La produttività totale in Italia è molto inferiore a quella degli altri Paesi ad economia avanzata e sembra peggiorare nel tempo. Pasquale Lucio Scandizzo spiega perché

La produttività totale (Pt) è un concetto un po’ misterioso che però è centrale al dibattito sullo sviluppo economico. Dal punto di vista della performance di un Paese, la Pt si misura come l’incremento di reddito nazionale non attribuibile all’aumento dei fattori di produzione, ossia all’incremento del lavoro e del capitale.

La performance dell’Italia a questo riguardo è molto inferiore a quella degli altri paesi ad economia avanzata e sembra peggiorare nel tempo e nell’ultimo decennio, è caduta drasticamente, il che ha portato a costi unitari in costante aumento, redditi stagnanti, un crescente divario di competitività e una crescita anemica. Non è chiaro quali sono le ragioni di questo declino né in che misura e in che modi esso corrisponde a un declino di efficienza delle imprese. A questo riguardo, inoltre, il dibattito pubblico è vittima di una confusione tra il concetto di miglioramento (o peggioramento) una tantum e quello di miglioramento (o peggioramento) strutturale e persistente.

In ogni economia, infatti è possibile distinguere le componenti della performance che dipendono da circostanze esterne o da elementi critici del sistema e le componenti che dipendono dalla struttura del modello di accumulazione e di sviluppo delle risorse produttive. La performance di un sistema può essere modificata migliorandone l’efficienza allocativa, per esempio attraverso una migliore allocazione delle risorse, ma se questo miglioramento è di tipo una tantum, una volta effettuato esso non genera ulteriori miglioramenti.

La performance può però essere migliorata (o anche peggiorata) in modo permanente se si riesce ad incidere sulla dinamica del sistema. Per essere più specifici, la produttività di un sistema economico dipende dalla sua capacità di allocare le risorse in modo efficiente. Questa efficienza allocativa implica dimensioni sia statiche che dinamiche. L’efficienza statica è associata con il fatto che le imprese più produttive sono più grandi. L’efficienza allocativa dinamica è associata con imprese che sono diventate più (o meno) produttive espandendosi (o contraendosi).

Efficienza allocativa significa intrinsecamente anche mantenere il costo di questo dinamismo basso ed evitare che esso sia distribuito in modo tale da snaturare il processo stesso di riallocazione delle risorse. Un tema chiave, seppur non compiutamente espresso, che si ritrova anche nel recente documento del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ( il c.d. Pnrr) è che la capacità dell’Italia di esibire efficienze allocative dinamiche, senza incorrere in alti costi, è modesta ed è alla base della stagnazione della produttività totale che ha caratterizzato la performance più recente dell’economia nazionale.

Le cause sono la struttura poco competitiva di mercato sottostante e la inadeguatezza delle istituzioni che governano l’attività economica, quali la pubblica amministrazione, l’istruzione e la giustizia. Il tema è quindi questo: le riforme proposte nel Pnrr e richieste dall’Europa sono correttamente individuate come la condizione necessaria, e forse anche sufficiente, perché la allocazione dinamica delle risorse in Italia sia migliorata e la produttività e la crescita ritornino su un sentiero sostenibile.

Ciò detto, è evidente che la parte del Pnrr che parla delle riforme strutturali appare disgiunta dalla parte che presenta le ipotesi di allocazione settoriale delle risorse e questa a sua volta sconnessa dai tentativi di prefigurazione e di previsione degli effetti di piani e progetti. La capacità di sviluppare, valutare e implementare investimenti pubblici congrui con la visione delle riforme strutturali proposte dovrebbe essa stessa essere parte e conseguenza di una riforma penetrante della pubblica amministrazione, in grado di assicurare le analisi e la gestione economica e finanziaria di piani e progetti.

La selezione dei progetti e l’uso di tecniche quantitative adeguate quali l’analisi costi-benefici e l’analisi di impatto sono componenti essenziali di questa capacità e dovrebbero essere parte ed effetto della riforma della PA. I tentativi di individuazione di aree di investimento del Pnrr sono quindi un esercizio di immaginazione politico-economica e i progetti prefigurati sono a loro volta da considerare come un campione preliminare, da prendere con le dovute riserve, perché la loro scelta e performance dipenderanno inevitabilmente dal successo nell’impostazione e nel progresso che si riuscirà a fare nelle riforme strutturali.

Riforme e investimenti dovranno per forza di cose procedere in parallelo, ma le riforme dovranno essere almeno un piccolo passo più avanti rispetto agli investimenti per dare respiro istituzionale e credibilità a questi ultimi, anche rispetto alle iniziative private che essi dovrebbero stimolare. La valutazione dell’impatto economico delle misure proposte nel Pnrr tuttavia appare confusa e non distingue né le cause né le previsioni di una serie di obiettivi che il piano dovrebbe proporsi.

Questi includono:

1) un incremento di redditi come conseguenze di maggiore attività economica e di occupazione, a parità di capacità produttiva, ma in risposta a un incremento di domanda (per es. di spesa pubblica)

2) un incremento di capacità produttiva a parità di risorse, in risposta a una domanda crescente

3) un incremento di produttività dei fattori (totale o di un fattore particolare),

4) un incremento del ritmo di crescita dell’economia. Per essere chiari, se il valore aggiunto (ossia il Pil) aumenta da un anno all’altro, anche il tasso di crescita nello stesso periodo si presenta più elevato da quello dell’anno precedente. Il punto è che se questo aumento non è il frutto di un miglioramento persistente dell’efficienza del sistema economico, esso è solo un evento passeggero che dipende da cause temporanee e non è quindi sostenibile.

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