I problemi sono ancora lì, irrisolti. Anzi, ingigantiti. E rischiano di far naufragare la realizzazione del piano messo in campo da Mario Draghi. Rimettere al centro la riforma della Costituzione potrebbe essere allora un buon compito per le forze politiche

C’è un grande rimosso nel dibattito politico italiano. E forse non potrebbe essere altrimenti, dopo decenni in cui tanto se ne è parlato e poco, anzi nulla, si è combinato. E dopo che anche due referendum, per motivi politici più che di sostanza, hanno affossato proposte che in qualche modo il problema lo affrontavano di petto.

L’oggetto della rimozione è, evidentemente, la riforma costituzionale: un tema sicuramente non in grado di suscitare passioni (essendosi consumate anche quelle chi voleva conservare come in una teca la “Costituzione più bella del mondo”). Ed è un rimosso perché i problemi che spingevano a quella riforma sono ancora lì, grossi come un macigno. Irrisolti. Anzi, ingigantiti.

E pesano ancor più perché, a ben vedere, sono quelli che bloccano il sistema politico italiano. Essi, per dirla tutta, rischiano di far naufragare sia la realizzazione del Piano messo in campo da Mario Draghi; sia la governabilità una volta che, portato a termine il compito affidato all’ex presidente della Bce, la palla sarà ritornata ai partiti e quindi alla normale dialettica fra una maggioranza e un’opposizione. D’altronde, anche Draghi sembra stia girando attorno al problema: quelle riforme di struttura, e quindi in qualche modo metapolitiche, su cui egli ha richiamato l’attenzione (giustizia, amministrazione, deregolamentazione, deburocratizzazione) rimandano tutte, in ultima analisi, alla riforma della Costituzione, o meglio della sua seconda parte. L’organizzazione del nostro Stato, la forma che esso si è dato soprattutto con il regionalismo e poi con la sua degenerazione, il bicameralismo perfetto, l’ordinamento della magistratura: sono questi, per l’ex presidente del Senato Marcello Pera, che si è fatto latore di una sorta di appello ai partiti, i punti che andrebbero finalmente affrontati con rigore e decisione.

I costituenti agirono, in verità,  in un mondo molto meno complesso e interconnesso di quello odierno, o che comunque imponeva meno rapidità e efficienza nelle decisioni e nei tempi della loro attuazione. E soprattutto agirono complicando il sistema dei poteri spinti dalla paura, legittima per i tempi in cui operavano, che “un uomo solo al comando” potesse prendere il sopravvento. Lo spirito democratico, senza il quale la democrazia non può reggere come ammoniva già Piero Calamandrei, era allora sicuramente meno sviluppato fra gli italiani. Di qui il parlamentarismo estremo. E da qui il paradosso, a cui siamo arrivati oggi, che proprio quel parlamentarismo ha prodotto per necessità (anche se poi qualcuno ci ha marciato) un sostanziale depotenziamento ( a volte anche un “disprezzo” anche se per fortuna non è il caso di Draghi) del Parlamento, cioè del luogo cardine della democrazia: l’unico ove l’espressione astratta di “sovranità popolare” assuma un contorno un po’ più concreto. Rimettere al centro la riforma della Costituzione potrebbe essere allora un buon compito per le forze politiche, soprattutto in un momento come questo di “coabitazione forzata”.

D’altronde, l’errore dei precedenti e falliti tentativi di riforma era stato anche quello di  pretendere che fosse una sola parte politica a riscrivere le regole di tutti. Come muoversi? È sempre Pera a suggerire una strada praticabile e coerente: approvazione parlamentare di una legge costituzionale per la riforma della Carta, istituzione di una commissione di 75 non parlamentari eletti proporzionalmente con il compito di preparare un testo, referendum di approvazione del testo. Il mandato del presidente della Repubblica sarebbe prorogato fino a quando l’iter non giungerà a termine. In modo da ripartire con una Costituzione rinnovata, un nuovo presidente della Repubblica e anche un nuovo premier. Sarebbero gli attuali partiti in grado di recepire questa richiesta, per il bene dell’Italia ma anche per il loro (un domani che dovessero vincere le elezioni)? Forse mai come in questo caso è giusto richiamarsi all’ottimismo della volontà come contraltare dello scetticismo della ragione.

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