Sussidi pubblici potrebbero aumentare il tasso di occupazione italiano (tra i più bassi del mondo industrializzato), sostenere il reddito di molte famiglie a rischio di povertà, ridurre la disuguaglianza e contribuire alla ripresa della natalità. L’analisi di Luigi Bonatti, docente all’Università di Trento e membro del gruppo dei 20

È stato messo in luce come il progresso tecnologico stia determinando una polarizzazione del mercato del lavoro, a seguito della quale si riducono i lavori “intermedi” che richiedono abilità manuali e cognitive di routine, a favore di lavori non di routine. Questi ultimi consistono da una parte in lavori che richiedono competenze sofisticate e alti livelli di capitale umano, e comportano flessibilità, creatività, capacità di risoluzione dei problemi e attività di comunicazione complesse, ovvero principalmente abilità complementari alle tecnologie informatiche e delle telecomunicazioni; dall’altra parte consistono in attività che non richiedono livelli di istruzione elevati o manodopera particolarmente qualificata e hanno tipicamente a che fare con la cura della persona, l’assistenza, l’esecuzione di mansioni manuali non sostituibili (o non ancora sostituibili) dai robot e dall’automazione. Ne consegue un aumento della domanda di lavoro sia nella parte superiore che nella parte inferiore della distribuzione salariale, a scapito della parte mediana.

Per quel che riguarda l’Italia, a questo trend globale si somma il peculiare modello socio-economico affermatosi nel nostro Paese. Un suo tratto saliente è il gran numero di italiani che non lavorano (in particolare al Sud, dove il tasso di occupazione di donne e giovani è il più basso del mondo occidentale), a cui si affianca il declino demografico e un afflusso persistente di migranti, impegnati per la stragrande maggioranza in attività a basso e bassissimo valore aggiunto. Al consolidarsi di questo modello ha corrisposto: a) il basso potere d’acquisto di un’ampia frazione delle famiglie, residenti soprattutto nel Mezzogiorno, il cui reddito è rimasto stagnante anche a causa del numero insufficiente di persone con regolari redditi da lavoro, b) l’aggravarsi del divario nel reddito pro capite tra Nord e Sud conseguente all’accentuarsi del differenziale nel tasso d’occupazione tra le due aree del Paese, c) il concomitante formarsi di un’estesa sottoclasse di cittadini – italiani e stranieri – che svolgono lavori malpagati e precari, d) la crescita della disuguaglianza e della povertà legata ai fenomeni di cui sopra, e) il perdurante calo della natalità, che ha tra le sue cause principali la difficoltà per i giovani di trovare lavori decenti.

In risposta alle tendenze descritte sopra, che la pandemia ha aggravato, le politiche pubbliche sono chiamate a sostenere gli investimenti in capitale umano, in infrastrutture digitali, in ricerca di base, così da accelerare la crescita della produttività nelle attività in cui il progresso tecnologico ha più importanza. Altrettanto prioritario, però, è il sostegno pubblico ai lavoratori a bassa qualifica – sia quelli nati in Italia che quelli immigrati – impegnati in attività che non solo non scompariranno, ma anzi manterranno un peso di tutto rilievo.

Con riguardo a questi lavoratori, si tratta di implementare un mix di politiche coerenti con i seguenti obiettivi:

a) incentivare l’offerta di lavoro di quella fascia della popolazione attualmente ai margini del mercato del lavoro, rendendo più appetibili anche per gli italiani le occupazioni che richiedono lavoro poco qualificato;

b) aumentare la domanda di lavoro nei settori ad alta intensità di lavoro e bassa produttività, creando nuove opportunità di occupazione ed avvicinando il tasso di occupazione al target che in base alla Strategia di Lisbona l’Italia avrebbe dovuto raggiungere già nel 2010 (70%);

c) ridurre il lavoro nero in questi settori;

d) aumentare i redditi da lavoro delle famiglie a rischio di povertà, siano esse italiane o di origine straniera, diminuendo quella disuguaglianza nella distribuzione dei redditi che è particolarmente marcata nelle aree più depresse del Paese.

È evidente che uno strumento come il cosiddetto reddito di cittadinanza – o in generale una qualche forma di reddito minimo universale – è difficilmente compatibile con questi obiettivi, soprattutto se è posto ad un livello troppo alto rispetto ai salari che il mercato locale del lavoro è in grado di offrire. Similmente, l’imposizione di salari minimi troppo elevati relativamente alla produttività media delle imprese in ampie aree del Paese rischia di ridurre l’occupazione e accrescere il lavoro irregolare.

È invece rilevante per aumentare il tasso di occupazione che il sistema di tassazione non disincentivi il lavoro del secondo coniuge: proposte di riforma dell’Irpef devono essere attentamente vagliate, in particolare relativamente al loro effetto sull’offerta di lavoro femminile. Come autorevolmente sostenuto, anche il sistema di welfare italiano, finora sbilanciato a protezione degli anziani, va ripensato a favore delle donne che lavorano e dei giovani con bambini. Infine, per conseguire gli obiettivi di cui sopra è da considerare quanto proposto dal premio Nobel Edmund Phelps, ovvero l’introduzione di sussidi pubblici permanenti e generalizzati ai salari dei lavoratori a bassa qualifica.

La proposta prevede la corresponsione diretta, su base mensile, a ciascun lavoratore dipendente a tempo pieno, di un sussidio pari al 50% della differenza tra 1.500 euro e il suo salario netto mensile, purché quest’ultimo sia inferiore a tale soglia. In questo modo, un lavoratore che attualmente percepisce un netto mensile pari a 900 euro riceverebbe un’integrazione di 300 euro, ossia un terzo del suo reddito mensile, mentre il sussidio sarebbe pari a 75 euro mensili (6% del salario) per un lavoratore con un netto pari a 1.350 euro.

Il numero di lavoratori che beneficerebbero in qualche misura del sussidio è compreso tra gli 8 e i 9,5 milioni (il numero varia in base a quanto aumenterebbe l’occupazione a seguito dell’introduzione di questi sussidi), per un onere finanziario complessivo quantificabile tra i 15 e i 18,5 miliardi di euro, ossia intorno all’1% del Pil italiano. Sebbene tale cifra appaia elevata, essa è comparabile al costo combinato del reddito di cittadinanza e quota 100, due misure più problematiche nei loro effetti sull’occupazione e, soprattutto per quanto riguarda la seconda, in termini di equità. Inoltre, l’introduzione dei sussidi dovrebbe essere accompagnata da una revisione degli strumenti di welfare che essa andrebbe almeno in parte a sostituire, generando dunque dei risparmi diretti.

Non sono poi da trascurare i risparmi indiretti che deriverebbero dal ridursi di fenomeni di emarginazione e disagio sociale quali quelli attualmente legati al gran numero di Neet, di working poor e di immigrati relegati ai margini del mercato del lavoro. Il costo netto della manovra potrebbe inoltre essere parzialmente compensato dall’emersione di alcune attività economiche e, in generale, dagli effetti macroeconomici positivi associati a un’espansione della domanda aggregata, spinta dall’aumento dei redditi più bassi e da una maggiore occupazione.

L’introduzione di tali sussidi potrebbe anche favorire una crescita della produttività nei settori ad alta intensità di lavoro e bassa produttività. Anzitutto, l’emersione di attività sommerse e la riduzione del lavoro irregolare consentirebbero miglioramenti organizzativi e un più facile accesso al credito, agevolando la crescita dimensionale di molte micro-imprese, con evidenti benefici in termini di efficienza. C’è infine da considerare che la possibilità – grazie al sussidio – di garantire ai propri dipendenti meno qualificati dei salari più alti può aiutare le imprese a motivare i propri lavoratori. Infatti, le imprese versano talvolta in trappole della produttività: per aumentare i salari dovrebbero aumentare la produttività, ma per farlo occorrerebbero investimenti che risulterebbero privi di senso economico in assenza di una forza lavoro sufficientemente legata all’impresa e motivata. Il sussidio potrebbe così rendere più agevole per tali imprese uscire dalla trappola e imboccare un sentiero di crescita della produttività.

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