Il dibattito sui brevetti dei vaccini non va letto come l’ennesimo esempio della contrapposizione pro o contro la tutela brevettuale, bensì come il tentativo di garantire, nel medio-lungo termine, l’approvvigionamento globale di vaccini. È da chiedersi se la sospensione dei brevetti sia la strada giusta e non invece una soluzione semplicistica, e forse sbagliata, al problema della scarsità di dosi. L’analisi di Vittorio Cerulli Irelli, socio dello studio Trevisan&Cuonzo

Gli Stati Uniti hanno annunciato che sosterranno un’esenzione (waiver) temporanea dei vaccini anti-Covid dalle regole sulla protezione della proprietà intellettuale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, ma lo scetticismo della cancelliera Angela Merkel non si è fatto attendere.

Il dibattito oggi in corso infatti non va letto come l’ennesimo esempio della contrapposizione pro o contro la tutela brevettuale, bensì come il tentativo di affrontare la sfida comune di garantire, anche nel medio-lungo termine, l’approvvigionamento globale di vaccini. È da chiedersi se la sospensione dei brevetti sia la strada giusta e non invece una soluzione semplicistica, e forse sbagliata, al problema della scarsità di dosi a livello globale.

Chiunque abbia esperienza nel settore sa che il collo di bottiglia è in prima battuta industriale e regolatorio, non brevettuale. Stiamo parlando di prodotti altamente tecnologici, per la cui produzione occorre un know how sofisticato, detenuto – soprattutto nel caso dei vaccini a mrna – da pochissimi soggetti a livello globale. Le case farmaceutiche – che hanno sviluppato questi vaccini con una rapidità eccezionale, resa possibile proprio dal quadro brevettuale e regolatorio del mercato farmaceutico – non devono essere punite, ma invece incentivate ad incrementare i propri sforzi per consentire un aumento della capacità produttiva, condividendo il proprio know how in un contesto che ne salvaguardi i diritti. I brevetti sono il pilastro su cui si regge il trasferimento tecnologico, incentivando la condivisione di know how nella consapevolezza che tale condivisione, grazie alla tutela brevettuale, non farà perdere il controllo sulle proprie innovazioni. Questa sfida richiede uno sforzo congiunto, e non contrapposizioni che solleticano l’elettorato ma rischiano di ritardare la necessaria condivisione di know how e risorse.

Tali considerazioni non possono non essere ben presenti all’amministrazione statunitense, che forse, a parte la necessità di accontentare certe frange del proprio elettorato, potrebbe aver ritenuto utile aumentare la pressione sulle case farmaceutiche, per spingerle ad accelerare ancor di più i propri sforzi, aumentando i già numerosi accordi di cooperazione. Si spera che questa sia la strategia, e che si riveli vincente. Conferma di ciò, per chi conosce la storia, viene dalle iniziative che vennero messe in campo dalle amministrazioni statunitensi in occasione degli ultimi due conflitti mondiali, quando moltissime industrie, ad alta densità tecnologica e brevettuale, furono incentivate a condividere le proprie tecnologie mediante la creazione di appositi programmi di licenza, in alcuni casi anche con la minaccia di misure draconiane, non diverse da quelle oggi proposte. Se le metafore belliche che ci hanno accompagnato in quest’ultimo anno hanno una qualche utilità, questa può essere quella di interpretare le iniziative statunitensi ricordando quanto venne fatto allora.

Infine, non bisogna dimenticare che lo sviluppo di questi vaccini è un risultato eccezionale, reso possibile proprio dall’aspettativa ex ante di ottenere tutela brevettuale (che ha spinto decine di aziende nel mondo a cimentarsi con l’impresa, in molti casi senza successo). Modificare ex post la situazione potrebbe avere nel lungo periodo conseguenze deleterie, disincentivando futuri investimenti. Senza evidenze del fatto che sono i brevetti la causa della attuale situazione di scarsità (e non invece la mancanza di know how, macchinari, materie prime, tecnici, ecc.), ci si dovrebbe astenere dal mettere a rischio i futuri incentivi alla ricerca e sviluppo. Parafrasando quanto detto dall’economista inglese Edith Penrose ormai settant’anni fa: “Il fatto che tali risultati siano stati ottenuti in presenza di protezione brevettuale, pone l’onere di giustificare l’abolizione dei brevetti in capo a chi propugna tale soluzione”, e ciò tanto nel breve, che nel lungo periodo.

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