Domani, o dopodomani, non ci ricorderemo più di questa storia, e Biancaneve potrà continuare a farsi baciare dal suo Principe Azzurro. I quotidiani italiani, invece, potranno continuare a seguire mele, toccando con mano un rischio molto grave: restarne avvelenati. L’analisi di Martina Carone, Quorum/YouTrend e docente di Analisi dei media all’Università di Padova

A un osservatore non particolarmente abituato a seguire la polemichetta del giorno, ieri, potrà essere sembrato bizzarro uno dei tweet di Matteo Salvini, leader della Lega, che recitava “Alla faccia di censura e stupidità, viva #Biancaneve, il Principe Azzurro e il loro bacio, viva le fiabe, il sorriso e la libertà!”. Oltre al contenuto, a far sorgere qualche domanda al nostro sarà stato anche il seguito di quel tweet: oltre 1000 mi piace, 170 retweet, e decine di risposte.

In effetti, in mezzo a diverse invettive contro il coprifuoco – contro Sala – contro chi attacca Pio e Amedeo – contro Fedez – contro qualsiasi cosa respiri, cosa c’entra quel contenuto con la foto del celebre bacio tra Biancaneve e il Principe Azzurro? La risposta è fatta, e no: non è la figlia del leader della Lega ad aver premuto il tasto pubblica. Bensì, questo tweet apre al nostro osservatore uno squarcio desolante su una dinamica ormai nota, ormai conosciuta, ormai noiosa, con cui le polemiche e le tematiche che nascono sui social media entrano di fatto nel dibattito politico.

Facciamo un passo indietro: il 1 maggio, il San Francisco Gate, quotidiano della città californiana in cui è appena andata in scena la prima della rinnovata giostra dedicata a Biancaneve nel parco giochi a tema Disney, pubblica un editoriale con cui due autrici, Katie Dowd e Julie Tremaine, pur complimentandosi per il rifacimento e l’adeguamento del cartone alla scena, sollevano qualche dubbio su quel famigerato bacio. Una recensione in cui due persone, legittimamente, sollevano quello che ai più sarà sembrata una provocazione faziosa, una boutade, o forse un’esagerazione. Insomma, una di quelle che quotidianamente trovano spazio nel media tradizionali e a cui, spesso, diamo poca o nulla importanza.

Le due autrici, in realtà, sollevano un tema serio: esiste un bacio d’amore se tale bacio è univoco? Se manca il consenso? E, aggiungo, è giusto insegnare ai bambini che sì, si può baciare una persona addormentata che, quindi, non ha esplicitato il consenso? La domanda, ovviamente, è paradossale. Non nel senso che non abbia una sua ragione di esistere, ma sicuramente si inserisce portando all’estremo un caso limite proprio perché noto, andando ad astrarsi da tutto ciò che finora abbiamo visto, imparato, interiorizzato: quel bacio, poi, è l’inizio di un grande amore.

Il problema, però, non è la domanda che le due autrici si pongono, e a cui è lecito essere d’accordo o meno. Il problema riguarda ciò che è successo dopo: la notizia viene ripresa dai media, e arriva in Italia: le homepage dei principali giornali iniziano a cavalcare la notizia inserendola in una narrazione macchiettistica molto frequente in questo periodo, riassunta da un laconico “eh ma non si può più dire niente” di pioeamedeiana memoria (argomento su cui, peraltro, sempre Matteo Salvini ha espresso chiaramente la sua posizione). Ed è proprio l’attenzione dei media italiani, che amplificano la notizia e la rendono nota al grande pubblico, ad esasperare questo cortocircuito in cui viene supposta una impossibilità di parlare di qualsiasi cosa salvo poi parlarne fino allo sfinimento, costringendo chi – non per un bacio, ma per un “frocio” – si sente offeso a sentirsi definito come poco ironico, poco smart, poco simpatico.

Eppure i media tradizionali, così come il giornalismo in generale, sono da anni sotto attacco: accusati di aver significativamente abbassato la qualità dei propri servizi, sono da anni alla rincorsa del tema più caldo, del titolo più accattivante, della provocazione editoriale maggiore per racimolare qualche click e, forse, qualche sporadico abbonamento.

Di questa vicenda, ovviamente, non resterà niente: non il tweet di Salvini, non un ragionamento storico sul contesto in cui nasce la favola dei Fratelli Grimm e rivisitata dalla Disney, datata 1937. Non resterà neanche la parola di chi ha voluto ridurre la questione ad una sagace natura su Twitter, e neanche di chi ha ampiamente criticato il revisionismo che sta dilagando negli ambienti Disney.

Domani, o dopodomani, non ci ricorderemo più di questa storia, e Biancaneve potrà continuare a farsi baciare dal suo Principe Azzurro. I quotidiani italiani, invece, potranno continuare a seguire mele, toccando con mano un rischio molto grave: restarne avvelenati.

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