di prendere parte ad una ritualità in un certo senso, partecipando a qualcosa che aveva una sua decisione di appuntamento, che magari partiva digitalmente, ma aveva una sua traduzione fisica.

Mi viene in mente, poi, un altro episodio. Nel mio paese, un piccolo paese veneto di 2.500 abitanti, una persona molto giovane è venuta a mancare. Al funerale, nonostante le restrizioni, in moltissimi hanno preso parte al rito e quasi la metà delle persone presenti in chiesa è risultata positiva al Covid. Ricordo le parole di mio padre a riguardo, che mi disse che nonostante tutto ” la gente aveva bisogno di esserci”.

In questi due spaccati vedo la sopravvivenza del teatro, nella sua forma più pura: necessità di un incontro che avvenga da tutte e due le parti, da parte di chi sta sul palco e di chi osserva. Rispecchia un bisogno della collettività. Si tratta di rendere possibile, all’interno di uno spazio, una ritualità collettiva, esattamente come lo è la messa per i cristiani.

Forse è da qui che si dovrebbe partire, dal mettere in luce concetti eterni che appartengono allo stare insieme. Di fatto anche le nuove generazioni, in grande confidenza con i mezzi tecnologici, ripropongono una forma di ritualità dell’incontro: basti pensare alle live di Twitch in cui c’è una persona che conduce e chiunque, pagando un abbonamento, può prendere parte alla live intervenendo liberamente. Sono riproposizioni del medesimo desiderio di contatto.

Parlaci del tuo ultimo progetto, “Orizzonte postumo”

Rispetto a “Orizzonte Postumo” è interessante raccontare, più che i contenuti, la struttura del progetto. Si tratta di un lavoro prodotto dal Teatro Stabile del Veneto che, attraverso la Direzione Artistica di Massimo Ongaro e il contributo di Carlo Mangolini, ha deciso di sostenere a tutto tondo un progetto ad opera di cinque artisti, di cui due registi (io e Francesca Macrì per la compagnia Biancofango), un drammaturgo (Stefano Fortin) e due drammaturghi (Tatjana Motta, vincitrice del Premio Riccione e Tommaso Fermariello, vincitore del Premio Tondelli).

Il progetto prevede la presenza di 11 attori, che lavorano con entrambi i registi, con il coordinamento di Fortin, a due drammaturgie differenti. Il lavoro a cura di Francesca Macrì, con la drammaturgia di Tatjana Motta e coordinamento di Fortin avrà una resa audiovisiva in un prodotto filmico, mentre in un secondo momento io porterò avanti un progetto dalla natura performativa: una trilogia con la drammaturgia di Tommaso Fermariello e coordinamento di Fortin che andrà in scena dal 28 Giugno al 10 Luglio al Teatro Verdi di Padova.

Il percorso con i collaboratori è iniziato a dicembre e terminerà a luglio, un arco di tempo molto lungo, che ci ha permesso di riflettere a partire da zero sulla questione dell’orizzonte post traumatico del “dopo-Covid”. Ci è stata data la possibilità di prenderci un tempo, con totale fiducia da parte dei produttori.

In una situazione di emergenza come quella attuale siamo stati messi nelle condizioni migliori per poter portare avanti un processo di creazione e produzione responsabile, che ci desse modo di riflettere e lavorare su dei contenuti che speriamo possano arrivare al meglio, nel momento in cui si tornerà ad incontrarsi con il pubblico.

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