Alla vigilia dell’estate, sugli sbarchi e i naufragi dei migranti, Draghi dovrà dimostrare di contare di più in Europa. Il commento di Marco Zacchera

Domenica 9 maggio a Lampedusa si è superato un record che resisteva da anni: più di 1000 arrivi irregolari in meno di 24 ore. Complice il bel tempo sono arrivati con 14 tra pescherecci, gommoni e perfino barche di piccole dimensioni con una forte progressione rispetto ai giorni precedenti che non preannuncia nulla di buono per le prossime settimane.

Sbarchi annunciati, anche se arriva solo chi ce la fa, e gli oltre 130 migranti che sono scomparsi a fine aprile nel solo Canale di Sicilia sono stati le avanguardie di una tragedia che rischia di surriscaldarsi con il moltiplicarsi delle traversate.

Secondo le Ong dall’inizio dell’anno ci sono state almeno 350 vittime rispetto al centinaio dell’anno precedente aprendo il solito dibattito: responsabilità di chi non recupera in mare o di chi fa partire migranti con mezzi del tutto inadeguati?

Di certo c’è solo che con il miglioramento delle condizioni climatiche riprenderà in grande stile il traffico di clandestini verso le coste del nostro Paese creando problemi umanitari, politici e anche sanitari.

I numeri parlano chiaro, dimenticati dalle cronache quando diventano “routine” anche se dietro a quei numeri ci sono drammi veri, irrisolti da anni, e che puntualmente emergono solo per i disastri umanitari che catturano per qualche ora lo spazio in prima pagina.

Da settimane tutti i dati denunciavano un peggiorare della situazione.

Già nella “bassa stagione” – ovvero nei mesi invernali – i passaggi “ufficiali” (cioè solo quelli intercettati) si sono incrementati in maniera esponenziale: dai 1.009 che hanno tentato la traversata nell’inverno di due anni fa ai 4.184 raccolti l’anno scorso ai 12.894 censiti quest’anno (dati fino al 10 maggio) che – tenuto conto dei consueti ritardi nelle registrazioni ufficiali del Viminale – portano già il numero a superare probabilmente i 15.000 passaggi.

Tutto ovviamente senza contare quelli che sono sbarcati senza lasciare traccia o sono stati trasportati direttamente ai più convenienti punti di sbarco delle nuove “spiagge sicure” che nel frattempo si sono moltiplicate in diversi punti del Mezzogiorno bypassando la Sicilia.

Il traffico è quindi ripartito alla grande forse approfittando che nel dibattito politico – casi emblematici a parte – tutto è stato prudentemente tenuto sottotraccia.

Da una parte la Lega che non può agitarsi troppo nel “suo” governo, dall’altra i vari gruppi di sinistra cui si può imputare una “non politica” nei riguardi dei Paesi di provenienza, visto che sono al governo ormai da tempo.

Lo stesso M5S – che con Di Maio agli Esteri ha in mano il vertice della nostra diplomazia – sa che il problema può ritorcersi proprio contro il suo dicastero per la politica tenuta nei confronti della Libia, coste da cui si moltiplicano le partenze oltre che gli attacchi ai nostri pescherecci.

A questo proposito, stando ai dati ufficiali, a metà aprile le motovedette libiche avevano “recuperato” dall’inizio dell’anno 2.233 persone rispetto alle 1.859 dei corrispondenti primi mesi dell’anno scorso con conseguenze umanitarie sui “salvati” di fatto sconosciute, mentre si moltiplicano i sospetti che i migranti recuperati siano poi nuovamente ceduti ai trafficanti per ritentare la traversata.

Che sempre di meno si tratti di migranti “politici” è anche confermato proprio dai dati pubblicati dallo stesso ministero dell’Interno.

Dall’inizio dell’anno i Paesi da cui maggiormente provengono i migranti sono la Tunisia (1.716), la Costa d’Avorio (1.292) e il Bangladesh (1.216) ovvero Paesi nei quali non vi sono guerre civili o religiose in corso e che quindi danno vita ad un movimento di migranti “economici” .

Notevole anche il numero dei minori non accompagnati: 1.230 al 19 aprile, oltre il 15% del totale, il che significa che funziona a pieno ritmo la macchina degli scafisti e la catena organizzativa alle loro spalle, perché è evidente che questi ragazzi non possono certo arrivare da soli sulle coste libiche per avviarsi alla partenza.

Un altro aspetto che deve preoccupare è che gli scafisti non considerano più nemmeno le condizioni del mare tentando comunque la traversata anche con le condizioni più disperate, come a fine aprile quando un moto ondoso con onde alte sei metri è stato affrontato da gommoni assolutamente inadatti e che infatti – appena giunti al largo – si sono capovolti.

Questo crea un altro problema: spesso i naufragi non avvengono più nella zona di Lampedusa, dove ci si limita alla raccolta e all’accompagnamento in porto, ma già a poche miglia dai punti di partenza, ancora in acque territoriali libiche, il che comporta comunque difficoltà nei soccorsi per le stesse Ong, più o meno informate delle partenze.
Certamente dopo tanti anni la questione non solo non è stata risolta, ma si è incancrenita tenuto conto dell’esiguità del numero di scafisti arrestati mentre si allunga la catena degli enti coinvolti. Il Viminale, innanzitutto, con il dipartimento Libertà civili e quello di PS, in particolare la direzione centrale Polizia delle frontiere responsabile per legge del coordinamento del contrasto all’immigrazione irregolare.

In campo anche il ministero degli Affari Esteri e quindi Luigi Di Maio, la Guardia Costiera facente capo – tramite la Marina Militare – alla Difesa diretta da Lorenzo Guerini, oltre al ministero Infrastrutture al comando di Enrico Giovannini. Poi la Guardia di finanza, oggi unica “polizia economica e finanziaria del mare”, l’Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna) e l’Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna). Indagini poi coordinate da diverse procure che hanno spesso atteggiamenti e sensibilità diverse, oltre alle indagini svolte della Direzione nazionale antimafia ed antiterrorismo. Facile immaginare le difficoltà di coordinamento e i tempi della catena di comando.

Infine l’Europa, che è nuovamente sparita dall’orizzonte: non si sono concretizzate le promesse di ripartizione “automatica” degli arrivi e Italia Grecia e Spagna devono gestirsi da sole il problema, mentre altri governi sono in clima pre-elettorale e comunque devono controllare anche i movimenti alle frontiere balcaniche dove premono migranti esattamente come sul “fronte sud”.

Alla vigilia dell’estate siamo insomma al punto di sempre e anche su questo tema Draghi dovrà quindi dimostrare di contare di più in Europa: gli anni sembrano essere passati invano.

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