La Turchia, al di là degli slogan, rimane un Paese estremamente pragmatico che modula le proprie relazioni internazionali sulla base dei propri interessi strategici. Per l’Italia sarà un gioco a scacchi assai faticoso che richiederà pazienza e intelligenza. Due doti di cui dovrà armarsi la nostra diplomazia e soprattutto il nostro governo. Il commento di Khalid Chaouki, direttore di indiplomacy.it

Il recente clima intorno al cosiddetto “sofagate” e il rilancio dei proclama contro la Turchia, Paese alleato nella Nato, e il suo leader indiscusso Erdogan certamente rischia di non portare nulla di buono in questa fase in primis all’Italia e all’Europa intera.

I nostri rapporti con la Turchia sono frutto di relazioni storiche tra i due Paesi, che a prescindere dai rispettivi leaders politici, hanno sempre mantenuto un livello molto alto di cooperazione e scambi culturali ed economici tanto da spingere l’Italia a sostenere l’opportunità di avere la Turchia tra i Paesi membri dell’Unione Europea. Ma si sa che siamo spesso affetti da problemi di memoria eccessivamente corta.

Lungi da me chiudere gli occhi sul deterioramento della qualità del modello democratico turco, è bene comunque ricordare che nelle dinamiche di relazione tra i Paesi è buona cosa calibrare i nostri giudizi pubblici e ufficiali sulla base di determinate priorità legate in primis all’interesse nazionale o alla contingenza storica in cui siamo impegnati. Ed è l’interesse strategico comune che guida le alleanze temporanee o durature tra i Paesi. In questo caso la Libia rappresenta certamente un terreno di forti interessi comuni, e in particolare per l’Italia, il paese nordafricano è di interesse cruciale sul fronte dell’approvvigionamento energetico, flussi migratori e sicurezza e accordi economici passati da tutelare.

E allora a questo proposito, è utile ricordare quanto la Turchia, ricordiamolo ancora, Paese alleato Nato, continua ad essere boots on the ground a Tripoli, dove sono ancora operativi decine di alti funzionari militari turchi che operano fianco a fianco con i loro colleghi libici, oltre a centinaia di miliziani provenienti da Siria e Iraq e ingaggiati dalla Turchia al fine di respingere l’attacco di Khalifa Haftar contro la capitale libica. Possiamo dire con relativa certezza che senza l’appoggio militare turco, oggi molto probabilmente lo scenario libico sarebbe stato completamente diverso con l’egemonia di Haftar sull’intera Libia.

Ovviamente tutti gli appelli della comunità internazionale hanno richiesto la ritirata delle milizie straniere dalla Libia, ma finora questa ipotesi sembra alquanto irrealizzabile in attesa che la Turchia possa garantirsi l’evidente tornaconto in termini di commesse commerciali e soprattutto l’attuazione degli accordi bilaterali sottoscritti dall’ex premier Sarraj e pochi giorni fa dal nuovo governo Dubaiba ad Ankara in pompa magna riguardanti la ripartizione di fette del Mar Mediterraneo e l’accordo di reciproca assistenza militare, oltre ad altri accordi settoriali non meno strategici.

Questo è il quadro attuale, che visto con lucidità e senza ideologismi, ci porta alla conseguente conclusione che se l’Italia, insieme all’Europa, vogliono avere voce in capitolo sulle dinamiche libiche e soprattutto aspirare a far ripartire la ricostruzione con evidenti benefici anche per le economie europee oltre che per il popolo libico, servirà ripristinare e in modo rapido un approccio collaborativo con la Turchia.

Le sfide, soprattutto per l’Italia, non riguardano solo la garanzia di continuità dei contratti stipulati da Eni nel campo petrolifero o i contratti già sottoscritti nel settore delle infrastrutture, ma abbracciano anche il tema delicato del controllo dei flussi dell’immigrazione africana e la lotta al business milionario derivante dal traffico di esseri umani.

La Turchia, aldilà degli slogan, rimane un Paese estremamente pragmatico che modula le proprie relazioni internazionali sulla base dei propri interessi strategici: a questo riguardo si veda il sorprenderete riavvicinamento tra Ankara e il Cairo guardando sempre alla Libia o il dialogo mai interrotto e ultimamente riemerso con Israele. Il nostro rinnovato “ritorno” in Libia rilanciato dal premier Mario Draghi non sarà un gioco semplice ma una vera partita a scacchi che richiederà pazienza e intelligenza. Due doti di cui dovrà armarsi la nostra diplomazia e soprattutto il nostro governo.

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