Riceviamo e pubblichiamo l’intervento del generale Leonardo Tricarico che replica all’articolo di Michela Murgia (apparso su “La Stampa”) sulla “paura” della divisa. Sullo stesso quotidiano, Tricarico aveva in precedenza chiesto scusa per i toni “irruenti” utilizzati in prima battuta a reazione delle esternazioni di Murgia

Con non poca e piacevole sorpresa, leggendo la lettera che Michela Murgia ha indirizzato a La Stampa del 13 aprile scorso in risposta a una mia pubblicata il giorno prima, ho scoperto che tra di noi sono più le convinzioni che ci uniscono di quelle che ci dividono.

La spina dorsale del convincimento comune sta tutta in una frase proferita in maniera alquanto perentoria: “il lavoro dei militari… non dovrebbe mai essere quello di sopperire ai deficit della politica di governo”. Chi mi conosce, o quei pochi o molti che hanno letto quanto ho scritto sull’argomento, potranno dare ampia testimonianza della mia personale denuncia in ogni circostanza proprio dell’anomalia messa in evidenza da Murgia, dell’uso improprio delle Forze armate – preparate e addestrate per altre finalità – a supplenza dei deficit capacitivi o organizzativi delle altre amministrazioni centrali e periferiche dello Stato.

La più appariscente e dimensionalmente significativa tra queste è l’attività di supporto alle forze di polizia per finalità di sicurezza avverso la criminalità e il terrorismo, la cosiddetta missione “Strade Sicure”. Un impiego, questo, ben lungi dall’avere un risultato operativo significativo, ma comodo per chi non è stato in grado di progettare la sicurezza dei cittadini e del territorio. Un impiego che viene da lontano, “inventato” nei primi anni 90 in Sardegna e in Sicilia quale misura aggiuntiva di contrasto alla mafia e al fenomeno dei rapimenti. Quasi trent’anni senza che chi deve concepire e organizzare la sicurezza nazionale sia stato in grado di strutturare le proprie forze. Un’anomalia tacitamente rinnovata dai governi che si sono avvicendati alle guida del Paese, con addirittura un ruolo attivo di qualche ministro volto ad estenderne le dimensioni e a diversificare le articolazioni di impiego, un trend questo che ha avuto l’interprete più convinta ed emblematica in Elisabetta Trenta.

Per dare un’idea delle dimensioni dell’impiego improprio delle Forze armate, già da molto, forse un paio di anni, il numero dei militari impiegati in compiti non propri ha superato quello dei militari impegnati in attività di istituto.
Per la precisione sono circa 7.500 i soldati inquadrati in missioni multinazionali fuori dai confini nazionali contro i 7.800 utilizzati in patria.

Non sto parlando naturalmente delle emergenze vere, tipo Covid-19, in cui le Forze armate si stanno adoperando in maniera massiccia e continuativa, ci mancherebbe. Parlo di tutto il resto, delle situazioni croniche facenti capo ad altre istituzioni ma che fa comodo diventino appannaggio permanente dei militari. Come appunto Strade Sicure.

Tra l’altro, inviterei Murgia, se talvolta ne avesse l’opportunità, a far visita ai nostri reparti all’estero, in Afghanistan, Libano, Iraq o in Libia, per scoprire che la divisa italiana è sinonimo di umanità, solidarietà, vicinanza e comprensione, oltre che di professionalità militare. Insomma, un modello tutto nostro di interpretare i compiti di pacificatori incardinato alle migliori qualità umane profuse a piene mani e universalmente riconosciuteci.

E aggiungo che, sempre che un giorno ne avesse voglia, con Michela Murgia potremmo anche aprire il capitolo delle attività belliche vere e proprie, quelle in cui lungo una pericolosa e continua deriva, l’uso della forza si va svincolando sempre più dal rispetto delle regole fondamentali, regole che invece noi italiani abbiamo sempre ancorato alla scrupolosa salvaguardia della vita umana, soprattutto quella dei non combattenti.

Per esperienza personale, mi sento di poter affermare che, proprio forti di questo, dovremmo adoperarci, in eventuali future coalizioni belliche di scopo, acché possiamo incarnare il ruolo di grillo parlante, ossia della voce della coscienza, che i più sembrano aver smarrito con l’uso scellerato e indiscriminato di armi sempre più letali.
E fin qui Murgia e io dovremmo poter essere in sostanziale sintonia.

Al netto però di una precisazione, quella che scaturisce da un’altra sua affermazione quando nella già menzionata lettera dice che “il lavoro dei militari è quello di difendere il Paese dai pericoli interni in tempo di pace”. L’affermazione fatta è vera solo in parte, soprattutto se coniugata alle immagini evocate da Murgia del G8 di Genova del 2001 e a una casuale e più recente interlocuzione con un uomo in uniforme. Pare che sia scattata anche per lei la trappola che tutto quello che è in uniforme sia riconducibile al mondo con le stellette: non è così, anzi il paragone è fuorviante.

Nei due casi citati. e in tutti gli altri in cui militari o non militari siano impiegati in mansioni di pubblica sicurezza, come appunto a Genova, l’operato degli stessi va ricondotto all’ambito di un’altra amministrazione che, in quanto a gerarchie, formazione, cultura, status e regole di comportamento, sono quanto di più diverso vi possa essere dal mondo militare: questo senza voler esprimere alcun giudizio sui fatti evocati o su quelli ad essi assimilabili.

Le Forze armate, come detto, non hanno compiti specifici all’interno del territorio nazionale, se non quelli di difendere il Paese da una irrealistica e più che improbabile violazione armata dei nostri confini. Quindi, i generali che preoccupano Murgia, a cominciare da Figliuolo, sono gli stessi che godono dell’unanime rispetto e considerazione in ambito internazionale per le doti umane, prima che professionali, e per aver messo a punto un modello di interlocuzione dal volto umano qualunque sia la latitudine in cui operano, senza con questo cedere di un solo millimetro alla capacità di menare le mani quando ciò si renda necessario.

Un modello che per le missioni di ristabilimento o mantenimento della pace ha stupito anche gli Stati Uniti i quali (e deve esser costato loro non poco ingoiare il rospo) qualche anno fa hanno chiesto ai nostri Carabinieri di aiutarli a formare negli Usa analoghe professionalità.

Sono solo dei concetti cardine, ma non si finisce mai di imparare. Dal nostro irrituale incontro pseudo-epistolare ho appreso che si può essere ufficiale, e gentiluomo a scoppio ritardato, insomma si è sempre in tempo a fare un passo indietro, ma ho appreso soprattutto che il colloquio e il confronto sereni, quello che ambedue mi par di capire auspicavamo, si conferma la migliore risposta a posizioni di iniziale arroccamento, soprattutto quando si viene a scoprire che le divergenze potevano essere solo un malinteso.

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