Quando si parla di “emergenza” migrazione non si considera che solo 1 migrante su 10 arriva in Europa. Gli altri si spostano nei Paesi limitrofi e africani, e di quella migrazione non parla nessuno. Scenari politici e strategici disegnati da Karima Moual, giornalista marocchina, che affronta anche la questione delle enclave di Ceuta e Melilla e lo sgarbo spagnolo nell’ospitare il leader del fronte Polisario

I recenti eventi che hanno coinvolto il Marocco in una disputa con la Spagna che ha radici antiche e che negli ultimi giorni hanno avuto alcuni visibili effetti, apparentemente incontrollati, punta i riflettori sulla questione del Sahara Occidentale. Ne abbiamo parlato con Karima Moual, giornalista.

Il regno del Marocco rappresenta il ponte nord africano con l’Europa e un Paese più stabile rispetto ai vicini della regione. Cosa ha determinato a suo avviso la crisi migratoria a Ceuta e Melilla?

Mi faccia fare una premessa. Quando si parla di immigrazione in Europa la si declina sempre con la parola “emergenza”, vorrei cominciare con lo sfatare un mito e con un dato: solo un migrante africano su dieci arriva in Europa. Gli altri nove si spostano nei Paesi limitrofi e africani. Delle migrazioni interne e africane non ne parla nessuno, ma la verità è che le emergenze vere, numeri alla mano, le vivono i Paesi vicini a povertà e guerre.

Tornando al Marocco, negli ultimi anni è diventato un Paese dove molti africani decidono di stabilirsi senza proseguire verso l’Europa, motivo per cui, è sempre questo Paese nel contesto africano ad aver messo a punto una sua politica di accoglienza e integrazione regolarizzando migliaia di africani subsahariani. Una novità per il continente.

Detto ciò, è chiaro che la sua posizione di prossimità all’Europa, grazie allo stretto di Gibilterra appena poco distante di qualche chilometro dalla Spagna, espone il Marocco a fungere anche da frontiera importante. Negli anni, Rabat, grazie anche alla sua stabilità politica, ha avuto un ruolo fondamentale per il controllo e la limitazione dei flussi verso il continente europeo. Non stupisce come in molti chiamino il Marocco non solo la porta verso l’Africa ma anche il guardiano dell’Europa. Ecco, il Marocco si trova da sempre ad affrontare un pesante lavoro di sicurezza in favore dell’Ue che, nonostante ciò, ormai preferisce tenere gli occhi e il cuore lontani da situazioni – anche umanitarie – gravi e di cui vergognarsi.

Quanto accaduto a Ceuta e Melilla, dove in 24 ore hanno oltrepassato la frontiera oltre ottomila persone, indica plasticamente il gravoso lavoro che il Marocco porta avanti ogni giorno. Il viaggio legale per gli africani verso l’Europa è limitato, ma loro vogliono spostarsi con ogni mezzo.

Perché è successo, proprio l’altro ieri? Nessuno lo dichiarerà formalmente, ma l’iniziativa della Spagna, che ospita in casa perché malato, il leader del fronte Polisario Brahim Ghali, perseguito dalla giustizia spagnola per crimini efferati contro i diritti umani e con tanto di passaporto diplomatico algerino falso, è un insulto e uno sgarbo molto pesante per un Paese, che si definisce alleato e amico. L’iniziativa spagnola e il silenzio europeo, hanno smascherato un doppio gioco ai danni di un paese alleato che va avanti da quaranta anni.

Sulla questione, qual è quindi il ruolo della controversia sul Sahara Occidentale?

La questione della disputa sul Sahara Occidentale è un lascito coloniale gravoso per la stabilità del Marocco, e più passa il tempo, con quello status quo “bandiera europea” che permette sostanzialmente di non decidere nulla sulla questione, e più ci si rende conto, che si tratta di un’arma e di un piede ancora coloniale sul territorio, rendendo i Paesi solo formalmente fragili ex colonie, instabili e così, evidentemente, più ricattabili. Ecco, questo gioco perverso si è manifestato in tutta la sua crudeltà. Il Marocco, porta dell’Africa e guardiano dell’Europa, smarcherà le ipocrisie dell’Europa. Chiede risposte sull’accoglienza a un ricercato dalla giustizia, che compromette la stabilità del proprio territorio e la propria sicurezza, riporta i riflettori sulla questione Sahara marocchino, di cui gli archivi spagnoli hanno tutta la documentazione, ma continuano con la loro posizione di ambiguità. Ceuta, è una chiamata alla responsabilità dell’Europa che ha radici nel colonialismo. Brahim Ghali rimane tra gli ultimi spauracchi.

Però l’Europa, dal canto suo, ha risposto confermando di non voler subire un ricatto sulla situazione attuale. L’episodio rischia di compromettere il dialogo finora positivo fra il continente e il regno del Marocco?

Il punto è che il Marocco non ricatta nessuno, semmai è l’Europa che ancora fatica a fare i conti con la sua storia coloniale, lasciando qua e là dispute sulle quali sembra abbia volutamente deciso di non decidere. Se a breve termine, lo status quo può e ha creato profitto per l’Europa, a lungo termine può diventare un boomerang come dimostrano le ripercussioni sul Vecchio continente che si stanno creando a partire dalle instabilità a sud del Mediterraneo. La questione del Sahara marocchino è una di queste. La Spagna, in epoca coloniale, con la sua forza e il suo esercito è stata a lungo sul territorio marocchino conoscendone i poteri e gli equilibri. Possibile che al momento della formalizzazione dei confini, si sia dimenticata di riportare anche la sua testimonianza di come stavano le cose?

Senza girarci intorno, a conti fatti, chi si giova della non risoluzione della questione del Sahara marocchino è la Spagna, che vedrebbe ridefinito il suo spazio sulle acque territoriali a sud con le Canarie, e l’opportunità o meno di mantenere ancora oggi nel 2021, due enclavi come quella di Ceuta e Melilla in territori afro-marocchino.
Questo episodio, non vuole compromettere il dialogo tra Marocco e Europa ma semmai aprirne uno nuovo, franco e sincero, dove l’alleanza deve essere reale e non di facciata. Il Marocco, rimane l’unico baluardo in nord Africa per il grande sforzo fatto in questi anni su più fronti. Un alleato che si è sempre dimostrato affidabile, ma adesso chiede giustamente che la sua lealtà venga contraccambiata. È la cifra della politica e della diplomazia.

Il regno del Marocco è un Paese molto stabile che tuttavia vive a livello interno una questione difficile con il fronte Polisario, qual è lo stato dell’arte sulla questione?

La situazione nella regione del Sahara è attualmente di calma totale malgrado i falsi comunicati di guerra virtuali lanciati dal fronte Polisario. Il consiglio di sicurezza dell’Onu ha appena organizzato una delle due riunioni annuali in aprile e non ha rilevato nessuna anormalità nella regione. La comunità internazionale è in attesa della nomina del nuovo rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu. Iniziativa bloccata dall’Algeria e dal Polisario che hanno bocciato tutte le candidature come quelle europee dell’ex premier romeno Peter Roman e dell’ex ministro degli Affari esteri portoghese Luis Amaso.

La posizione del Marocco è consolidata per diversi eventi che hanno cambiato parametri geostrategici regionali. Il riconoscimento Usa in dicembre della sovranità del Marocco sul Sahara ha rappresentato un’accelerazione forte al processo politico condotto dall’Onu per raggiungere una soluzione politica realistica in base all’iniziativa di autonomia proposta del Marocco. Anche le continue aperture dei consolati stranieri nel Sahara marocchino da parte di molti Paesi africani, arabi e latino-americani solidifica la posizione del Marocco.

In senso opposto, l’Algeria, Paese all’origine di questa controversia, attraversa una situazione di instabilità politica inedita ed una profonda crisi economica aggravata da un deterioramento costante della situazione dei diritti umani condannati da parte delle istituzioni internazionali

L’Italia da parte sua è scontenta delle misure europee sul fronte migrazione. Qual è la visione del Marocco sul tema delle migrazioni mediterranee?

L’Italia e l’Europa sul fronte delle migrazioni pagano il prezzo dell’ascesa del sovranismo che è destinata a portarci a scontrarci contro un muro. Vede, la frontiera dell’Italia verso il nord Africa è il mare, e se qualcuno promette di difenderla in solitaria con blocchi navali e chiusure dei porti è solo un cinico bugiardo.

Il problema è che la promessa bugiarda di potersi difendere da soli ci porterà non solo ad isolarci ma probabilmente a vivere nei prossimi anni nell’ingovernabilità degli sbarchi. L’Italia, per la gestione degli sbarchi ha bisogno come l’aria di un’alleanza fortemente europea disposta ad assumersi in maniera condivisa la gestione unitaria dei flussi. Questo processo non è semplice, ma anzi è complesso perché dovrebbe consistere di una visione a lungo termine che abbracci finalmente la questione con realismo.

Per la prima volta si dovrebbero coinvolgere seriamente i Paesi africani, verso i quali non bisogna assumere solo atteggiamenti alla “tenetevi i vostri poveracci a casa, noi vi diamo un po’ di soldi”. E ciò, in primo luogo perché solo una classe politica miope non scorge la morte demografica del Vecchio continente che si potrà salvare anche grazie all’Africa. Si dovrà cambiare paradigma. Puntare sulla mobilità e i viaggi legali per gli africani che ad oggi hanno a disposizione solo reti criminali e scafisti. Aprire ai flussi di persone significa governare gli arrivi e responsabilizzare i Paesi di provenienza nella gestione del fenomeno. A questo si aggiunga anche la dignità del lavoro e del lavoratore ovunque si trovi. Serve rivalutare le politiche economiche e d’investimento nei Paesi poveri, che puntano più al profitto della mano d’opera a basso costo che all’emancipazione di quelle braccia.

Sono necessarie politiche lungimiranti che attraverso il lavoro, guardino ad un reddito di emancipazione. Solo grazie a iniziative di questo tipo un cittadino senegalese o marocchino sarà meno incentivato ad emigrare in un Paese dove la sua mano d’opera varrebbe il doppio se non il triplo.

Sul tema dell’emigrazione, il Marocco è certamente nuovo come Paese ospitante e con tutte le sue difficoltà, sta dimostrando di voler procedere sulla strada dell’integrazione. Si vedono sempre più studenti africani nelle università, ma anche in settori che prima erano impensabili. C’è comunque una percezione che sull’Africanità bisogna investire.

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