L’uso e la scelta di alcuni aggettivi è, a conti fatti, un modo per carpire (e mandare) segnali diversi: anticipare le mosse, placare gli animi, informare gli avversari, rassicurare gli alleati. Ma occhio all'”Effetto Streisand”… L’analisi di Martina Carone, Quorum/YouTrend e docente di Analisi dei media all’Università di Padova

Da tempo i rapporti di Mario Draghi con gli esponenti della maggioranza che lo sostiene sono costellati da mini momenti critici: alcune esternazioni dei leader di Pd e Lega mostrano come i due evidentemente ritengano la coperta della maggioranza troppo corta per potercisi scaldare entrambi, ed entrambi cercano di ottimizzare questa situazione in un gioco di forza che, lo si intravede, irrita profondamente il presidente del Consiglio.

Da una parte, Matteo Salvini cerca di fermare l’avanzata di Giorgia Meloni polarizzando su di sé i risultati del governo incalzandolo su temi economici e, da qualche giorno, sull’immigrazione, argomento in cui è molto in sintonia con il proprio elettorato e che non esita a cavalcare; dall’altra, Enrico Letta, che sin dalla sua nomina a segretario ha puntato l’attenzione su tematiche nuove, come il voto ai sedicenni e la creazione di un fondo per i 18 enni tramite l’introduzione della tassa patrimoniale. A ben vedere, le ultime proposte rispondono a due obiettivi: polarizzare lo scontro tra se stesso e Matteo Salvini, punzecchiando il leader della Lega costringendolo ad uscite che, di fatto, rincorrono l’agenda e il frame imposto dai dem e mettere in difficoltà la minoranza del partito, come ci fa intuire la reazione dell’ex capogruppo al Senato Andrea Marcucci, spiazzato (tradotto: irritato) dalla proposta sulla patrimoniale.

Evidentemente, però, Enrico Letta non aveva considerato a fondo la reazione di Mario Draghi, che “liquida” (anche qui…) la questione in conferenza stampa e cui, poco dopo, parlerà in una “lunga e cordiale telefonata”. C’è una regola che governa il complicato gioco di equilibri e contrappesi che è la politica: nelle dichiarazioni, ufficiali o meno, tutto è comunicazione. Gli aggettivi, i tempi, i modi, le fonti.

Un “lungo e proficuo incontro”, così come una “lunga telefonata”, tradiscono complicazioni più che indicarne la reale durata. Un incontro “cordiale” è un incontro accesso cui segue un allineamento di intenti, ma che probabilmente di cordiale ha avuto ben poco. Quando un confronto è “franco”, “a tutto tondo”, aspettatevi che dai palazzi romani possa uscire aria frizzantina e anche qualche piatto rotto. Peggio ancora quando, a mancare, è la volontà di parlarsi: “Ho chiamato Salvini per informarlo dei provvedimenti in arrivo, ma non risponde”, dice Giuseppe Conte a febbraio 2020, facendo intuire tutta l’irritazione del leader della Lega.

“Una lunga telefonata di due ore” tra Draghi e Grillo convince il leader del M5S ad appoggiare il governo del banchiere, fino a un momento prima invece osteggiato da Vito Crimi, capo politico del MoVimento; un “confronto cordiale e franco” quello tra Giorgia Meloni e Mario Draghi, al cui termine la leader di Fratelli d’Italia dichiarerà di non entrare in maggioranza.

Insomma, l’uso e la scelta di alcuni aggettivi è, a conti fatti, un modo per carpire (e mandare) segnali diversi: anticipare le mosse, placare gli animi, informare gli avversari, rassicurare gli alleati.

A ben vedere, in questo caso – oltre alle regole della politica – vale uno dei principi del cosiddetto “Effetto Streisand”, che si verifica quando nel tentativo di risolvere una situazione negativa si finisce per metterla sotto i riflettori amplificandone gli effetti. Invece di nascondere criticità, gli aggettivi scelti svelano i contrasti interni di una maggioranza che, evidentemente, vede i leader del Pd e della Lega tenere più ai propri posizionamenti politici, alle proprie bandierine, alle amministrative in vista, che alla stabilità del governo.

Il risultato, però, può essere a lungo andare controproducente: tradendo entrambi una così grande irrequietezza, rischiano solo di irritare il presidente del Consiglio.

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