Sarebbe un errore ridurre la figura di Alexander Lukashenko a quella di un semplice “burattino” di Mosca. In verità il dirottaggio dell’aereo Ryanair ha messo sull’attenti il Cremlino, che è preoccupato non poco della scaltrezza politica del dittatore bielorusso. L’analisi di Giovanni Savino (Accademia presidenziale russa, Mosca)

L’atterraggio forzato, con tanto di accompagnamento di MiG, a Minsk del volo Ryanair Atene-Vilnius e il conseguente arresto dell’attivista Roman Protasevich rappresenta il punto di non ritorno nei rapporti tra Lukashenko e l’Unione Europea. La chiusura dello spazio aereo e degli aeroporti a Belavia, compagnia bielorussa, e la proibizione di attraversare il cielo del Paese est-europeo parrebbero essere solo l’inizio di una lunga stagione di sanzioni e provvedimenti volti a isolare definitivamente Lukashenko.

Difficile capire perché Minsk non abbia calcolato le reazioni estere a un atto simile, e le spiegazioni fornite per dare una parvenza di legittimità alla decisione contribuiscono a rendere ancor più incomprensibile la scelta di forzare l’atterraggio.

La mail ricevuta da un rappresentante di Hamas, sventolata come prova da parte delle autorità bielorusse, è stata prontamente smentita dal movimento islamico, e della bomba sul volo non vi è traccia. Quel che appare probabile è che Minsk non abbia nemmeno pensato alle conseguenze del proprio gesto, concentrata sulla propria agenda che mira a neutralizzare ogni tipo di opposizione all’interno del paese.

Le azioni di Lukashenko hanno però anche effetti, tutti da quantificare, sulla politica estera di Mosca, e basterebbe solo la geografia a spiegare il perché: i cieli bielorussi sono la via aerea più semplice per giungere in Russia. Siamo abituati, sia sui media russi che stranieri, a vedere in Lukashenko un alleato o una marionetta di Putin, senza però tener conto degli ampi margini di manovra di cui gode il presidente bielorusso, e della sua capacità di riposizionarsi di volta in volta, espressa già in passato, a seconda delle proprie convenienze.

La scaltrezza di Lukashenko è ben visibile nei rapporti con Mosca, e sembrerebbe aver trovato il punto debole su cui far pressione per chiedere sostegno alle proprie azioni e persino a far dimenticare le proprie politiche dirette all’indebolimento dell’influenza russa fino alla crisi dell’agosto scorso. Il difficile rapporto con l’Ue e gli Usa è stato individuato dal presidente bielorusso come debolezza della politica estera del Cremlino, e viene usato per trarne vantaggio nel sostegno alla propria agenda interna.

Ogni tipo di azione di Minsk viene presentata a Mosca come atto necessario nella lotta contro le ingerenze estere, sapendo di poter contare sull’approvazione russa, anche quando appare difficile trovare le giustificazioni adatte, limitandosi in alcuni casi a silenzi imbarazzati e imbarazzanti.

E l’incontro tra Lukashenko e Putin a Soci sembrerebbe confermare questa ipotesi, definita dal sociologo Grigory Yudin provocatoriamente come “l’annessione della Russia alla Bielorussia”. Nel summit, privato ma ben pubblicizzato sui media, Lukashenko ha ottenuto la seconda tranche del credito da un miliardo di dollari stabilito a dicembre scorso, ben 500 milioni che arriveranno per la fine di luglio, ma non è tutto.

Secondo quanto si legge su Ria Novosti, agenzia di stampa statale russa, il tema della moneta unica tra i due paesi non è stato toccato, né tantomeno si prevede di indirizzare i voli di Belavia sulla Crimea, dopo l’annuncio di lanciare la compagnia bielorussa sul mercato delle rotte interne russe, ma al tempo stesso Minsk non ha chiesto ulteriori aiuti economici, mosse che testimoniano di fatto la libertà d’azione di Lukashenko nei confronti di Mosca.

Dopo i tentativi di lavorare a una sostituzione del presidente bielorusso con un candidato maggiormente affidabile per l’establishment russo, il banchiere Viktor Babaryko, attualmente in prigione, il Cremlino evidentemente crede che non vi siano alternative a Lukashenko, elemento di cui il presidente bielorusso è ben conscio.

Bisognerà vedere se la Bielorussia sarà uno degli argomenti al centro del vertice Biden – Putin a Ginevra il 16 giugno. È molto difficile attendersi dall’incontro tra i due presidenti una rapida risoluzione delle contraddizioni accumulatesi negli ultimi anni, perché si tratta di questioni maturate e esacerbatesi nel corso del tempo, sulle quali sia per l’una che per l’altra parte ogni tipo di apertura verrebbe interpretata come un cedimento.

Come sottolineato dal politologo Artiom Shraybman, per Mosca ogni discorso sulla situazione interna sarebbe visto come umiliante, e la questione ucraina resta fin troppo delicata, e sullo scenario del “vicino estero” russo resta soltanto la Bielorussia, su cui si potrebbero intraprendere dei passi distensivi. Se vi saranno e come si configureranno, è tutto da vedere, di sicuro resta un fatto: ogni possibile decisione su Minsk dovrà riguardare anche Lukashenko, e il presidente bielorusso ha dimostrato ancora una volta di essere un giocatore d’azzardo, pronto a rischiare, senza alcun tipo di remora.

 

(Foto: Kremlin.ru)

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