Migrazioni, energia, terrorismo, cooperazione economica. La cura Draghi sulla strategia italiana per la Libia si sostanzia in una sana quanto provvidenziale doccia di realpolitik. Basterà per tornare protagonisti? L’analisi dell’ambasciatore Armando Sanguini, Senior Advisor Ispi, già ambasciatore italiano in Tunisia e Arabia Saudita

C’è stato un momento in cui il governo italiano ha definito una riconoscibile strategia nei rapporti con la Libia. Dobbiamo risalire al 2008, all’anno in cui viene firmato il Trattato di amicizia partenariato e cooperazione.

Con il controverso ras Gheddafi che due anni dopo sbarcò a Roma col variopinto corredo di hostess e amazzoni e una spruzzata di richiami coranici per celebrare l’anniversario di quel documento bilaterale nel quale venivano declinati non solo i fondamentali impegni di rispetto reciproco, ma anche quattro prioritari interessi italiani: fonti energetiche (Eni), contrasto al terrorismo, co-gestione dei flussi migratori, collaborazione economica a 360 gradi.

Una declinazione ambiziosa che purtroppo ha avuto un orizzonte vitale molto corto perché è stata travolta, in una prima fase, dalla sventurata operazione militare spinta da Parigi e Londra che ha portato all’uccisione di Gheddafi e alla quale il governo italiano, dopo qualche esitazione aderì – a differenza della Germania che se ne tenne fuori – col sostegno di una forte maggioranza parlamentare, per non rischiare di trovarsi spiazzato nel prevedibile caso del rovesciamento del suo regime.

Nella fase seguente, dal precipitare del Paese in una frammentazione tribale e localistica che si è andata incrociando con una molteplicità di interferenze esterne da cui è emersa una perniciosa polarizzazione Tripoli-Tobruk che ancora oggi costituisce un’ipoteca di arduo riscatto.

Tutto ciò lungo un decennio che ha visto l’Italia alternare scelte di coerenza a posizionamenti opportunistici alla continua ricerca di salvaguardie dei suoi interessi di fondo. Con oscillazioni incongrue principalmente nel delicato ambito della gestione dei flussi migratori dove è mancata la sponda pur ripetutamente sollecitata dell’Europa, mentre ha tenuto in quella energetica e securitaria anche perché ancorata a realtà istituzionali, quali l’Eni e i Servizi, dimostratesi del tutto affidabili anche nei momenti di maggiore incertezza sul terreno libico.

Un momento di forte aspettativa si verifica alla fine del 2015 con l’accordo di Shkirat (Marocco) che avrebbe dovuto materializzarsi in una governance imperniata su un assetto governativo (Tripoli-Serraj) legittimato dalla fiducia del Parlamento (Tobruk-Saleh).

Aspettativa peraltro delusa perché malgrado il riconoscimento del governo di Tripoli da parte della Comunità internazionale (Onu) la fiducia parlamentare non è mai arrivata e anzi tra i due poli si è andata producendo una crescente spaccatura marcata dall’emergere della figura del generale Haftar, il cosiddetto “uomo forte” della Cirenaica e dalla sconfortante mancanza di risorse e capacità di Tripoli (Serraj) capaci di perseguire la ri-tessitura istituzionale, sociale, politica ed economica del Paese.

L’Italia osservò un’iniziale coerenza ma col tempo, nella comprensibile preoccupazione, anche questa volta, di non trovarsi spiazzata, principalmente rispetto alla Francia, ufficialmente allineata all’Onu ma di fatto sostenitrice di Haftar, ha finito per aprire le porte anche a quest’ultimo.

Questa nostra “incertezza” si è quindi trasformata in aperta concorrenza con Parigi – valgano in proposito le conferenze di maggio a Parigi e di novembre a Palermo – contribuendo a ringalluzzire un Haftar già forte dell’ampio perimetro dei suoi sostenitori esterni (da Mosca con i mercenari della Wagner all’Egitto, dagli Emirati alla Francia).

Al punto da indurlo a far saltare la Conferenza Nazionale dei libici indetta a Ghadames per l’aprile 2019 ad opera dell’Inviato speciale Onu, per lanciare un’operazione militare puntata alla ”liberazione” di Tripoli dagli islamisti; un’operazione fortemente temuta da Serraj (Tripoli) che ha chiesto soccorso militare, prima all’Europa, che si è girata dall’altra parte (Italia compresa) e poi alla Turchia che invece ha accettato, ottenendo in cambio un’ampia contropartita (tra cui un accordo sulla piattaforma marittima).

Grazie anche a quest’intervento la cosiddetta “guerra lampo” di Haftar è fallita e, come spesso avviene in queste circostanze di fatigue bellica la diplomazia ha ripreso vigore. Vigore che grazie al motore tedesco ha visto anche l’Italia ritrovare un qualche spunto strategico sulla scia del lavoro di preparazione della Conferenza di pace a Berlino (gennaio del 2020) delle cancellerie europee.

La partecipazione è decisamente significativa: Algeria, Cina, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Russia, Stati Uniti, Turchia e i Rappresentanti delle Nazioni Unite, dell’Unione Africana, dell’Unione Europea e della Lega degli Stati Arabi. Significativo anche il documento finale, articolato in ben 57 punti che apre la strada ad una trama negoziale che nel corso dell’anno fa progressivamente affiorare segnali almeno in parte incoraggianti; e ciò, verosimilmente, perché l’incertezza circa l’esito di un ulteriore confronto militare ha fatto apparire l’opzione di un’agenda negoziale ancorata alle posizioni acquisite sul campo la più idonea a offrire un’accettabile spartizione di influenze.

Punti importanti di questa trama sono rappresentati dalla revoca del blocco petrolifero imposto da Haftar, dalla firma del cessate-il-fuoco permanente (Ginevra, 23 ottobre), e infine dall’apertura del Libyan Political Dialogue Forum (Tunisia) col corredo dei negoziati sui 3 tavoli – istituzionale, militare e politico – per la creazione delle “istituzioni di transizione” e la stesura delle disposizioni relative alle previste elezioni nazionali a fine 2021.

Ma il punto di cucitura più rilevante è costituito dalle elezioni del febbraio scorso che ha visto il prevalere del ticket Dbeibah-al Menfi sul più accreditato (sulla carta) binomio composto da Saleh, presidente del parlamento di Tobruk, e da Bashagha, il potente ministro dell’Interno del precedente governo Serraj. E dal suo seguito: la fiducia espressa dal Parlamento e il giuramento del nuovo esecutivo che dovrebbe portare il paese alle elezioni a fine anno.

Tutto risolto dunque? No, per nulla. Il Paese è ingombro di sponsor esterni e dei rispettivi corredi, militari e non; ed è ingombro di personalità (ad es. Haftar) e gruppi locali che potrebbero mettere a punto scellerate combinazioni distruttive sfruttando, tra l’altro, le disastrose condizioni socio-economiche a tutti i livelli in cui versa il paese. Il percorso da qui a dicembre è dunque ancora accidentato e suscettibile di amare sorprese.

E l’Italia? Ebbene proprio in questi ultimi tempi e sulla scia di quanto già intravisto nel corso del 2020 il nostro governo è andato tracciando un abbozzo di un disegno strategico che lasciando da parte la retorica rivendicazione del riconoscimento di un suo ruolo protagonistico, punta a trovare un posizionamento all’altezza della salvaguardia dei suoi interessi tenendo in debito conto la realtà del garbuglio di appetiti reginali e internazionali difficilmente saziabili gratuitamente. Interessi che mutatis mutandis non solo diversi da quelli richiamati nel Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione del 2008 evocato, guarda caso, proprio da parte libica.

In questa ottica si collocano i contatti svolti in chiave bilaterale ma anche europea dal Ministro Di Maio (prima da solo, poi con i colleghi francese e tedesco, quindi con Draghi) e dal Ministro Lamorgese mentre si decideva la nomina di Inviato speciale per la Libia in aggiunta all’Ambasciatore in loco.

Al centro di tutto ciò si è collocato il Presidente del Consiglio Draghi, il regista di questa rinnovata strategia imperniata su migrazioni, energia, terrorismo, cooperazione economica ma condita nella salsa di un consapevole realismo dei complessivi interessi in gioco. Il suo circostanziato e non certo estemporaneo giudizio su Erdogan ne è un’esemplificazione e trova significativo riscontro nella linea valoriale che il Presidente Biden sta seguendo.

Il futuro ci dirà se avrà successo. Di certo sappiamo che sarà una strategia dal percorso tanto accidentato quanto necessitato. Con un’Europa socialmente solidale.

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