La retorica e le tattiche dei due presidenti non sono mai state così simili. Mentre Lukashenko si difende accusando l’Occidente, Mosca lo sostiene sguinzagliando fake news

Il caso di Roman Protasevich, l’attivista dell’opposizione bielorussa arrestato in seguito al dirottamento del volo Ryanair di domenica scorsa, è utile per fare la tara riguardo all’avvicinamento tra Minsk e Mosca. I segnali di affinità si stanno moltiplicando: il presidente russo Vladimir Putin è diventato il miglior alleato della sua controparte bielorussa, Alexander Lukashenko, in seguito al suo crescente isolamento sulla scena internazionale.

Spesso chiamato “l’ultimo dittatore d’Europa”, Lukashenko è in carica dal 1994. Le elezioni  presidenziali della scorsa estate, giudicate illegittime dagli scrutatori internazionali, hanno fatto esplodere la più grande serie di proteste nella storia della Bielorussia (indipendente dall’URSS dal 1991). Da allora Lukashenko ricorre a sistemi sempre più autocratici per sopprimere il dissenso, tra cui il controllo sui media, la repressione violenta delle proteste anti regime, fino ad arrivare all’incarcerazione e alla tortura dei dissidenti (tra cui, appunto, Protasevich).

Dall’inizio delle rivolte Putin si è schierato senza se e senza ma dalla parte di Lukashenko, al contrario di gran parte della comunità internazionale, e non ha mancato di promettere il suo sostegno – anche militare. Ad aprile, per esempio, i servizi russi hanno catturato due dissidenti bielorussi a Mosca e li hanno spediti a Minsk. Anche a fronte di reazioni e sanzioni occidentali su entrambi i governi, l’alleanza si sta consolidando. Oggi i due si incontreranno  a Sochi per parlare di “questioni bilaterali di attualità e progetti comuni”, tra cui i “temi relativi all’integrazione all’interno dell’Unione di Stati fra Russia e Bielorussia”, come riporta l’agenzia stampa russa Tass.

Nel frattempo la retorica e le tattiche di Lukashenko assomigliano sempre più a quelle del Cremlino. Mercoledì Lukashenko ha criticato duramente le condanne arrivate dall’Occidente geopolitico riguardo al caso Protasevich. I detrattori della Bielorussia, ha detto in Parlamento, hanno “attraversato molte linee rosse, abbandonato il buonsenso e la moralità umana”. Di più: l’Occidente (che lui accusa di essere dietro alle proteste locali) sta combattendo una “guerra ibrida” contro la Bielorussia, utilizzandola come “terreno di prova” prima di lanciare una campagna contro la Russia.

Lukashenko ha sostenuto la legittimità dell’atto di pirateria aerea commesso la scorsa domenica, insistendo di aver dirottato il volo Atene-Vilnius per via del pericolo di una bomba a bordo, mai trovata. Basterebbe la storia della bomba a far crollare il costrutto: inizialmente il ministro dei trasporti bielorusso aveva addossato la colpa a Hamas (che ha smentito), mentre in Parlamento Lukashenko ha detto che l’intelligence arrivava dalla Svizzera (che ha smentito). Ora è emerso che l’email con l’allarme bomba è stata inviata dopo che l’aereo era già stato affiancato dal Mig e costretto a cambiare tragitto.

Ma la vera battaglia per il discorso pubblico è condotta sottotraccia, dove l’aiuto di Mosca è decisivo. Negli ultimi giorni l’infosfera vicina al Cremlino ha lanciato una delle campagne di disinformazione in cui eccelle, già intercettata dalla task force europea EUvsDisinfo, volta a difendere le azioni di Lukashenko e confondere le acque.

In questa realtà parallela, “tutti” i Paesi costringono i voli di linea ad atterrare mandandogli contro dei caccia armati (non solo irrilevante ma sbagliato, perché solo il leader bielorusso l’ha fatto per catturare un dissidente politico). Un’altra propaggine della campagna getta discredito sulla figura di Protasevich, utilizzando alcune fotografie delle sue attività di reportage in Ucraina per instillare il dubbio che avesse collaborato con “un battaglione neonazista”. L’essere dei neonazisti mascherati è il classico trattamento che le fonti del Cremlino attribuiscono all’Ucraina e ai suoi soldati, specie quelli che combatterono contro i “separatisti russi” (sostenuti da Mosca) nel Donbass e in Crimea.

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