Se vogliamo conciliare la salute con l’esigenza sempre più pressante di una ripresa della vita sociale ed economica possiamo fare molte cose. Ad esempio non utilizzare il vaccino Johnson&Johnson solo per la specifica categoria su cui abbiamo sospetti. E rimpiazzando con volontari coloro che confusi da questa babele di notizie fossero indotti a rinunciare al vaccino. Il commento di Leonardo Becchetti

L’infodemia è ormai grave quasi quanto la pandemia e sta arrivando al parossismo. In questa enorme piazza virtuale in cui tutti parlano, tutti reagiscono e tutti si preoccupano di quanto si dice non riusciamo a mantenere più la razionalità e il senso delle proporzioni. L’ultimo caso della sospensione del vaccino Johnson&Johnson è l’ennesimo clamoroso esempio. Su 6,8 milioni di dosi somministrate si registrano 6 casi di trombosi in donne tra i 18 e i 48 anni, tra i quali un decesso e un caso grave.

Il primo ragionamento da fare è quello di ragionare su quello che noi chiamiamo “controfattuale”. Prendiamo 6,8 milioni di persone nello stesso intervallo di tempo. Sicuro che nessuna di queste ha un episodio di trombosi (in Italia si stima ci siano 8,3 casi di trombosi su 10,000 all’anno qui si parla di meno di uno su un milione anche se in un intervallo di tempo più circoscritto)?

Se così fosse, e se fosse nelle stesse proporzioni, l’ipotesi che è il vaccino a causare la trombosi sarebbe nulla. Ma ammettiamo che la causalità ci sia. In primo luogo l’effetto è concentrato in una categoria ben precisa. Questo vuol dire che per tutto il resto della popolazione vaccinata (non donne tra i 18 e i 48 anni) il risultato del vaccino è straordinario. Zero casi di trombosi su milioni di dosi somministrate. Che senso ha dunque sospendere la somministrazione di Johnson&Johnson per tutta la popolazione?

L’Aifa ci dice anche che il rischio di trombosi per le donne che assumono la pillola contraccettiva è dalle 5 alle 12 donne ogni diecimila e che ad influenzarlo sono diversi fattori: l’età della donna, l’abitudine al fumo, la pressione alta (ipertensione), le condizioni di sovrappeso e la sedentarie. Le autorità sanitarie staranno sicuramente valutando se esiste una combinazione di concause per l’effetto osservato sul vaccino correlata a questi fattori visto il particolare tipo di popolazione in cui l’effetto negativo è circoscritto.

Visto questo quadro, se vogliamo conciliare la salute con l’esigenza sempre più pressante di una ripresa della vita sociale ed economica possiamo fare molte cose. Ad esempio non utilizzare il vaccino Johnson&Johonson solo per la specifica categoria su cui abbiamo sospetti rendendolo accessibile a tutti gli altri. E rimpiazzando rapidamente con volontari come fatto dalla regione Basilicata coloro che confusi da questa babele di notizie fossero indotti a rinunciare al vaccino.

Se i ristoratori e tutti coloro che sono scesi in questi giorni in piazza per chiedere di poter tornare al lavoro manifestassero per la difesa del principio di razionalità in sanità e scelte politiche farebbero un gran servizio alla loro causa.

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